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Da Bolzano a Londra in bici per le cure palliative pediatriche

Un viaggio in bicicletta da Bolzano a Londra. Quattordici giorni, sette Paesi, 1.700 chilometri di fatica, coraggio e speranza. Non per un record sportivo, non per una sfida personale fine a sé stessa ma per dare voce a chi ogni giorno affronta prove ben più dure: bambini e ragazzi colpiti da malattie gravi e inguaribili.  Sabato 30 agosto alle ore 9.00 a  partire sarà Jasmin Franceschini, 27 anni, altoatesina appassionata di ciclismo, che ha deciso di trasformare la sua passione in un progetto benefico a favore di MOMO – Associazione per le Cure Palliative Pediatriche in Alto Adige. L’arrivo è previsto il 12 settembre a Londra, meta simbolica perché lì si trova lo Shooting Star Children’s Hospice, il primo hospice pediatrico moderno fondato in Europa. Il tutto abbinato a una raccolta fondi online e con la possibilità, sabato, di percorrere i primi chilometri assieme a lei. 

Jasmin, cominciamo dall’inizio: come è nata questa idea di pedalare fino a Londra?

«Andare in bici è una mia grande passione che ho rafforzato negli ultimi due anni. Ogni volta che salgo in sella provo una sensazione incredibile di libertà, quasi come se il mondo intorno diventasse più leggero. Però quella stessa sensazione mi ha portata a riflettere: quanto spesso diamo per scontata la salute? Pedalare, correre, muoversi senza dolore non è qualcosa di garantito. È un privilegio, un dono che non tutti hanno. Da questa consapevolezza è nata la voglia di fare qualcosa di concreto: mettere la mia passione al servizio di chi vive condizioni di sofferenza quotidiana. Così è nata la #rideforMOMO Challenge».

Perché proprio MOMO?

«Perché rappresenta esattamente i valori in cui credo. Il team di cure palliative pediatriche in stretta collaborazione con MOMO sostiene in Alto Adige circa 200 bambini e ragazzi che affrontano malattie inguaribili o che riducono drammaticamente la loro aspettativa di vita. L’associazione è un punto di riferimento per loro e per le famiglie, che spesso vivono in solitudine un dolore enorme . MOMO, proprio come la protagonista del romanzo di Michael Ende da cui prende il nome, ascolta, accompagna, si mette accanto a chi ha bisogno con delicatezza e forza insieme. E lo fa garantendo terapie, supporto psicologico, assistenza domiciliare, ma anche piccoli grandi momenti di felicità e normalità. Credo sia un lavoro straordinario che merita di essere conosciuto e sostenuto».

Il percorso che hai scelto non è semplice: 1.700 chilometri in 14 giorni. Come lo hai pianificato?

«Ho deciso di partire il 30 agosto da Bolzano e di percorrere circa 120 chilometri al giorno, attraversando sette Paesi europei. Il mio obiettivo è arrivare a Londra il 12 settembre. Ogni tappa sarà una sfida, perché ci saranno salite dure, condizioni meteo imprevedibili e la stanchezza che inevitabilmente si accumulerà. Ma so anche che ogni pedalata sarà carica di senso, perché non lo faccio solo per me. L’arrivo allo Shooting Star Children’s Hospice sarà il coronamento di questo viaggio: lì, dove è nata la storia delle cure palliative pediatriche, voglio portare il messaggio di speranza che parte dall’Alto Adige».

Cosa speri arrivi alle persone che ti seguiranno in questa avventura?

«Spero che arrivi l’idea che la salute non è scontata e che possiamo tutti fare la differenza. A volte basta poco: una donazione, un gesto di solidarietà, anche solo condividere una storia che valga la pena raccontare. Ogni contributo significa aiutare concretamente un bambino o una famiglia. Il mio sogno è che chi mi seguirà sui social durante il viaggio senta di farne parte, che non sia solo la mia sfida, ma un percorso collettivo per portare luce e calore dove ce n’è più bisogno».

Entriamo nel dettaglio: come verranno utilizzate le donazioni raccolte con la tua sfida?

«Il 100% delle donazioni andrà a MOMO. Saranno usate per finanziare terapie fondamentali come la terapia del dolore, la fisioterapia, l’ergoterapia e la psicoterapia; per fornire ausili specializzati come sedie a rotelle o apparecchi per l’ossigeno; per sostenere le famiglie con spese extra legate all’assistenza; per organizzare momenti di svago e persino per realizzare desideri speciali dei bambini. Sono piccole grandi cose che migliorano la qualità della vita e portano conforto nei momenti più difficili. Credo che non ci sia investimento più prezioso».

Ti senti pronta fisicamente e mentalmente ad affrontare due settimane così intense?

«So che sarà durissima. Non mi faccio illusioni: ci saranno giornate di pioggia, strade infinite, salite interminabili e inevitabili momenti di sconforto. Ma il mio pensiero andrà sempre a quei bambini e alle loro famiglie. Loro affrontano ogni giorno sfide molto più grandi delle mie. In confronto, la mia fatica è nulla. È questo che mi motiverà a spingere sui pedali anche quando sembrerà impossibile. Comunque mi sono allenata duramente in queste settimane. Tanta bici, tanti chilometri e gambe pronte. Dal punto di vista mentale mi è stato utile il viaggio in Norvegia alle Lofoten. Ora nei giorni prima della partenza c’è un po’ di emozione: ho costruito questo progetto nei dettagli con mia mamma Karin Weber (che lavora come infermiera pediatrica presso il team di cure palliative pediatriche) e ora sta arrivando davvero».

C’è un’immagine che ti porti già dentro e che ti piacerebbe vivere all’arrivo?

«Sì. Mi immagino l’arrivo a Londra davanti all’hospice, con la consapevolezza di aver portato con me un pezzo di Alto Adige e tante persone che mi hanno sostenuta da lontano. Spero di poter guardare indietro e dire: non è stata solo una pedalata, ma un viaggio di senso, un modo per accendere speranza».

Come possono le persone seguire il tuo percorso e partecipare alla raccolta fondi?

«Ho aperto il profilo Instagram @jazz_gravelbliss dove racconterò in diretta il viaggio, giorno dopo giorno, con foto, video e aggiornamenti. Sul sito dell’Associazione MOMO ci sono tutte le informazioni per le donazioni. Ogni euro, lo ribadisco, farà la differenza. Mi piacerebbe che chi dona o chi semplicemente mi segue senta che sta pedalando insieme a me».

✍️ Alan Conti 

📸 Daniel Kilian 

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