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Crisi della casa, la Spagna si infiamma… e l’Alto Adige?

Affitti, turismo e difficoltà dei residenti avvicinano due territori diversi. Ma il disagio assume forme politiche differenti: mobilitazione collettiva da una parte, sfiducia e rinunce meno visibili dall’altra.

La distanza fra Madrid e Bolzano si può misurare anche nel rumore. In Spagna la crisi abitativa riempie le piazze e arriva a precipitare gli equilibri parlamentari. In Alto Adige attraversa i bilanci familiari, condiziona le scelte dei giovani e alimenta il malcontento, senza assumere una visibilità paragonabile. Una differenza che merita attenzione: la dimensione di una protesta non coincide necessariamente con la profondità del disagio. Il passaggio spagnolo va descritto con precisione. Il 5 ottobre Pedro Sánchez ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre, dopo la bocciatura parlamentare dei due decreti sulla casa. Non un governo già sostituito dalla piazza, dunque, ma una crisi abitativa diventata detonatore politico dentro una maggioranza fragile. La pressione sociale ha contribuito a portare al punto di rottura un equilibrio già precario. 

Il parallelo con l’Alto Adige parte da una contraddizione: l’attrattività di un territorio può crescere più della possibilità dei suoi abitanti di permetterselo. Nelle città e nelle destinazioni turistiche spagnole la domanda residenziale si confronta con seconde case, acquisti dei non residenti e locazioni turistiche. Anche in Alto Adige la competizione fra usi diversi degli immobili si intreccia con la scarsità di spazio edificabile. I pesi cambiano da luogo a luogo: Bolzano non è Barcellona e una valle turistica non coincide con il capoluogo. La questione comune è quanta parte del patrimonio abitativo rimanga accessibile alla vita quotidiana. Il turismo è una componente, non una spiegazione sufficiente. Contano l’offerta, i redditi, la collocazione delle abitazioni, le politiche pubbliche. Il risultato, però, può essere simile: lavorare in un territorio non garantisce di potervi costruire una vita autonoma. E il successo economico rischia di diventare contraddittorio quando proprio le persone necessarie a far funzionare imprese e servizi faticano a trovare casa.

In Alto Adige il disagio ha già una consistenza misurabile. L’indagine Eurac-ASTAT pubblicata nel marzo 2025 rileva difficoltà nel sostenere le spese abitative per il 34% degli intervistati, quota che a Bolzano sale al 45%. Fra chi vive in affitto raggiunge il 52%, contro il 32% dei proprietari. Sono indicatori di pressione percepita, non una conta degli sfratti, ma mostrano quanto il problema attraversi la società locale. Perché, allora, questa fatica non produce una mobilitazione paragonabile a quella spagnola? Una possibile spiegazione riguarda il modo in cui il disagio viene vissuto. La ricerca di un appartamento comincia come necessità individuale: si cambia zona, si riducono le pretese, si chiede aiuto alla famiglia. Ogni soluzione privata può attenuare l’emergenza immediata, lasciando intatto il problema collettivo. È una chiave interpretativa, non una causa dimostrata dalle statistiche.

La proprietà diffusa complica ulteriormente il quadro. Secondo ASTAT, tre quarti delle famiglie altoatesine possiedono almeno una casa. Questo non elimina le difficoltà, ma distribuisce in modo diverso esposizione e interessi. Un aumento dei valori immobiliari può rassicurare chi possiede e allontanare chi cerca. Perfino nella stessa famiglia possono convivere la protezione del patrimonio dei genitori e l’impossibilità dei figli di acquistare. Conta anche la capacità di organizzare il malcontento. In Spagna le proteste hanno alle spalle sindacati degli inquilini, associazioni di quartiere e reti civiche capaci di trasformare problemi individuali in rivendicazioni comuni. Già nell’aprile 2025 le mobilitazioni avevano coinvolto decine di città. La rabbia diventa forza pubblica quando trova luoghi, continuità e interlocutori. 

Anche Bolzano si muove, seppur più a parole. A settembre Abitare Bozen ha consegnato oltre 840 firme a sostegno di due delibere di iniziativa popolare. Cancellare queste esperienze per descrivere una provincia immobile sarebbe scorretto. La differenza riguarda la scala e la capacità del tema casa di imporsi come conflitto politico centrale.  Non servono, per spiegarla, stereotipi su popoli più combattivi o più remissivi. Il punto è quanto un problema venga riconosciuto come comune e quanto le persone ritengano possibile modificarlo insieme.

Su questo terreno la ricerca Eurac-ASTAT offre un’indicazione significativa: alla maggiore pressione abitativa si associa una minore fiducia nella politica. Fra chi fatica a sostenere i costi, il 60% ritiene di non avere influenza sulle decisioni politiche, contro il 48% di chi li affronta più facilmente. L’indagine registra un’associazione, non dimostra un rapporto automatico di causa ed effetto. Ma suggerisce che dietro una piazza meno affollata possa esserci anche sfiducia nella possibilità di cambiare le cose.  È il rischio che la politica altoatesina dovrebbe evitare di sottovalutare. Il malcontento può manifestarsi nella protesta, ma anche nel ritiro, nella rinuncia o nella decisione di cercare altrove il proprio futuro. Non tutti questi esiti sono misurati dai dati disponibili; sono possibilità che una politica dell’abitare deve prevenire. O dovrebbe farlo. 

La Spagna mostra cosa accade quando la casa diventa il centro dello scontro pubblico. L’Alto Adige deve domandarsi quanto disagio resti disperso nelle soluzioni individuali e ragionare se e come valga la pena renderlo più evidentemente collettivo. Perché l’assenza di una piazza piena non certifica una comunità soddisfatta. E una rinuncia silenziosa continua a essere un costo sociale stretto tra la morsa di veti e immobilismi. Entrambi della politica. 

✍️ Alan Conti

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