Da Bolzano a Santa Maria di Leuca in bici: “Un viaggio dentro l’Italia e me stesso”

BOLZANO. Prendere e partire, senza guardarsi indietro in un vero “On the road”, è quello che ha fatto il 24enne bolzanino Matteo Cagol, partito dall’Alto Adige e arrivato fino a Santa Maria di Leuca (LE) in bicicletta, 1545 chilometri in dieci giorni.

Presentati brevemente
Mi chiamo Matteo Cagol e ho 24 anni. Sono stato innamorato del ciclismo come sport e della bicicletta come oggetto, ora mi sono rinnamorato della bicicletta come mezzo di esplorazione. Infine lavoro come meccanico e sono uno studente di Scienze della Formazione.

Sei partito da Bolzano e sei arrivato in fondo all’Italia, cosa ti ha spinto a partire?
Mi ha spinto il “perché no”. Avevo voglia di fare qualcosa per vedere il mondo anche perché a causa del Covid19 ero stato a casa tanto tempo. Volevo fare qualcosa, avevo una grande voglia di partire ma allo stesso tempo avevo paura a farlo.
Ero a casa del mio amico Roberto Rossi che aveva deciso con il suo amico Corrado Palmarin di andare fino a Jesolo in bici da corsa e siccome l’avevo già fatto l’anno scorso mi hanno chiesto inizialmente dei consigli e poi di andare con loro. In un primo momento ero indeciso, non sapevo se partire ma sentivo che dovevo fare qualcosa di significativo e così ho accettato il loro invito. Non volevo scappare, volevo solo partire. Mi era servita una spinta iniziale e senza Corrado non sarei mai partito, perché avevo la volontà ma non avevo un progetto. Non avevo pianificato questa cosa, se l’avessi programmata probabilmente non l’avrei mai fatta. L’intenzione iniziale era quella di raggiungere Jesolo in tre tappe, in maniera tranquilla e spontanea.

In realtà a Jesolo non ti sei mai fermato, ci racconti questo viaggio?
Siamo partiti giovedì 16 luglio, è stata una tappa molto tranquilla, abbiamo imparato a conoscerci e siamo arrivati a Bassano (VI). Ho capito subito che questo viaggio sarebbe stato qualcosa di importante per gli incontri fatti: Roberto poco prima di Trento ha bucato e la nostra regoletta era quella di avere sempre due camere d’aria con noi. Così ci siamo fermati in un negozio di bici e abbiamo trovato Giorgio Berloffa, un ragazzo che correva nella mia categoria da giovane e ora faceva il meccanico. Ho pensato a come il caso ti faccia incontrare alcune persone lungo la strada.
Il secondo giorno è stato molto significativo e importante perché con i miei due compagni sono arrivato fino a Treviso e ho deviato per Pramaggiore (VE), il paese di mio nonno. È stata un’emozione pazzesca arrivare lì in bicicletta, forse quella era la vera meta del viaggio. Ho visitato la casa del nonno, non l’avevo mai vista, e mi hanno fatto vedere le sue foto di quando correva da giovane. È stato lui ad insegnarmi ad andare in bici, quindi è stato molto bello e un’emozione molto forte. È stato poi folgorante l’incontro con il marito della zia Gabriella, Vito, ex camionista che mi ha mostrato su un vecchio Atlante la strada che da Chioggia porta fino a Santa Maria di Leuca. Ho pensato che avrei dovuto sfruttare l’opportunità di seguire l’Adriatica, mio nonno sarebbe stato orgoglioso di me. Il giorno dopo sono ripartito affascinato, intorno a me era pieno di campi di girasole. Mi piaceva il profumo di pianura e vedere il cielo davanti agli occhi, senza che fosse nascosto dalle montagne. Ho raggiunto gli altri a Jesolo, siamo passati da Venezia e siamo arrivati a Chioggia, il punto d’arrivo dei miei compagni. Pensavo di fermarmi con loro ma in quell’esatto istante ho incontrato un ragazzo che andava a Ravenna a trovare la fidanzata e così gli ho chiesto di fare un pezzo di strada insieme, ha accettato. Sono arrivato a Ravenna (RA) “finitissimo” e ho prenotato un albergo, da quel momento in poi ero solo. Sono andato fuori a mangiare e ho guardato un po’ la città, dopodiché ho aperto Google Maps e mi sono accorto che ero sceso tanto, a quel punto non aveva senso tornare indietro. Così mi sono detto che sarei sceso ancora un po’, non sapevo fino a dove ma volevo provare. Avevo con me solo un bagaglio da 10 litri con all’interno lo stretto indispensabile ma ho preso comunque le cose di troppo, tipo: un secondo caricatore, una maglietta, un asciugamano in microfibra, le ho messe in uno scatolone e le ho spedite a casa. Per continuare a scendere ho tenuto solo il necessario.

