Vita e sogni di Moscon, trattore della Val di Non: “Voglio una Classica Monumento”

BOLZANO. Gianni Moscon sulle orme di Simoni, tra episodi borderline e il sogno di un monumento. Dai microfoni di Radioquarantenna abbiamo avuto l’occasione di fare una lunga chiacchierata con Gianni Moscon, ciclista professionista per il Team Ineos. Il corridore della Val di Non si è raccontato a tutto tondo e ci ha svelato diverse curiosità interessanti, dal rimpianto Mondiale ai dolori della Roubaix, passando per la prima vittoria e molto altro…

Perché hai cominciato a correre in bici e quali sono i primi ricordi?
Il ciclismo per il Trentino è uno sport che significa molto e abbiamo sempre avuto atleti di alto livello. Basti pensare a Francesco Moser, Maurizio Fondriest e Gilberto Simoni. Quando ho iniziato a correre erano gli anni in cui “Gibo” vinceva i suoi Giri d’Italia ed era inevitabile non appassionarsi al ciclismo per un ragazzino che seguiva lo sport. Ho iniziato ad andare in bici per seguire le sue orme e per immedesimarmi in quegli scatti che faceva alla Corsa Rosa, non ho più smesso.

La tua prima bici?
Il ricordo della prima bici da corsa è indelebile, anche perché ti fa sentire un professionista. La prima, ovviamente, era molto piccola, tutta azzurra e con il nastro rosso. Non portava marchi perché ci veniva data in comodato d’uso dalla squadra con cui avevo iniziato, l’Unione Ciclistica Dalla Torre.

Sei molto legato alla tua terra, perché? E come nasce il soprannome “Il trattore della Val di Non”?
Della Val di Non amo il paesaggio, penso che sia una delle valli più belle d’Italia o del mondo, il suo fascino è indiscusso. Amo la cultura e l’agricoltura, sono un po’ di parte essendo nato qua, è inevitabile che mi piaccia e la ami. Offre molto sia dal punto di vista paesaggistico che culturale e c’è una gran tradizione della frutticoltura che è l’economia trainante della valle. La mia famiglia ha un’azienda agricola e la passione per la frutticoltura è pari a quella del ciclismo. Il mio soprannome deriva dal fatto che, ancora prima delle bici da corsa, ho sempre amato i trattori. Sono un appassionato ed estimatore dei mezzi agricoli ed essendo, a detta dei miei amici dell’epoca, forte come un trattore che non molla mai, mi hanno dato questo soprannome.

Hai un ottimo rapporto con i Mondiali, dove sono diversi i piazzamenti di rilievo ma hai qualche rimpianto nelle corse iridate? Magari nello Yorkshire saresti potuto partire in contropiede…
Sicuramente i rimpianti quando non vinci ci sono sempre, solo quando vinci puoi dire di non averne. Il Mondiale dello Yorkshire, col senno di poi, lo avrei cambiato, a cose fatte però non mi piace ripensare a come avrei potuto fare. Un ‘analisi tecnica della gara va fatta ma dal punto di vista emotivo preferisco andare oltre e non pensarci più. Preferisco pensare a come non ripetere gli errori nella gara successiva piuttosto che pensare a come avrei potuto fare nella corsa passata. Parlando tecnicamente, sapendo che Van der Poel si sarebbe staccato e magari avendo dei riferimenti cronometrici più precisi, avremmo potuto giocare le nostre energie, come Nazionale, in maniera più parsimoniosa, provando un attacco da parte mia, poi di Trentin e così via. In quella circostanza però abbiamo fatto il meglio che potevamo, sapevo che Matteo (Trentin ndr) sarebbe stato il più veloce in volata e la cosa giusta da fare era tirare. Col senno di poi, avrei tirato un po’ meno per giocare la carta della superiorità numerica ma ormai è andata così. Sicuramente è un bagaglio d’esperienza che mi porto dentro, contribuirà a creare un Moscon migliore.

