La psicoterapeuta: “L’hater, un bambino impotente che cerca di riscattarsi prevaricando”
Perché siamo così aggressivi sul web? La relazione sado-masochista tra odiatori e vittime spiegata dalla psicoterapeuta
Le aggressioni mediatiche sono all’ordine del giorno. Senza scomodare i casi più celebri, basta aprire il profilo social di un qualsiasi sito di informazione per trovare sotto ad ogni post chilometri di commenti al vetriolo contro chi scrive o all’indirizzo di altri utenti, spesso molto poco pertinenti e circostanziati.
Cosa ci spinge a scagliarci l’uno contro l’altro e a comportarci sul web come i gladiatori in una moderna arena digitale?
L’ANONIMATO FAVORISCE L’AGGRESSIVITA’
L’anonimato, ancorché parziale, e l’impossibilità di un confronto dal vivo sono un humus ideale per il fiorire di questa incredibile bellicosità: “Si crea una barriera – spiega la psicoterapeuta Luciana Mondaini – che permette di fantasticare una condizione assoluta in cui si è unici depositari della verità e nella quale si regredisce a una immagine di potenza.”

Ecco che non partecipiamo più ad una conversazione digitale per esprimere un parere e lasciarci arricchire dalle idee altrui, bensì lo scopo diventa la difesa all’ultimo sangue delle proprie posizioni e, in definitiva, di noi stessi: “Lo strumento in questo modo si carica di effetti conflittuali. Non esponiamo il nostro pensiero argomentando, ma cerchiamo la predominanza prevaricando, avvalorando la nostra posizione in termini assoluti” spiega la psicoterapeuta. Determinante, l’incapacità di gestire con intelligenza lo strumento social, delle cui dinamiche diventiamo invece succubi.
L’HATER CERCA RIVINCITA NELLA PIAZZA VIRTUALE
“Possiamo pensare all’hater – continua la psicoterapeuta – come ad un bambino impotente che cerca la possibilità di riscattarsi rispetto ad un conflitto irrisolto. Lo fa attraverso uno strumento che però non è distinto da sé, ma rappresenta invece un prolungamento di sé stesso. Una sorta di inghiottimento nella macchina dei social media, causato, in fondo, da una scarsa percezione di sé.”
L’ebbrezza di poter schiacciare violentemente qualcuno che nella vita ha avuto più fortuna di noi può essere una trappola feroce per i soggetti più socialmente deprivati, alla ricerca di rivincita nella piazza virtuale.
IL GIOCO TRA VITTIMA E CARNEFICE
In queste stanze digitali dove tutti parlano e veramente pochi si pongono in ascolto, manca il confronto costruttivo con la frustrazione, da cui è possibile svicolare scegliendo questo utilizzo dei social: “Oggi siamo immersi in un sociale che valorizza moltissimo questi aspetti di onnipotenza, a scapito di una educazione basata sul valore della comprensione e della crescita interiore”. Sembra, insomma, che la responsabilità dell’insulto selvaggio sia condivisa tra i singoli e la società che tollera e incoraggia comportamenti distruttivi.

Come si sente, invece, chi l’attacco lo subisce? La vittima non ha modo di sapere che l’insulto è in agguato; quindi, è come se venisse presa alle spalle. Subisce l’atto sadico di chi utilizza il mezzo dei social per emergere, dichiarando con i propri comportamenti una posizione assolutamente manichea “con me o contro di me”, escludendo ed attaccando chi non si uniforma.
DA QUESTA DINAMICA SI PUO’ USCIRE
Dove c’è un sadico, mette però in guardia Mondaini, c’è anche un masochista: “La relazione è tale perché condivisa. In qualche modo il masochista suggerisce al sadico come esserlo, perché chi non si vuole bene agisce contro sé stesso.” Si può rimanere affascinati dal sadico e cadere nella sua rete manipolatoria. E’ proprio quello che succede quando, attaccati in rete, continuiamo a rispondere alzando i toni e contribuendo ad alimentare un circolo vizioso di polemica sterile e offensiva.
Uscire da questa dinamica tossica, per fortuna, è possibile: “E’ necessario far funzionare la mente e comprendere che non esistono solo il bianco ed il nero, che chi ci critica non è portatore di verità e non rappresenta altri che sé stesso. Dobbiamo interrompere questo controbattere violento, sottrarci alla contrapposizione e cercare nutrimento in altro tipo di relazione.”
Le conferme, in definitiva, non vanno rintracciate nell’apprezzamento degli altri, ma in sé stessi, attraverso un intenso lavoro di ascolto, di apertura all’indeterminatezza e di percezione di sé.
I CONSOLATORI DEL WEB
Accanto ai leoni da tastiera, sui social troviamo anche individui che di fronte ad una tragedia capitata ad estranei sembrano particolarmente empatici. Qual è il loro motore? “C’è chi è davvero portatore di partecipazione e consolazione, naturalmente. Se invece la motivazione non è questa, genuina, di solito le condoglianze rivolte nel web sublimano uno scongiuro alla morte ed una celebrazione per aver potuto conservare la propria vita, a differenza del malcapitato. Ci sono poi quelli che tendono a razionalizzare e smontare i motivi della tragedia dichiarando che grazie alla propria accortezza a loro quel misfatto non sarebbe mai potuto capitare: stanno evidentemente difendendosi dall’idea che la morte possa colpire chiunque – loro compresi – inaspettatamente ed irrazionalmente.”

