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Un treno di racconti

“Qualcuno ci ha messo una mano sulla testa”. 

Abbiamo fatto due chiacchiere chi nei luoghi di questa foto giocava da bambina. “Correvamo vicino al fiume a caccia di pantegane senza particolari protezioni dall’acqua e, per divertirci, posizionavamo i tappi delle bottiglie sui binari per farli appiattire dal treno in transito. Chiaramente senza avere la minima idea degli orari di transito dei convogli”. 

Questo scatto così affascinante immortala quella che oggi è via Genova al termine di via Ada Buffulini a Bolzano. Passeggiate Lungo Isarco, grosso modo l’area dei Cavalli di Bronzo. La casa dietro al treno c’è ancora oggi ed è colorata di verde e panna (nella foto ve la indichiamo). “La chiamavano la casa dei giovani sposi perché ci abitavano le coppie delle nuove generazioni”. 

Davanti c’è il treno, chiaramente. È il Bolzano-Merano che corre lungo il vecchio tracciato urbano (che poi corre costeggiando il Lido verso la Stazione). I due convogli sono differenti: uno è Ale+Le840 e uno Le800+Le640+Le840. La linea è ancora a binario unico, elettrificata e sopralelevata da un muretto di pietra (che i bambini, evidentemente, saltavano abbastanza agilmente). Il tracciato urbano di allora della ferrovia? Praticamente lungo l’argine dell’Isarco con fermate a ponte Roma e ponte Resia. Ovviamente interferiva parecchio con il crescente traffico veicolare urbano nelle intersezioni: oggi, per assurdo, sarebbe la paralisi. 

La foto è particolarmente di valore perché scattata un anno prima dell’inizio dei lavori di spostamento della linea iniziati nel 1980 e la firma è d’autore perché Alessandro Muratori è un fotografo noto tra gli appassionati di storia ferroviaria italiana. È uno studioso e appassionato autore di diversi articoli di settore pubblicati sulla rivista specializzata “I Treni”. Non solo, è stato anche direttore di Mondo Ferroviario e ha redatto pubblicazioni sulla Ferrovia Mantova-Peschiera e per i 100 anni della Suzzara-Ferrara. 

In primo piano si vedono decine di orti famigliari. Erano appezzamenti urbani spontanei: molte famiglie coltivavano frutta e verdura non distanti dal sedime ferroviario. “Ancora oltre, alle spalle di chi ha scattato queste fotografie c’erano delle baracche simili a roulotte dove vivevano le famiglie più povere. Condizioni difficili che oggi fanno tristezza e impressione ma a noi sembrava tutto normale. Certo, c’era anche un modo diverso di intendere la povertà: avevamo tutti poco ma forse eravamo più contenti”. 

✍️ Alan Conti 

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