In una vecchia intervista, quando ancora non vincevi, il tuo DS Mendini aveva detto che eri uno che poteva vincere. Al tempo, probabilmente, non pensavi di poter conquistare gli obiettivi che hai raggiunto…
Sicuramente no. Diciamo che non pensavo: “Io voglio essere professionista”, non era il mio obiettivo della vita, era un sogno che non pensavo nemmeno che si potesse realizzare. È stata una cosa che si è materializzata un po’ alla volta e da dilettante è stato il momento che ho detto: “Adesso investo tutto il mio tempo e le energie per vedere dove possono arrivare con la bicicletta”. Se passavo professionista bene, se no sapevo benissimo cosa fare in alternativa. È arrivata la chiamata per il professionismo con il Team Sky ed è stata sicuramente un’occasione da cogliere al volo e sfruttare. Quella che era la mia passione è diventata il mio lavoro e ne sono più che felice. In merito a quella famosa intervista su Biciclissima, mi sembra di ricordarla, devo dire che le persone che mi hanno seguito hanno sempre avuto molta fiducia in me, forse più di quanta ne potessi avere io sul mio futuro. Non sono mai stato un super vincente nelle categorie giovanili, perché facevo una cosa equilibrata per le categorie in cui ero. Ho corso in squadre che interpretavano il ciclismo come andrebbe interpretato, senza esasperazione. Adesso soprattutto tra i ragazzini questo spirito viene un po’ a mancare, c’è la voglia di fare il risultato a ogni costo. Vi è l’esasperazione da parte dei direttori sportivi e, a volte, dei genitori che portano gli atleti a fare più del necessario per la loro l’età. Fai presto a far andare forte un ragazzino se lo alleni più del dovuto.

Hai ammesso che il Giro d’Italia è la tua gara preferita, ma non ti abbiamo ancora mai visto alla Corsa Rosa. Può essere questo l’anno buono, oppure vista la concomitanza con le classiche punterai su altro? E che cosa pensi di questo calendario?
Il Giro, per patriottismo e per i miei primi ricordi del ciclismo guardato in televisione, è la corsa preferita, quella dei sogni. È sempre difficile, però, inserirlo nel mio calendario perché puntando alle classiche è difficile prepararle e fare poi un Giro con una discreta condizione. Quest’anno, essendo ad ottobre, pensavo che fosse la volta buona e invece nello stesso periodo ci sono tutte le classiche. Sono di fronte al solito bivio: andare al Giro a lavorare per il nostro capitano che potrebbe essere Carapaz, vincitore uscente, o correre le classiche, dove potrei giocare le mie carte. Devo scegliere di nuovo le classiche ma con la Corsa Rosa c’è un conto aperto che voglio sicuramente saldare, partecipandovi quanto prima. Una volta che faccio bene nelle classiche poi posso anche dire: “Va bè quest’anno le salto e facciamo il Giro”.

È diventata famosissima la tua immagine mentre guardi un finale di tappa in streaming da un telefonino. Come è successo e come sei arrivato ad avere in mano quello smartphone?
Eravamo nel finale di una tappa durissima (l’ottava del Tour de France 2019 ndr), forse una delle più dure. Tutto il giorno a tutta. C’è stata la caduta dell’atleta davanti a me, Michael Woods, ho cercato di rallentare e dietro di me Geraint Thomas è caduto di peso sulla mia bici, tranciandola in due. Io in realtà non sono nemmeno caduto, perché sono atterrato con una corsetta, lasciando lì la bici. Arriva l’ammiraglia che si preoccupa di “G”, il soprannome che diamo a Thomas. Il meccanico intanto stava tirando giù la mia bici di scorta dalla prima macchina ma il direttore sportivo, preso dalla foga, è partito. Ha praticamente lasciato lì me e il meccanico con la bici che era rimasta sul tetto della macchina. Ho dovuto aspettare la seconda ammiraglia che era dietro al gruppetto, staccato di 25 minuti, nel mentre mi sono seduto su una balla di paglia. Un tifoso si è avvicinato con il telefonino, ho accettato la proposta e ho guardato come procedeva la corsa.

