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Pidocchi, non si torna a scuola senza certificato: ma basta?

Alla nostra redazione sono arrivate alcune segnalazioni di classi di scuola dell’infanzia e primaria letteralmente infestate dai pidocchi. Bambini che continuano ad essere colpiti ciclicamente dal problema ma anche alunni che tornano in classe senza alcun certificato medico come invece prevede la norma. Ci occuperemo in modo un po’ più approfondito di un tema forse un poco sottovalutato dal sistema scolastico ma che crea una mole di problemi, anche di gestione quotidiana, alle famiglie. 

Le segnalazioni arrivate da diverse famiglie su casi di pediculosi gestiti senza il necessario certificato medico per il rientro in classe, dunque, hanno riacceso l’attenzione su un problema che, pur non essendo grave dal punto di vista sanitario, genera forte preoccupazione. L’assessore comunale alla scuola Marco Galateo interviene ricordando che le procedure non sono discrezionali, ma fissate con precisione dalla normativa nazionale.

Galateo chiarisce innanzitutto che “gli insegnanti non possono effettuare ispezioni sul capo dei bambini, essendo un atto di competenza sanitaria”. In caso di sospetto, la scuola informa la famiglia e invita a rivolgersi al pediatra, unico soggetto autorizzato alla diagnosi. «La conferma dell’infestazione e il certificato che attesta l’avvio del trattamento sono obbligatori per la riammissione», spiega l’assessore. L’obbligo deriva dalla Circolare del Ministero della Sanità n. 4 del 13 marzo 1998, ancora pienamente in vigore, che stabilisce «la restrizione della frequenza fino all’avvio di idoneo trattamento di disinfestazione, certificato dal medico curante». Le stesse indicazioni sono riportate anche nei materiali dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige, che ribadiscono la necessità del certificato medico come condizione per il rientro. Ora resta da capire come funziona l’attestazione di avviato trattamento: i pediatri si fanno bastare la comunicazione della famiglia? Nel caso il limite di protezione é decisamente blando..

Il bambino può tornare in classe già il giorno successivo al primo trattamento solo presentando la documentazione che attesta l’avvio della terapia. Qualora la scuola rilevi che non è stato eseguito un trattamento adeguato, è tenuta ad allontanare temporaneamente l’alunno per evitare nuovi contagi (non si capisce bene come possa fare visto che le “ispezioni non possono essere fatte dal personale scolastico”. Più o meno a sensazione). Se nella stessa classe si registrano più episodi, il dirigente scolastico è obbligato a segnalare la situazione al Servizio Igiene Pubblica, come previsto dalla normativa nazionale sulla sorveglianza delle malattie infettive e parassitarie. Cosa succeda in seguito alla segnalazione è dirimente ma sul tema attendiamo anche le indicazioni dell’Azienda Sanitaria. 

Resta il vincolo della privacy che impedisce alla scuola di diffondere informazioni sanitarie riconducibili ai singoli alunni. Ma, davanti alle preoccupazioni crescenti, Galateo riconosce la necessità di rafforzare chiarezza e controlli: «Le regole ci sono e vanno rispettate. Se necessario si può valutare un maggior coinvolgimento dei servizi sanitari per garantire una gestione più omogenea e tutelare l’intera comunità scolastica». Un tema che, con l’aumento dei casi segnalati, molte famiglie chiedono di affrontare con maggiore rigore, anche per evitare rientri in classe affidati alla sola autodichiarazione senza verifiche sanitarie formali. Forse un quadro normativo di 27 anni fa è un filo datato.

✍️ Alan Conti 

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