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Ma è vero che con il comunismo il bus era gratis?

L’affermazione dell’assessore provinciale Daniel Alfreider secondo cui in Alto Adige “i trasporti non saranno mai gratis perché qui non c’è il comunismo” ha acceso il dibattito politico. DAL punto di vista storico e fattuale, è corretto dire che nei Paesi comunisti i trasporti pubblici fossero gratuiti? Abbiamo verificato.

Nei sistemi comunisti e socialisti del Novecento –(dall’Unione Sovietica ai Paesi dell’Europa orientale, fino a Cuba e alla Cina maoista ) i trasporti pubblici erano considerati un servizio essenziale, parte integrante dell’organizzazione dello Stato. Tuttavia, questo non significa che fossero gratuiti nel senso stretto del termine.

Nella quasi totalità dei casi esisteva infatti un biglietto. Metro, autobus e tram si pagavano, anche se il prezzo era estremamente basso e rimaneva invariato per lunghi periodi, spesso per decenni. Il costo del biglietto non aveva una funzione economica reale, ma più che altro simbolica: non serviva a coprire le spese del servizio, che venivano sostenute direttamente dallo Stato attraverso il bilancio pubblico.

In Unione Sovietica, per esempio, il prezzo del trasporto urbano rappresentava una frazione minima del salario mensile e non seguiva logiche di mercato. In alcune città i controlli erano ridotti o inesistenti, rendendo l’accesso di fatto molto libero, ma formalmente il servizio non era gratuito. In altri contesti esistevano agevolazioni totali o parziali per categorie specifiche come studenti, lavoratori di grandi complessi industriali o militari, oppure per determinate tratte legate al lavoro. Dire quindi che “nel comunismo i trasporti erano gratis” non è storicamente corretto. È invece corretto affermare che il modello economico socialista non puntava alla sostenibilità finanziaria del servizio attraverso il pagamento dell’utente, ma a un’accessibilità universale garantita dallo Stato, finanziata indirettamente dall’intera economia pubblica. Che è qualcosa di più radicale dei sistemi che abbiamo noi ma non certo diametralmente opposto. 

Un elemento spesso trascurato nel dibattito è che anche oggi, nei Paesi a economia di mercato, i trasporti pubblici completamente gratuiti non sono davvero “gratis”. Il caso del Lussemburgo, così come le esperienze di alcune città francesi e tedesche, dimostra che la gratuità per l’utente finale viene compensata da un maggiore intervento della fiscalità generale. Il costo non scompare, ma viene redistribuito sull’intera collettività.

Alla luce di questi dati, l’affermazione dell’assessore Alfreider va interpretata più come una dichiarazione politica e ideologica che come una descrizione storicamente accurata. Il tema dei trasporti gratuiti non è legato in modo esclusivo al comunismo, ma a una scelta di politica pubblica: decidere se il servizio debba essere finanziato principalmente dagli utenti o dalla collettività attraverso le tasse. L’idea che nel comunismo i trasporti fossero gratuiti è comunque fuorviante. Erano pagati, ma fortemente sovvenzionati. La gratuità totale dei trasporti è una scelta possibile anche nelle economie di mercato e non è, di per sé, un indicatore di un sistema comunista.

✍️ Alan Conti 

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