Ma ha senso fermare tutto per due settimane?
Non sono le ferie il problema, naturalmente. Riposare è necessario per la salute, il benessere e perfino per la produttività dei lavoratori. La domanda, semmai, è un’altra: ha ancora senso che buona parte dell’Italia si fermi quasi contemporaneamente nelle due settimane centrali di agosto?
Imprese chiuse, uffici che lavorano a ranghi ridotti, fornitori irraggiungibili, strade congestionate e località turistiche prese d’assalto. Ogni estate si ripete lo stesso copione, con milioni di italiani che concentrano partenze e rientri attorno a Ferragosto. Una consuetudine profondamente radicata che, osservata attraverso i dati, mostra però numerose inefficienze. Secondo Eurostat, nel 2024 gli italiani hanno concentrato nei mesi di luglio e agosto il 56% di tutte le notti trascorse in viaggio durante l’anno. Una quota superata nell’Unione europea soltanto dalla Grecia. Nel solo mese di agosto è stato effettuato il 23% dei viaggi annuali dei residenti italiani. In alcune regioni la stagionalità è ancora più accentuata: luglio e agosto arrivano a raccogliere insieme il 59% delle presenze turistiche annuali. Questo significa sovraffollamento, servizi sotto pressione e prezzi elevati durante il picco, ai quali fanno da contraltare strutture semivuote e lavoratori stagionali senza continuità nei mesi successivi.
L’Ocse considera l’eccessiva concentrazione della domanda turistica un problema economico e di sostenibilità. Durante i periodi di punta vengono messe a dura prova infrastrutture, trasporti, servizi pubblici e comunità locali. Nel resto dell’anno, invece, una parte consistente della capacità ricettiva rimane inutilizzata, rendendo meno stabili occupazione e ricavi.
Il risultato è un paradosso. Alberghi, campeggi, stabilimenti balneari, compagnie di trasporto e attività commerciali devono dimensionarsi per affrontare poche settimane di domanda eccezionale, pur dovendo sostenere investimenti e costi fissi per tutto l’anno. L Contemporaneamente, le famiglie sono costrette a contendersi la stessa offerta di voli, traghetti, camere e case vacanza, con inevitabili ripercussioni sui prezzi. Anche sul fronte dei trasporti la concentrazione delle partenze produce conseguenze facilmente osservabili. Autostrade affollate, treni completi, aeroporti e porti congestionati rappresentano il risultato di una domanda compressa nello stesso intervallo temporale. Gli studi economici sulla congestione individuano tra i principali costi il tempo perso, il carburante consumato inutilmente, l’inquinamento e i ritardi che coinvolgono anche la movimentazione delle merci.
Esiste poi il capitolo della produzione. L’Istat riconosce che l’attività industriale italiana registra ad agosto una brusca diminuzione dovuta alla chiusura per ferie di molte aziende. L’effetto è talmente ricorrente da dover essere corretto statisticamente per poter interpretare correttamente l’andamento della produzione. Questo non significa, però, che ogni giornata di chiusura si traduca automaticamente in una perdita equivalente di prodotto interno lordo. Una parte dell’attività viene anticipata a luglio o recuperata a settembre, mentre numerosi stabilimenti sfruttano la pausa per effettuare manutenzioni difficilmente compatibili con la normale produzione.
Il punto critico è, ancora una volta, la simultaneità. Quando nello stesso momento chiudono aziende, fornitori, consulenti, uffici e servizi, si interrompono intere catene operative. Anche chi vorrebbe proseguire l’attività può trovarsi nell’impossibilità di farlo perché manca un componente, un’autorizzazione, una consegna o semplicemente un interlocutore. Nel frattempo i costi fissi continuano a maturare e i mercati internazionali, che non necessariamente osservano la pausa italiana, continuano a funzionare.
Il modello potrebbe essere ripensato senza mettere in discussione il diritto alle ferie. Una maggiore distribuzione delle vacanze aziendali, insieme a calendari scolastici differenziati territorialmente, permetterebbe di allungare la stagione turistica, ridurre i picchi di traffico e attenuare gli sbalzi dei prezzi. In Germania, per esempio, le vacanze scolastiche estive vengono scaglionate tra i diversi Länder anche con l’obiettivo di evitare che milioni di famiglie si mettano in viaggio contemporaneamente. Il principio non è lavorare di più, ma utilizzare meglio il tempo, i servizi e le infrastrutture disponibili. Quindi no, non è vero “che i tedeschi sono sempre in vacanza” come da vulgata popolare ma è vero che c’è quasi sempre qualche zona in Germania che ha vacanza. Ed è più sostenibile e furbo.
Distribuire maggiormente le ferie tra giugno, luglio, agosto e settembre potrebbe assicurare alle imprese turistiche ricavi più regolari, ai lavoratori stagionali contratti più lunghi e alle famiglie una scelta più ampia a prezzi meno estremi. Sul versante produttivo consentirebbe invece di garantire una continuità minima nelle aziende e negli uffici, evitando che per due settimane anche una pratica semplice diventi impossibile da completare.Ferragosto rimarrebbe una festività e un momento centrale dell’estate italiana. A essere superata potrebbe essere l’idea che, per celebrarlo, un intero Paese debba necessariamente partire, arrivare e fermarsi nello stesso momento.
Sarebbe anche ora.
✍️ Alan Conti

