L’amministrazione che schiaccia i musei
Nel 2025 i musei dell’Alto Adige hanno registrato 1,59 milioni di ingressi, segnando un calo del 7,5%rispetto all’anno precedente. È il dato che salta subito all’occhio nella rilevazione ASTAT, ma che da solo non basta a raccontare lo stato di salute del settore museale provinciale. Dietro alla flessione dei visitatori si nasconde infatti una radiografia economica e organizzativa che mette in luce alcune fragilità strutturali, ma anche risorse spesso invisibili che tengono in piedi il sistema.
Una parte significativa degli accessi, il 14,6%, avviene gratuitamente, confermando il ruolo pubblico e culturale dei musei oltre la dimensione puramente turistica. Dal punto di vista delle tipologie, i musei archeologici concentrano 366.134 ingressi, pari al 22% del totale, mentre i musei ospitati nei castelli ne raccolgono 201.897, ovvero il 16%. Numeri che confermano l’attrattività del patrimonio storico e identitario del territorio, anche se non sufficienti a compensare il calo complessivo. Il dato forse più significativo riguarda però l’attività “dietro le quinte”. Il 42% del patrimonio storico-artisticoè stato utilizzato nel 2025 per attività scientifiche e di ricerca, segnale di un sistema museale che non si limita all’esposizione, ma lavora anche sulla produzione di conoscenza. Un impegno che si regge in larga parte sulle persone e sulla loro disponibilità: 1.180 gli addetti complessivi, di cui ben il 32% volontari. Senza questo contributo gratuito e continuativo, molti musei si troverebbero oggi in seria difficoltà operativa.
Anche la struttura delle entrate racconta una forte dipendenza dalla mano pubblica. I contributi pubblici rappresentano infatti il 36,4% delle risorse, seguiti dalle entrate da biglietti e visite con il 32,3%. Molto più marginali le voci legate alla capacità di autofinanziamento: vendita di oggetti, diritti di riproduzione, bar e ristorazione si fermano al 9,9%, mentre le sponsorizzazioni pesano appena il 2%. Un dato che evidenzia quanto il rapporto con il mondo privato sia ancora poco sviluppato e strutturalmente debole. Sul fronte dei costi emerge un altro elemento critico. Quasi la metà della spesa complessiva, il 47%, è assorbita dalla gestione amministrativa. Seguono le spese per acquisti al 15%, i lavori di restauro al 9% e le spese di marketing, che si fermano al 7%. Ancora più ridotta la quota destinata a didattica, ricerca e collaborazioni, pari al 6%. Una distribuzione che solleva interrogativi sull’efficienza delle procedure e sulla capacità dei musei di investire in comunicazione, innovazione e sviluppo dei pubblici.
Il quadro che emerge dai dati ASTAT è quello di un sistema che funziona, ma sotto pressione. Snellire i processi amministrativi potrebbe liberare risorse preziose da destinare alla promozione, alla ricerca e alla progettualità culturale, rafforzando la capacità dei musei di attrarre pubblico, sponsor e nuove collaborazioni. In un contesto di visitatori in lieve calo, il futuro del settore passa anche da qui: meno burocrazia, più racconto, più visione.
✍️ Alan Conti