Andiamo alla Parigi – Roubaix 2017: parti senza i gradi del capitano, cadi a più di 150 chilometri dalla conclusione, passi tutta la giornata a inseguire e alla fine chiudi quinto, ce la racconti?
Quella Roubaix è passata veloce, credo sia stata una delle più veloci della storia se non la più veloce. Una classica giornata da Roubaix, a tutta fin dall’inizio e con una grandissima battaglia per prendere davanti i primi tratti di pavé. Non sono mancate le solite cadute e imprevisti che colpiscono più o meno tutti. Devi essere particolarmente fortunato per non avere nessuno intoppo in una gara così. Ho corso con tanta grinta, tanta voglia di arrivare e mi sono trovato nel gruppo di cinque che si è giocato la vittoria. È stata una delle gare più dure che abbia mai fatto. Una delle gare dove posso dire di aver dato tutto, di aver raschiato il barile. Speriamo non resti la mia miglior prestazione a Roubaix perché mi piacerebbe davvero fare qualcosa di bello in quella gara. È una delle corse più appassionanti nelle gare di un giorno, è magica. Quelle strade e quel pavé si fanno solo una volta all’anno e questo la rende unica nel calendario e nei nostri cuori, almeno per me.

Hai pensato di poter vincere?
Quando eravamo in cinque ci ho provato, la volontà c’era, le gambe meno, però ci ho provato. Non si sa mai, magari si guardano un attimo e con un po’ di attendismo, prendi due metri e ce la fai. Il pensiero c’è stato anche perché ovviamente si corre sempre per vincere.

È davvero l’Inferno che tutti dicono?
Inferno o Paradiso. Devi essere davvero un trattore andando avanti senza paura di farti male. Le sollecitazioni che ti dà il pavé sono qualcosa di difficile da spiegare, arrivi a fine corsa, dopo tutte quelle vibrazioni, che hai male ovunque. Ricordo che dopo la gara avevo un piede che, tirandolo fuori dalla scarpa, si è gonfiato e non sono riuscito ad appoggiarlo per un paio di ore. Certi amatori ci chiedono come facciamo a correrla, che cosa usiamo. In realtà non è che usiamo qualcosa di particolare, semplicemente si va dentro a tutta, il male lo senti ma non lo ascolti.

Conosciamo un doppio Moscon, quello buono e forte come nelle stagioni 2017, 2018 e un Gianni più Mr. Hyde, finito nell’occhio del ciclone dopo qualche episodio borderline. Quindi chi è davvero Gianni Moscon e cosa gli succede in corsa?
Io credo che Gianni Moscon sia quello che lo descrivono le persone che vivono a contatto con lui e non quelle che lo vedono occasionalmente. Come si usa dire l’apparenza inganna, quello che ci viene fatto credere – a volte – non rispecchia la realtà. Sono stato coinvolto in vari episodi ma penso che sia generato tutto dal primo. Ogni volta poi è diventato un pretesto per attaccare me che ero il più vulnerabile della squadra e di conseguenza per attaccare la squadra, quello era l’obiettivo primario. Probabilmente se fossi stato in altre squadre non sarebbe successo niente. Credo che sia stato gestito male il primo episodio, quello con Kevin Reza, perché in realtà non era successo niente, o meglio, una cosa normalissima che può succedere a chiunque abbia fatto sport, in qualsiasi sport. Una discussione tra me e lui, un episodio di corsa e finita la gara ci eravamo già scusati reciprocamente. Sono stati i giornalisti a montare una messa in scena e a parlare di razzismo. La presunta vittima di razzismo non si era mai lamentata pubblicamente perché era stata una discussione, un episodio di corsa insomma. Ovviamente, come sappiamo tutti, è facile strumentalizzare su certi argomenti. In quel caso si è creato un precedente che ha dato la possibilità, a ogni cosa che succedesse, di poter dire: “Ecco ha fatto questo e questo”. Anche al Mondiale con il discorso della borraccia, ci sta perché è stata un’infrazione, ma di quelle cose quante se ne vedono? A quel punto poi anche se uno sputa per terra finisce nell’occhio del ciclone e sommando gli episodi si arriva a dire che uno è uno stronzo. Penso che la squadra abbia influito tanto, se fossi stato in un altro team che non sarebbe mai successo. Anche all’ultimo episodio della bici sono stato stupito quando mi hanno detto per radio che ero stato squalificato, mi son chiesto perché. Mi hanno detto che era in merito alla caduta e ho pensato a cosa avessi fatto di illegale, visto che in realtà ero stato buttato per terra. Sono stato coinvolto come chiunque in episodi che se fosse stato viceversa sarei stato squalificato e avrei avuto ripercussione sui social, media, eccetera. Penso alla Gent Wevelgem 2018, sull’ultimo strappo ero davanti, messo benissimo, nelle prime dieci posizioni e pronto a partire ma ho preso una spallata e sono stato buttato sulle transenne. Nessuno ha detto niente e penso che nemmeno a Laporte nessuno gli abbia mai detto niente, io non sono andato a fare ricorso, potevo frenare insomma. Non era accettabile ma ormai la gara era andata ed era inutile sindacare, cosa cambiava? Fosse stato viceversa sicuramente qualcosa sarebbe venuto fuori. Adesso ogni scusa è buona per classificare ogni stronzata come l’episodio del mostro. Tanti di quelli che giudicano poi sono i primi che nella loro vita privata hanno un disastro e quindi un esame di coscienza li farebbe molto bene.

