Parliamo di quanto siamo soli
“Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari
Nel cercare il tema perfetto di cui discutere questa settimana, sono rimasta incuriosita da una puntata di un podcast che aveva come argomento principale la l#solitudine. Si è parlato tanto di emergenza sociale, di statistiche, di un range di persone che non comprende più soltanto adulti in età avanzata ma anche giovani adolescenti sempre più soli. Si è parlato anche di cause, tra le quali spicca l’era tecnologica in cui viviamo e la predilezione di alcuni della vita virtuale, e di conseguenze sulla società moderna, sempre più impegnata a cercare una soluzione al problema. Ad esempio nel 2018 l’Inghilterra ha deciso di istituire il Ministero della solitudine, dando così una risposta istituzionale ad un problema che negli anni ha assunto una portata gigantesca, capace di intaccare persino la #salute di coloro che ne soffrono: alcuni studi hanno dimostrato che il danno causato dall’isolamento sociale, l’obesità e dal fumo di 15 sigarette al giorno è lo stesso. A seguito di queste considerazioni, la società ha deciso di intervenire per preservare se stessa.
La nascita del Ministero della solitudine è stata preceduta da due anni di studio del tema da parte della Commissione on Loneliness, la quale si è occupata di capire in che misura i britannici si sentano soli e a quali strumenti facciano ricorso per fronteggiare il problema: è emerso così che poco più di mezzo milione di persone in Inghilterra dichiara di passare intere settimane senza interazioni con il mondo esterno. I dati diventano ancora più preoccupanti se si guarda alla fascia di popolazione degli over 65, dove la metà ritiene di avere soltanto la televisione o un animale domestico con il quale interagire. C’è addirittura chi si rivolge al #medico di base soltanto per ricercarne la compagnia, non avendo nessun’altra persona vicino.
Insomma, che se ne dica la società è ben consapevole del problema e cerca in tutti i modi di trovare gli strumenti più adatti per far sentire gli individui meno #soli, anche quando questo richiede degli interventi di tipo istituzionale.
Leggendo però questa frase di Buzzati, che fa della solitudine della vita non tanto l’essere soli in sé ma il sentirsi soli nel proprio dolore, mi sono chiesta se alla fine abbiamo davvero così tanto bisogno dell’altro per vivere.
Se soffriamo da soli perchè gli altri non possono raggiungerci, che conforto traiamo dall’essere in #compagnia?
Non è forse ancora più doloroso rendersi conto che, per quanto la società provi ad esserci per noi, quello che sentiamo e proviamo rimane confinato nel nostro essere, senza poter uscire all’esterno nella sua interezza ed essere compreso appieno da chi ci sta intorno?
Questa riflessione diventa ancora più significativa nel momento in cui ci interroghiamo sul ruolo che abbiamo nei confronti delle persone che amiamo, coloro che vorremmo vedere sempre stare bene e delle quali ci preoccupiamo particolarmente di comprendere la sofferenza e il dolore.
Nei miei anni di terapia, il tema è sempre stato ricorrente. Ho sempre concepito l’amore e l’amicizia come legami che hanno alla base un #ascolto attivo e una comprensione profonda delle emozioni dell’altro. Quando mi è capitato di vedere chi amo soffrire senza che potessi interiorizzare il suo dolore al punto da sentirlo sulla mia pelle, la mia presenza mi è parsa inutile, quasi disturbante per la persona che avevo davanti.
“Se non posso aiutarla, a che cosa le servo?”, una domanda che nelle mie sedute ho posto con una certa frequenza, soprattutto negli ultimi mesi.
Domanda che forse Buzzati, nello scrivere “il deserto dei Tartari”, avrebbe voluto che i personaggi si ponessero nei confronti del protagonista, rimasto solo con il suo fardello emotivo senza che potessero avervi accesso.
Senza gli altri, siamo privi di una nostra identità. La nostra esistenza è riconosciuta all’interno di modelli identitari che vengono validati dalla nostra comunità di riferimento, unica in grado di farci sentire parte di qualcosa che ci fa esistere.
