Jacopo, musicista blogger bibliotecario: “Scrivo per il mio equilibrio”

E’ qualcosa più della rinuncia al posto fisso e di uno sguardo diverso su mondo liquido che abbiamo intorno. Qualcosa di più e qualcosa di diverso.

Il mondo attuale crea lavoro per i giovani o sono i giovani che si prendono con le unghie e i denti il lavoro nel mondo attuale? Probabilmente entrambe le cose. Anche qui liquide.

Abbiamo deciso di raccontare i ragazzi che lavorano gettando spesso il cuore oltre all’ostacolo delle passioni.

Abbiamo deciso di farlo lasciando parlare loro intervistati dalla nostra Alice Ravagnani che è lei stessa giovane e decisa ad arpionarsi il futuro che vuole.

Ce li racconta raccontandosi.

Oggi parola a Jacopo.

Jacopo Schiesaro, classe ’90, musicista, blogger e bibliotecario, ha studiato filosofia all’Università di Padova e si è fatto strada nel panorama musicale altoatesino, sia come rapper indie, sia come promotore di progetti volti ad arricchire il territorio bolzanino.

Filosofia e Rap: come è nata questa combinazione? 

“Ho sempre avuto uno stretto contatto con l’arte sin da bambino. Già alle elementari mi dilettavo nella scrittura di canzoni. Essendo cresciuto guardando il Festivalbar e ascoltando tutte le compilation italiane, sognavo di emulare la figura del cantautore. Figura che poi sono diventato, in realtà, anche se penso di aver cominciato ad ottenere risultati decenti solo da poco. Mi sono reso conto di essere davvero migliorato nel momento in cui ho iniziato a chiedere consigli e sono stato pronto ad accettare tutti gli input necessari. D’altronde, sono convinto ci sia sempre qualcosa da imparare. 

Per quanto riguarda il mio rapporto con la filosofia posso dire di aver iniziato a maturarlo durante la mia esperienza al Liceo Classico Carducci che è stata, a voler essere sinceri, un’esperienza tremenda con i docenti dal punto di vista umano. Ne sono uscito molto demoralizzato e abbattuto. Mi sentivo incapace di fare qualsiasi cosa e avevo l’autostima sotto ai piedi. Sono riusciti a farmi credere di non essere in grado di fare nulla, semplicemente perché nutrivo delle passioni esterne alla scuola. Questo, invece di essere considerato un pregio, veniva percepito come una carenza. Una distrazione da quelli che dovevano essere gli obiettivi scolastici che, secondo loro, avrei dovuto raggiungere. 

L’unica cosa che mi facesse star bene in quel periodo era la lettura, soprattutto di testi di autori noti nell’ambito della filosofia ed è stato così che ho scoperto di nutrire una vera e propria passione verso questa disciplina. Al quarto anno ho deciso di mollare la scuola e mi sono trasferito a Milano, dove ho continuato a studiare contrabbasso privatamente tramite il mio insegnante del Conservatorio di Bolzano che ha continuato a seguirmi anche da lontano.

Dopo un anno e mezzo, però, sono tornato a Bolzano. Mi sentivo perso: non avevo ancora trovato la mia strada e quindi ho provato a cercarne qualcuna. Ho fatto un anno e mezzo di Conservatorio ma ho capito quasi subito che si trattasse di un’esperienza non proprio adatta a quello che stavo cercando nella musica e, soprattutto, nel modo in cui sentivo di voler fare musica. Tuttavia, quel percorso mi è servito per capire cosa volessi davvero fare nella vita, ovvero studiare filosofia. Per riuscirci, però, ho dovuto prima frequentare un anno di scuola serale al Liceo Pertini ed ottenere il diploma. Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti davvero in gamba che, alla fine, sono riusciti ad aiutarmi a ritrovare me stesso e a farmi ricostruire almeno una parte della sicurezza che avevo perso negli anni di liceo. 

Forse valevo qualcosa dopotutto, no?”

 

Decisamente sì. L’esperienza universitaria è andata meglio? Sei riuscito a portare avanti anche il percorso musicale? 

“Beh all’università è andata molto bene sin da subito e questo mi ha un po’ sconvolto perché non riuscivo a crederci. Mi sono reso ancora di più conto delle ingiustizie a cui ero stato sottoposto al liceo e del fatto di aver passato quegli anni infernali, fatti di sofferenza e umiliazioni, per niente. Ho cercato però di vivere quella sensazione come uno stimolo e di dare sempre il massimo nel corso di tutta la durata dell’università.

In realtà, nel periodo in cui ho vissuto a Padova, sono rimasto un po’ bloccato con la musica. La città non offriva grandi stimoli dal punto di vista musicale e quindi l’ho messa un po’ da parte per concentrarmi sullo studio. Questa pausa però mi ha aiutato perché mi ha fatto poi ripartire da un punto più avanzato rispetto a quello a cui mi ero fermato. D’altronde, l’espressione artistica rappresenta anche dove sei nella vita in quel momento e quindi anche la tua capacità di raccontare ed esprimere un bisogno attraverso l’arte acquisirà una qualità diversa. 

