La comunità di Unchosen esiste davvero?
Da quando la serie Unchosen è arrivata su Netflix, una delle domande più frequenti degli spettatori è sempre la stessa: la misteriosa Fellowship of the Divine è ispirata a una comunità realmente esistente?
La risposta è sì, ma solo in parte. Gli autori hanno infatti chiarito che la congregazione al centro della serie è completamente immaginaria e nasce dalla fusione di testimonianze, studi e caratteristiche appartenenti a diversi gruppi religiosi. Non è quindi il ritratto fedele di una singola realtà, bensì un mosaico costruito per raccontare le dinamiche dei culti ad alto controllo.
Tra le ispirazioni più evidenti c’è il Bruderhof, movimento cristiano anabattista fondato in Germania nel 1920. Oggi conta diverse comunità sparse tra Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Sud America. Qui i membri vivono insieme, condividono gran parte dei beni, lavorano per la comunità e conducono una vita semplice, ispirata al Vangelo e al pacifismo. È soprattutto l’estetica di Unchosen a ricordare il Bruderhof: gli abiti sobri, il lavoro collettivo, i pasti condivisi e la quotidianità scandita dalla vita comunitaria.
Diverso è il caso della Plymouth Brethren Christian Church (PBCC), conosciuta anche come Exclusive Brethren. In questo caso non esistono villaggi condivisi: le famiglie vivono nelle proprie abitazioni e svolgono attività lavorative autonome. A colpire, però, sono alcune dinamiche raccontate da numerosi ex membri, come il forte controllo interno, l’isolamento dal mondo esterno, l’autorità religiosa molto marcata e la pratica dello shunning, cioè l’allontanamento sociale di chi lascia la comunità. Sono proprio questi aspetti che molti spettatori hanno ritrovato nella serie, anche se la PBCC ha sempre negato di essere stata il modello di riferimento.
Anche il simbolismo contribuisce a rendere Unchosen ancora più affascinante. Il pesce ricorrente nella serie richiama l’antico Ichthys, il simbolo utilizzato dai primi cristiani come segno di riconoscimento. Nel racconto di Netflix, però, quel simbolo assume un significato più ambiguo: rappresenta una fede che, anziché liberare, può diventare uno strumento di controllo quando viene manipolata dal potere. Qui c’è il cuore di Unchosen. La serie non sembra voler puntare il dito contro una specifica confessione religiosa, ma raccontare un meccanismo universale: come il bisogno di appartenenza, la ricerca di una guida e l’uso distorto della spiritualità possano trasformarsi in strumenti di manipolazione. Un tema che rende la storia inquietante, attuale e che spiega perché tanti spettatori abbiano cercato di riconoscere, dietro la finzione, frammenti di realtà.
✍️ Alan Conti

