“Com’eri vestita”? Gli abiti delle violenze in mostra a Verona

di Stefano Rossi

Scorro le stories su Instagram, poi me ne appare una in cui ci sono degli abiti appesi a una parete e resto colpito. Stoppo la storia. C’è scritto: “Com’eri vestita? What were you wearing?”. Capisco subito che è qualcosa legato alla violenza di genere e la stessa identica sensazione l’ha provata Giulia, studentessa dell’Università di Verona, la quale si è imbattuta nella mostra presente nel chiostro di San Francesco: “A sensazione si capiva subito che era una cosa contro la violenza sulle donne. Ho capito subito di cosa si trattava. Ho provato un po’ di inquietudine, perché c’erano sia vestiti sia racconti, nei quali tutti ci potevamo trovare. Raccontavano dei momenti di vita che tutti passiamo ogni giorno e vestiti con cui ci vestiamo sempre. Quindi magari c’era una maglietta simile alla mia e magari nella descrizione stava andando all’università, proprio come me. Quindi ti rivedi molto in quelle che poi sono state le vittime. Gli abiti così appesi danno quasi l’idea di cadaveri, ricordano delle persone proprio. Un po’ di inquietudine c’era e poi curiosità, infatti mi sono letta ogni storia”.

Semplicemente un abito e una storia per far comprendere quanto la violenza sia quotidiana, sia normalità. Tutti giorni, in ogni contesto, nella normalità di andare in università o nel vestirsi con un abito normalissimo. E ciò è normale che sia “normale” solamente in una cultura malata, violenta, schiava del “Ma indossava un abito piccante”, come se fosse una colpa per la vittima, come se fosse una giustificazione per il colpevole.

Contattiamo quindi Marisa Mazzi, presidente dell’Associazione veronese Isolina e…, organizzatrice della mostra: “La mostra nasce dalla poesia di una poetessa americana. Racconta che si ricorda benissimo com’era vestita al momento della violenza e anche di com’era vestito lui, ma di come fosse vestito lui nessuno glielo aveva mai chiesto. Da questa idea, in alcune università del Kansas, sono nati questi allestimenti che mettevano insieme delle storie di violenza – molto quotidiana, molto ordinaria – con gli abiti. La mostra è stata poi portata in Italia da Libere Sinergie, associazione di Milano, che – come “Isolina e…” – fa un lavoro culturale. Non siamo centri che si occupano di casi di donne che hanno subito violenza o sono in difficoltà. Noi facciamo un discorso semplice: “Ogni persona, ogni cittadino e cittadina, deve impegnarsi per cambiare questa cultura che dà origine a violenze. È intollerabile, serve assolutamente un cambiamento”. Libere Sinergie ha preso delle storie di un centro anti-violenza con cui collabora e ha costruito, con storie italiane e nostrane, un percorso con abiti e racconti che si collegano alla nostra realtà. Abbiamo avuto la possibilità di farla girare nel nostro territorio e da alcuni anni la stiamo allestendo in vari contesti: sale comunali, scuole, università. Abbiamo iniziato a collaborare con l’università per un progetto rivolto alle matricole che si chiama “Mi/ti rispetto” e ci sembrava un’opportunità per far rivedere la mostra, anche perché studenti e studentesse cambiano col tempo. Questo è un po’ il significato. Ha fatto il suo effetto e hanno subito collegato il senso della mostra, anche perché il pregiudizio è duro a morire”.

La mostra, allestita nel chiostro dell’Università di Verona, era visitabile dal 3 al 10 novembre. Abbiamo chiesto a Mazzi cosa possa aver suscitato la mostra negli studenti e nelle studentesse, anche in coloro che correvano frettolosamente da un’aula all’altra.

“Credo che sia un bell’impatto perché si è colpiti tante volte dai dati, però quello che ci commuove, quello che ci colpisce nelle emozioni, resta più facilmente dentro. Quando leggi la storia della vittima e vedi il vestito, ti sembra di entrare in una bolla in cui ti trovi direttamente ad affrontare la persona di cui si parla. Diventi parte integrante della storia, la senti un po’ anche tua. Penso che anche per gli studenti e le studentesse che sono passati in maniera un po’ frettolosa nel chiostro, sia stata una possibilità di riflettere e farsi un’idea. Un modo per sconfiggere il pregiudizio”.  

Pensa che la mostra abbia suscitato emozioni differenti tra maschi e femmine?

“In tutte le esperienze che abbiamo avuto, tutte le persone, maschi e femmine, vengono colpite molto da queste storie. Perché sono così quotidiane e possibili, perché i vestiti son quelli che abbiamo tutte negli armadi, perché possono essere di qualsiasi persona che conosciamo o incontriamo. C’è proprio questa vicinanza che crea empatia”.

Pensa che sia stato raggiunto qualche obiettivo particolare con questa mostra o qual è il vostro obiettivo?

“Fa parte del nostro impegno cercare di mettere in discussione questa cultura. Nonostante ci siano passati sopra anni e leggi, ancora tende a non riconoscere gli stessi diritti alle donne. Questa mentalità non si cambia così velocemente. È un “lavorone” da fare e noi ci teniamo soprattutto ad avvicinare le giovani generazioni perché è da lì che può partire il cambiamento. Lavoriamo anche tanto nelle scuole con laboratori interattivi perché quello che fanno tra di loro e quello che riescono a discutere, è quello che resta di più, più di quello che tu puoi insegnare con una lezione”.

Delle storie esposte alla mostra ce ne è una che l’ha colpita in particolar modo?

“Trovo molto impressionante quella con il camice da lavoro. So che fa molta impressione, insieme all’avvocata ceca, quella è una delle storie più forti e potenti. Però a me anche la storia della domestica o della babysitter, una ragazzina qualsiasi che si veste con una donna scozzese e il collo alto e si fida delle persone da cui va, fa impressione. Son tante storie che sono molto forti e secondo me arrivano alla gente”

A proposito di “tante”, ci sa dire qualche numero in merito alle ultime violenze?

“La cosa che si è continuato a dire in questi anni è che una donna muore ogni 2-3 giorni. Morire perché la persona che dice di volerle bene la uccide è veramente insopportabile. La realtà italiana fa specie perché il dato sui femminicidi non si schioda, siamo sempre intorno almeno alle cento donne uccise in un anno, senza contare il fenomeno della violenza nelle relazioni che anche quella è una roba pazzesca. E in più ora ci sono tutte queste nuove forme che si stanno diffondendo: le violenze online, lo stalking, il body shaming, il revenge porn, cose che poi portano la gente a suicidarsi perché sono delle violenze psicologiche pazzesche. Con femminicidio si tratta dell’uccisione di una donna in quanto tale, questo ci chiama tutti a fare qualcosa”.

“Isolina e…” è nata nel 2013 e si chiama così per ricordare Isolina, una ragazza di Verona uccisa nel ‘900 da un tenente dell’esercito che non accettava che fosse rimasta incinta. Non poteva macchiarsi di tale onta con una ragazza del popolo. Poi hanno aggiunto i tre puntini di sospensione, per indicare tutte le vittime che sono venute dopo. Con la mostra nel chiostro di San Francesco e il progetto Mi/ti rispetto, l’associazione veronese ha voluto mandare il messaggio che la domanda che spesso viene posta alle donne vittime di violenza “Com’eri vestita?”, nel tentativo di colpevolizzarle dell’aggressione subita, è errata.

Foto e video di Giulia Palazzo

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

Alan Conti has 5948 posts and counting. See all posts by Alan Conti

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?