Case, i Comuni che chiedono aree… ai Comuni
In Alto Adige servono case e, per costruire le case, servono aree. Tautologia. La rivelazione arriva dal Consorzio dei Comuni, vale a dire dall’organismo che rappresenta proprio gli enti ai quali spetta pianificare lo sviluppo del territorio e individuare dove sia possibile edificare. Ora resta soltanto da capire a chi sia rivolto l’appello. Presumibilmente ai Comuni. Della serie che c’è chi parla a nuora perché suocera intenda e chi parla a nuora per far intendere se stessi. Turboavvitamento.
A lanciare l’allarme è il presidente del Consorzio Dominik Oberstaller: per soddisfare nei prossimi dodici anni un fabbisogno stimato in 19.000
alloggi sarebbero necessari 400 ettari di terreno. Una superficie considerevole, soprattutto in una provincia che da decenni fa della tutela del suolo un principio quasi identitario. Il ragionamento, peraltro, è difficilmente contestabile: se si vogliono nuove abitazioni, da qualche parte bisognerà pur costruirle. Verrebbe da dire “ok, Comuni, allora iniziate”.
Il problema, infatti, comincia subito dopo. Perché le aree non si manifestano spontaneamente al termine di una conferenza stampa, né possono essere individuate da una misteriosa autorità esterna. Sono i Comuni, attraverso i propri strumenti di pianificazione, a dover decidere quali superfici destinare allo sviluppo, dove recuperare aree dismesse, quando aumentare gli indici di cubatura e fino a che punto accettare nuovo consumo di suolo. No perché poi magari passa il messaggio che l’aumento folle dei prezzi degli immobili non sia colpa di nessuno. Invece dei responsabili ci sono eccome e chi ha amministrato il territorio negli ultimi decenni è, diciamo, fortemente indiziato.
Naturalmente i Comuni non fanno tutto da soli. Esistono la normativa e le procedure provinciali, i vincoli paesaggistici e idrogeologici, le proprietà private, i costi e la necessità di realizzare servizi e infrastrutture. Tuttavia, se il Consorzio dei Comuni sostiene che occorrano 400 ettari, il passaggio successivo dovrebbe essere qualcosa di più impegnativo di un generico “servono aree”. Anche perché chi governa buona parte dei Comuni è lo stesso partito che governa la Provincia. Praticamente da sempre.
La domanda è quali Comuni sono pronti a trovarle? E quante? Dal Consorzio dei Comuni ci aspetteremmo risposte a queste domande non appelli rivolti a se stessi.
Bolzano metterà a disposizione cinquanta ettari? Merano trenta? Bressanone, Brunico, Laives e gli altri centri quanto sono disposti a crescere? Quali amministrazioni intendono alzare gli indici di cubatura e quali sono pronte a spiegare ai propri cittadini che un prato, un’area agricola o uno spazio oggi libero potrebbe essere sacrificato per costruire abitazioni? Con le ruspe sui cunei verdi?
È qui che l’emergenza casa incontra uno dei più classici fenomeni della politica: tutti concordano sulla necessità generale, purché la soluzione concreta venga realizzata altrove. Le abitazioni servono, ma possibilmente non davanti alla propria finestra. Le cubature vanno aumentate, ma magari nel Comune vicino. Il terreno deve essere trovato, purché a indicarlo sia qualcun altro.
Oberstaller propone giustamente di intervenire anche sugli alloggi sfitti, ricordando la super-Imi introdotta in 21 Comuni ad alta tensione abitativa e la necessità di ottenere finalmente un quadro completo degli immobili inutilizzati. Indica inoltre il recupero delle aree dismesse e l’aumento delle cubature. Tutte strade sensate, ma ancora una volta percorribili soltanto attraverso decisioni locali precise e spesso politicamente scomode. La crisi abitativa altoatesina non ha bisogno di un altro soggetto istituzionale che certifichi l’esistenza del problema. Grazie, per quello ci sono già tonnellate di indicatori e sarebbe il nostro lavoro. La crisi ha bisogno che chi possiede il potere di pianificare cominci a indicare soluzioni, superfici e scadenze. Ci sono aree che potrebbero essere edificate domattina e che rimangono bloccate proprio dai Comuni.
Il Consorzio potrebbe allora compiere un esercizio molto semplice: prendere i 400 ettari evocati dal suo presidente e distribuirli, almeno idealmente, tra i Comuni associati. Non necessariamente in parti uguali, ma secondo popolazione, domanda abitativa, disponibilità territoriale e capacità di crescita. Ne uscirebbe una cartina certamente interessante. E probabilmente anche molto più silenziosa. Perché affermare che “servono aree” è facile. Dire dove debbano essere e assumersi la responsabilità politica di sceglierle è esattamente il compito dei Comuni. Gli stessi che, attraverso il loro Consorzio, hanno appena chiesto che qualcuno lo faccia. Ma, spoiler, se non inizieranno loro non lo farà nessuno.
✍️ Alan Conti

