ADHD, quando padre e figlio condividono la stessa diagnosi
I primi segnali, il percorso della diagnosi e le strategie da adattare continuamente per costruire la normalità. Silvia (nome di fantasia) racconta la propria vita da moglie e madre di ADHD
“Quando la maestra di mio figlio, che frequentava la seconda elementare, ha intercettato in lui tratti corrispondenti al deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e ha suggerito di approfondire, faticavamo a darle credito. Attribuivamo quei comportamenti al fatto che il nostro bambino fosse ancora piccolo, e ci rassicurava il fatto che condividesse queste caratteristiche con noi genitori. Salvo poi scoprire che anche mio marito presentava la stessa neurodivergenza”.
Messe da parte le remore, Silvia (nome di fantasia) e la sua famiglia hanno accompagnato il bimbo in un percorso di diagnosi i cui tempi si sono dilatati a causa dell’attesa di circa otto mesi che ha preceduto l’inizio delle indagini: “Tre sessioni di test hanno confermato l’ADHD. Comunemente si pensa che questa neuroatipicità comporti la mancanza assoluta di attenzione e che sia sempre correlata all’iperattività. Questi sono falsi miti da sfatare, che possono rendere più difficile per i genitori notare i comportamenti sintomatici. Il difficile, per il soggetto ADHD, è regolare il livello di attenzione, che può essere da completamente assente a fin troppo elevato, a seconda del momento e dell’interesse”.
Silvia continua: “Volevamo capire se mio figlio fosse l’unico con quel tratto, e così tutta la famiglia si è sottoposta ad indagini. È risultato che mio marito fosse anche lui ADHD. Siamo stati fortunati, perché a Bolzano ha sede l’ambulatorio specializzato per gli adulti, fiore all’occhiello della nostra sanità”.

Nonostante negli ultimi anni la consapevolezza e la comprensione dell’ADHD stiano crescendo, resta la tendenza a bollare il bambino particolarmente vivace o disattento come maleducato, senza porsi troppe domande. La sensibilità della scuola, dei genitori e un supporto professionale mirato sono cruciali per riconoscere la neurodivergenza e fornire al soggetto e alla sua famiglia gli strumenti per affrontarla in un clima sereno.
DOPO LA DIAGNOSI: BAMBINI E SOGGETTI ADULTI
Per i soggetti divenuti adulti senza diagnosi, le difficoltà sono quelle collegate alle attività quotidiane: “Con mio marito mi confronto spesso con la paralisi delle funzioni esecutive: l’impossibilità di affrontare un compito complicato dividendolo in fasi, rispettando un tempo limite, oltre alla difficoltà estrema nel creare delle routine. L’ADHD può sentirsi sopraffatto e riuscire a portare a termine l’incarico solo a patto di molta ansia. L’aiuto professionale serve a individuare le strategie che rendono i doveri – piccoli o grandi che siano – affrontabili per i soggetti neurodivergenti, che spesso, tra l’altro, sono molto creativi. Quando la diagnosi arriva è possibile migliorare significativamente la qualità della vita”.
E nei bambini?
“Le prospettive per un bambino diagnosticato con ADHD dipendono dalla gravità del disturbo e dal supporto ricevuto a scuola. Un approccio personalizzato, con pause frequenti e attività in piccoli gruppi, può fare la differenza. Il cervello matura e se si sono apprese le giuste strategie, la vita da adulti è molto più semplice”, conclude Silvia.

Le giornate tipiche di una famiglia con membri ADHD sono spesso in salita: “I ritmi circadiani sono diversi: tendono a rimanere in piedi fino a tardi e faticano a svegliarsi al mattino. Questo significa lotte giornaliere per andare a scuola, ma anche per svolgere attività usuali . Uscire di casa per fare una commissione e poi lasciare questo luogo per rientrare alla propria residenza, può essere un grande stress per l’ADHD che, quindi, vi si oppone fermamente”.
LA VITA QUOTIDIANA CON LA NEURODIVERGENZA
Anche la gestione dei compiti a casa nasconde le sue insidie. I bambini con ADHD necessitano della presenza e del supporto costante di un adulto, poiché trovano difficile gestire le attività da soli. Questa necessità di vicinanza e supporto si riflette anche negli adulti con ADHD, che spesso si sentono soverchiati dalle attività quotidiane e hanno bisogno dell’aiuto di qualcuno per mantenere la concentrazione.
Infine, c’è il tema della consapevolezza: “Il soggetto ADHD si rende conto di ragionare diversamente dagli altri e delle proprie difficoltà. Soprattutto per gli adulti, il cammino verso la diagnosi è irto di ostacoli. E anche chi condivide la propria vita con chi ha uno sviluppo neurologico atipico – quindi il resto della famiglia- deve fronteggiare parecchie complicazioni”.
Si stima che il 3% della popolazione sia ADHD. Le donne sono le meno diagnosticate: la loro iperattività è soprattutto mentale e la mancanza della componente fisica diventa un ostacolo al riconoscimento della neuro-divergenza.

