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Renneria e Puzzle: l’architettura altoatesina di Noa al vertice del mondo 

Dalla torre sorprendente di Tirana Puzzle al progetto urbano di Renneria, passando per il palcoscenico internazionale del World Architecture Festival di Miami. Lo studio altoatesino di architettura Noatorna dal WAF2025 con due progetti profondamente diversi per scala e contesto, ma legati da una visione comune sull’architettura contemporanea e sul futuro delle città. In questa intervista lo studio racconta cosa significa confrontarsi con i grandi temi della trasformazione urbana, dialogare con una committenza politica attenta e consapevole come quella albanese e, allo stesso tempo, portare avanti progetti complessi anche sul territorio altoatesino, tra riconoscimenti internazionali e iter politici ancora in corso. Ne parliamo con gli architetti Lukas Rungger e Andrea Dal Negro. 

Quest’anno avete portato al WAF2025 due progetti molto diversi tra loro (la torre di Tirana e il quartiere Renneria) ma accomunati dalla stessa visione contemporanea. Cosa ha significato per Noa essere presenti con un doppio progetto in un contesto internazionale di questo livello?

Il World Architecture Festival rappresenta un contesto di grande rilevanza internazionale, che abbiamo già avuto modo di conoscere partecipando alle edizioni di Singapore, Berlino, Amsterdam e Lisbona. Tornare al WAF di Miami con due progetti è stato per noi particolarmente significativo. Un aspetto che troviamo sempre molto interessante è il confronto che questo contesto genera: spesso ci presentiamo come una sorta di “underdog”, portando progetti che nascono in micro-territori e con una committenza che, in molti casi, ha ancora una dimensione familiare. Ci confrontiamo con realtà più urbanizzate e con clienti economicamente più potenti, ma è proprio in questo dialogo che emerge il valore dell’architettura come disciplina capace di superare scale e contesti, se l’idea progettuale è solida. Ciò che portiamo a casa è soprattutto una forte apertura verso il nuovo: la possibilità di osservare soluzioni progettuali sviluppate in contesti molto diversi dal nostro e di confrontarci con approcci e sensibilità provenienti da realtà lontane, che rappresentano sempre uno stimolo prezioso per il nostro lavoro.

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La torre di Tirana nasce da un dialogo diretto con il presidente dell’Albania Edi Rama. Com’è stato collaborare con una figura politica così attivamente coinvolta nel ripensare l’identità urbana del Paese?

Per noi ha rappresentato un approccio senza precedenti. Abbiamo subito capito che il premier è un vero appassionato e intenditore di architettura: i suoi riscontri sono sempre stati puntuali, precisi e profondamente consapevoli. Rama supervisiona personalmente tutti i progetti in sviluppo in Albania, con l’obiettivo di garantire la coerenza della visione e la qualità architettonica originaria lungo tutto l’iter di progetto. Grazie a una macchina burocratica più snella e alla sua diretta supervisione, l’intento architettonico iniziale non viene compromesso dalle esigenze tecniche, mantenendo sempre centrale il valore dei progetti nella trasformazione urbana del Paese.

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Qual è l’idea di città che guida il progetto della torre e quale ruolo vuole assumere nello skyline di Tirana?

La torre si inserisce in un quartiere in pieno sviluppo, dove accanto a case singole di uno o due piani stanno sorgendo edifici sempre più alti. Il progetto nasce dall’idea di inserirsi in questa nuova densità urbana partendo però dalla tipologia tipica della bassa densità: la casa con tetto a doppia falda. L’abbiamo reinterpretata e trasposta in verticale, raccontando una trasformazione che non annulla l’individualità e il senso di identità personale. Questo aspetto è particolarmente importante per Tirana, che dopo i decenni di regime comunista sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Il progetto cerca di preservare e valorizzare la dimensione dell’individuo anche in un contesto urbano più denso, creando un simbolo architettonico capace di rappresentare insieme la modernità della città e la memoria della sua storia.

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La torre è un progetto anche fortemente funzionale. Dove risiede l’innovazione principale?

Abbiamo lavorato molto sul rapporto tra forma e struttura, cercando di ottenere una composizione spaziale dinamica all’interno di una griglia strutturale regolare e razionale. La facciata esterna rivela un sistema articolato e apparentemente quasi caotico, che nasce però direttamente dall’organizzazione degli spazi interni. Non si tratta di elementi applicati, ma dell’espressione diretta della struttura spaziale dell’edificio. L’unico punto in cui la griglia si interrompe è nel “void”, il pezzo mancante del puzzle che attraversa l’edificio tra l’ottavo e l’undicesimo piano. Qui la struttura si adatta alla composizione architettonica, seguendo la forma dell’interruzione volumetrica.

Tirana sta vivendo una trasformazione urbanistica rapidissima. Che responsabilità comporta intervenire in un contesto così dinamico?

Avvertiamo un forte senso di responsabilità e consapevolezza, condiviso con tutti gli architetti internazionali coinvolti nei progetti in Albania. Il dialogo sulla mutazione del territorio è molto vivo, come dimostrato anche dal Bread & Heart Festival, a cui abbiamo partecipato lo scorso giugno, un momento di confronto diretto tra comunità internazionale e attori locali. È evidente una ricerca di identità diversa rispetto al passato: emerge un’architettura più varia, a tratti giocosa e irreverente, che rompe con l’austerità dell’epoca comunista e restituisce alla città nuove possibilità di espressione.

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Spostandoci su Renneria, come si progetta un nuovo pezzo di città?

Progettare un quartiere come Renneria significa lavorare con una scala completamente diversa rispetto a quella di un singolo edificio. L’obiettivo è creare un quartiere innovativo e di qualità, nel rispetto degli indici urbanistici, ma soprattutto capace di evolversi nel tempo. Lavoriamo con una visione guida chiara, ma anche con scenari flessibili, che possano adattarsi alle trasformazioni sociali ed economiche. Renneria è pensata come un microcosmo dinamico, un contesto vivo che cresce insieme alla comunità che lo abita.

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Il progetto Renneria è ancora in attesa di un pieno sostegno politico. Vi aspettavate un riscontro diverso?

Le autorità locali hanno riconosciuto la qualità architettonica del progetto. Siamo però consapevoli, insieme alla committenza, che è necessario attraversare l’intero iter politico e amministrativo prima di ottenere un pieno sostegno. Questo passaggio è sempre stato considerato parte integrante del processo.

Nonostante le differenze, esiste un filo rosso che lega Renneria e la torre di Tirana?

Entrambi i progetti condividono un approccio sperimentale, orientato a interpretare i bisogni futuri dei contesti urbani. In entrambi i casi cerchiamo di proporre soluzioni innovative per la vita in contesti a media-alta densità, evitando di replicare schemi obsoleti

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Guardando al futuro, su quali direzioni di ricerca si concentrerà Noa?

Mobilità e rapporto tra costruito e non costruito sono temi centrali del nostro lavoro. Studiamo come ridurre l’impatto del traffico e dell’inquinamento e come valorizzare ciò che rimane intatto, mitigando ciò che costruiamo. È una ricerca che continuerà a guidare i nostri progetti, con l’obiettivo di creare ambienti urbani più sostenibili ed equilibrati.

✍️ Alan Conti 

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