Per questo la società fa di tutto per preservare quel senso di comunità che non ci capisce a pieno ma del quale abbiamo bisogno: se questo viene meno, non siamo più legittimati nel nostro essere qui ed ora parte del mondo che abitiamo.
Nelle cose che sentiamo e proviamo, ci sentiamo unici: non siamo in grado di trovare una netta corrispondenza tra le nostre emozioni e quelle di qualcun altro, per quanto simili possano essere. Attraverso il #linguaggio diamo forma a quello che sentiamo e lo rendiamo accessibile a chi ci sta intorno, con la consapevolezza però che quello che restituiamo all’esterno è solo una minima parte di quello che abbiamo dentro, una parte resa comprensibile a chi viene a contatto con essa. Spesso anche quella semplice interazione in cui ci sentiamo capiti e compresi, anche se non nella totalità di quello che proviamo, ci dà conforto: l’altro, senza aver avuto accesso al nostro intero bagaglio emotivo, ha sentito quello che stiamo provando e ci ha alleggerito un po’ del peso di qualcosa che alberga all’interno di noi stessi. Se non potessimo “buttare fuori” tutto quello che ci fa soffrire o che ci dà preoccupazione, le nostre sensazioni peserebbero come macigni sul nostro spirito.
Dove ci sono gli altri, ci siamo noi. Siamo legati al resto del mondo da un rapporto di incomprensione perenne, dove il solo sapere di non essere soli a vivere quotidianamente delle battaglie interiori ci fa sentire validati ed esistenti. Per quanto l’oggetto di queste battaglie personali sia destinato a rimanere sconosciuto all’esterno.
Ci riconosciamo negli altri per quanto riguarda le nostre caratteristiche personali, gli ideali che muovono il nostro agire, la concezione delle cose in un determinato luogo e tempo: anche quando la nostra interiorità gli è preclusa, chi ci sta intorno si specchia in noi stessi e guardandoci ci permette a nostra volta di vederci di riflesso per ciò che siamo.
Non è più una stanza piena di gente dove la presenza degli altri che non possono né sentirci nè farsi sentire da noi ci rende soli, quanto piuttosto una realtà dove il solo sforzo dell’altro di raggiungerci, per quanto impossibile, ci fa sentire desiderati, oggetto di una #comprensione irrealizzabile che però ci avvalora e ci ricorda che esistiamo perchè qualcuno ci vede esistere.
La comunità vuole che facciamo parte di essa, anche se è consapevole che una parte di noi le rimarrà preclusa. D’altra parte, abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa di più grande che ci permetta di riconoscerci e di meglio comprendere la nostra interiorità, per sempre nascosta all’occhio esterno ma concepibile da noi stessi solo attraverso i costrutti che gli altri ci hanno permesso di creare.
Buzzati forse ha ragione per metà: a prescindere dalla significazione che gli altri danno alla nostra esistenza e realtà, le emozioni umane non possono essere sentite nella loro autenticità se non da chi le prova in prima persona. Ma in questo la comunità non rimane inerme accettando di vedersi la strada verso l’interiorità dell’individuo sbarrata per sempre quanto, piuttosto, fornisce strumenti e supporto ai membri della stessa: solo loro sapranno in che modo servirsi dell’aiuto che la comunità presta loro in fede.
Caro Buzzati, essere soli nelle proprie #emozioni è inevitabile. Ciò che è evitabile è dare agli altri l’impressione di essere ancora più soli.
Una cura alla solitudine della vita c’è eccome: la volontà, seppur destinata a non sortire l’effetto sperato, di esserci per chi soffre per qualcosa che non possiamo conoscere.
E forse quella frustrazione che proviamo nel non poterci immedesimare completamente nel dolore dell’altro è essa stessa comprensione, qualcosa che si può condividere e che dà l’impressione che a soffrire siamo sempre in due quando qualcuno ci ama.
✍️ Benedetta Conti