Costruiamo la tua squadra dei sogni per il Fantabike, il fantacalcio del ciclismo:
1. Il mito di sempre? Gilberto Simoni
2. L’uomo da grandi giri? Chris Froome
3. Cronometro? Rohan Dennis
4. Classiche del Nord? Francesco Moser
5. Classiche delle Ardenne? Paolo Bettini
6. Il velocista? Alessandro Petacchi
7. Il compagno che porteresti sempre con te? Franco Pellizotti

Raccontaci la prima vittoria all’Artic Race Norway nel 2016
È stata una bella gara, sentivo di stare bene. La gamba c’era e pensavo che poteva essere la volta buona. Man mano che si avvicinava l’arrivo pensavo: “Ne ho, ne ho”. Quando va così è bello perché non sei mai a tutta e corri sempre in controllo, allora lì è veramente divertente andare in bici, quando ti stacchi invece il ciclismo fa un po’ più male.

Cosa si prova ad ottenere il primo successo tra i pro ed è vero che ti hanno premiato con chili di salmone?
Il premio erano 500 chili di salmone, 250 l’equivalente in filetto, spediti a rate direttamente dalla Norvegia. Sto finendo l’ultima fornitura proprio adesso ma devo dire che non mi ha nauseato, lo mangio ancora volentieri e forse questo premio ha aumentato la mia passione per il salmone. Adesso che lo finisco dovrò pensare a come fare per prenderne ancora. L’emozione è stata bella perché entri nella parte del gruppo di atleti che hanno vinto e hanno dimostrato di saper vincere. Finché non vinci una gara sei di un’altra categoria. Quando vinci dimostri di essere un vincente anche a te stesso e questo ti cambia. È stato come un passaggio di categoria, prima ero un professionista, ora sono un professionista che sa vincere, poi bisogna valutare anche il livello della gara e tutto è relativo, però per un giovane al primo anno qualsiasi vittoria conta.

Il sogno di Moscon?
Il grande sogno potrebbe essere quello di vincere una classica Monumento, realizzare questo sarebbe un ulteriore step, come la prima vittoria da professionista. Adesso sei tra gli atleti che hanno vinto, però bisogna vincere gare importanti. Ci sono tante belle gare che mi piacerebbe vincere, penso alle Strade Bianche, qualsiasi classica, l’Amstel Gold Race, qualsiasi davvero. Ma sarebbe bello vincere anche una tappa in un grande giro o vestire la maglia di leader. Le ambizioni sono tante e il ciclismo per fortuna è abbastanza democratico, dà a tutti la possibilità di cogliere le proprie soddisfazioni. La Monumento al momento è l’obiettivo primario.

Stefano Rossi