Ho ripreso a far musica partecipando a qualche concerto, soprattutto a Milano, ed è per questo che ho deciso di tornare a Bolzano e provare ad organizzare anche lì progetti aperti a tutti. Lo scopo era quello di non creare un ambiente chiuso, ma aperto a chiunque volesse farne parte. Sono fermamente convinto che sia necessario dare spazio alle novità”

C’è un brano in particolare con cui senti di aver espresso al meglio ciò che la musica rappresenta per te? 

“La prima canzone che sapesse effettivamente di me e con cui sento sia partita la mia carriera musicale è Macchina, prodotta con Mattia Mariotti. Inoltre, l’album che butterò fuori quest’anno sarà proprio rappresentativo al 100%, ma in realtà anche il brano Confine, nato da una collaborazione con Thomas Traversa, sento possa rappresentarmi e rappresentare tutti gli input musicali nuovi che ho avuto nel momento in cui ho incontrato lo stesso Thomas. Per me è stato lui a rappresentare una svolta dal punto di vista musicale, perché prima di incontrarlo avevo addirittura pensato di mollare. Thomas mi ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano tutto e di riiniziare a giocare, sperimentare e divertirmi facendo musica, oltre a ricordarmi cosa rappresenti per me, ossia un modo per ritrovarmi. Nella vita, infatti, tendo a perdermi in continuazione. Mi sento spesso fuori luogo ed è solo nella musica che riesco a ritrovare me stesso, a sentirmi per un attimo in un posto tutto mio e a recuperare la forza necessaria per affrontare le difficoltà.

Tuttavia, questi anni di insicurezze sono difficili da cancellare e si vedono chiaramente quando devo salire sul palcoscenico, dove mi sento sempre sotto esame. Ho paura di non essere capace e, nonostante stia facendo una cosa che amo, mi rendo conto di non riuscire a viverla con serenità. La cosa positiva è che poi, dopo un po’, riesco a lasciarmi andare e godermela davvero. Insomma, almeno una gioia!”

Come è nata l’idea del blog?

“Nasce tutto dalla mia passione per la scrittura che credi stia alla base di tutto, anche nella musica. Infatti, l’ho sempre intesa come un’ occasione per parlare di determinate tematiche sociali ed è stato così che ho iniziato a lavorare anche a questo blog che ha il format di un romanzo da cellulare.

La musica ha sicuramente contribuito ad implementare la capacità di tradurre le emozioni e riuscire a comunicarle attraverso la scrittura. In questo senso, posso dire che la musica e il blog siano abbastanza in relazione tra loro. Ma non è tutto, il blog nasce per raccontare una realtà di Bolzano su cui avevo l’urgenza di far luce.

Spesso si ha la percezione che determinate situazioni a Bolzano non accadano, ma non è così. Ho deciso di prendermi la responsabilità di parlare di determinate tematiche delicate (droghe, violenza, etc…) perché, dal mio punto di vista, è necessaria una sensibilizzazione. Volevo raccontare la sofferenza che caratterizza la crescita e la vita di praticamente ciascuno di noi, situazione di cui purtroppo non si parla perché mette a disagio

La storia gira attorno a quattro personaggi principali, romanzando esperienze che ho realmente vissuto e facendo vedere come questi personaggi abbiano affrontato situazioni di estrema difficoltà, riuscendo però ad uscirne grazie ad un qualcosa che poi succederà nel corso del romanzo (ALLARME SPOILER). Questo qualcosa altro non è che un percorso di psicoterapia, perché la salute mentale è fondamentale. Ci si può salvare da una situazione di disagio, ma la terapia è necessaria e non c’è niente di cui vergognarsi. Parlarne fa capire di essere meno soli, diminuisce la convinzione che non si possa uscire da queste situazioni e allontana dall’idea che l’unica possibilità sia resistere fino a quando non ce la si fa più e si arrivi a togliersi la vita, o a fare del male a qualcun altro. All’inizio ero molto preoccupato di come il pubblico avrebbe potuto reagire ma con mia grande sorpresa ho ricevuto un sacco di feedback positivi, tanto che mi è persino stato chiesto di creare uno spettacolo basato sulla mia storia. Non ci potevo credere”

Foto di Giada Tuffanelli

Nutri qualche paura o speranza particolare per il tuo futuro?

“Alice, che ti devo dire, io ho paura di tutto! Ma ciò non significa che viva nella paura, quindi diciamo che, più che avere paura di qualcosa, tendo a vivere in relazione con essa. Questo, però, è un po’ quello che mi tiene all’erta visto che in passato meno paura avevo e più casini combinavo nella mia vita. La mia speranza con questo progetto è quella di poter dare un contributo a Bolzano, abbattendo dei tabù e sperando di essere seguito da molte altre persone che decidano di esporsi anche loro per provare a cambiare le cose, tutti assieme. A volte basta anche solo un segnale da uno sconosciuto per aiutare qualcuno che sta soffrendo e salvargli letteralmente la vita.

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