Perché non sei tornato indietro insieme a loro, cosa ti ha spinto a continuare?
Non sono tornato indietro perché mi sentivo di aver visto ancora troppo poco e di avere ancora tante energie. I primi due giorni poi mi avevano stregato: incontrare Giorgio Berloffa, vedere posti nuovi, vedere sparire le montagne, la pianura, l’avvicinarsi al mare, l’incontro con la zia Gabriella e la strada mostratami da Vito, mi spingevano ad andare avanti, avevo ancora tanta voglia di strada. È stato simbolico anche l’incontro con questo ragazzo che mi ha convinto a proseguire e poi a Ravenna mi sembrava di essere a metà Italia e mi son detto: “E se provassi anche l’altra metà?”.
Da Ravenna quindi?

Da Ravenna sono arrivato a Pesaro (PU) e ho preso il ritmo, così il giorno dopo ho fatto tutte le Marche e sono arrivato a Martinsicuro (TE). Lungo il viaggio sono stati particolari anche gli incontri con le persone, avevo deciso di non portarmi dietro barrette né nulla ma di entrare nei bar a mangiare un gelato o a bere una Coca Cola, per entrare nella vita e non rimanere sulla strada da solo. Non avevo nemmeno il Garmin perché avevo pensato che non ci fosse cosa più bella di chiedere alle persone la direzione e proprio a Martinsicuro, alla reception, mi hanno detto che c’era una ciclabile che portava fino a Vasto (CH). Ero sulla costa e questo mi dava sempre una grande tranquillità perché vedevo sulla sinistra il mare e sapevo di essere sulla strada giusta. Arrivato a Vasto Marina ero affamato e ho mangiato una bruschetta da un metro, dopodiché ho fatto il seguente grafico: più scendi e meno costa il caffè, c’era anche meno sale nel pane ma aumentava la mia fame. A quel punto volevo arrivare in Puglia.
Non ho mai usato tanto i social network ma mi divertivo a mettere un’immagine significativa per ogni tappa con per esempio “Day 1” e il link del luogo. Ogni giorno qualcuno mi chiedeva dove stessi andando ma non sapevo dare una risposta, quel giorno invece avevo deciso, la meta e la mia risposta era la stessa: Santa Maria di Leuca. Nello stesso momento mi ero reso anche conto che non sarebbe stato facile arrivare. Finito l’Abruzzo c’erano cento chilometri nel nulla, su una strada nel Molise che sembrava la Route 66, uno stradone infinito, lungo, diritto, senza nemmeno più il mare. A destra e sinistra solo campi, nei quali non c’era niente. Non passavano nemmeno macchine, è stata dura. Mi avevano consigliato di evitare l’entroterra e prendere il Gargano, ma avrei allungato e c’era parecchia salita.
Mentre ero in mezzo al nulla, stavo andando in crisi ma ho visto in lontananza uno e mi sono detto che dovevo prenderlo per continuare insieme. Lo raggiungo ma era un vecchietto in bicicletta a petto nudo, lo sconforto è stato totale. Nel momento più difficile però mi superano due ciclisti che si allenavano per un’ultra maratona e insieme a loro, alla fine, sono entrato nel Gargano. Dopo più di 200 chilometri sono arrivato a Vieste (FG). Fino a prima del Gargano mia mamma continuava a dirmi di tornare a casa, era preoccupata e le avevo detto che sarei arrivato massimo fino a Jesolo, da quel giorno anche da Bolzano avevano cominciato a incitarmi. Poi sono cominciati altri tre giorni durissimi e il primo lo ho portato a termine a Rivo di Puglia (BA). Quel giorno i paesaggi erano meravigliosi ma c’era anche tanta salita ed era arrivato il caldo, quello vero. Ci ho messo tante ore perché più andavo avanti, più aumentava la fatica e mi facevano male le braccia, era proprio un dolore osseo. Era un paradosso perché ero sempre più vicino a Santa Maria di Leuca ma ero sempre più finito. Nonostante le giornate difficili mi sono detto che ero lì per vivere quelle crisi e per superarle, anche perché se non c’è un momento di difficoltà, non c’è nemmeno un momento di realizzazione. A Rivo di Puglia dei parenti di mia nonna mi hanno ospitato e supportato. Quel giorno mi sono sentito meno solo, anche se in realtà non lo sono mai stato, ma mi sono sentito soprattutto aspettato. Mi attendevano al cartello di Rivo con il calore del sud. Vincenzo, uno dei parenti di mia nonna, mi ha dato le indicazioni per le ultime due tappe, così ho cambiato costa e dall’Adriatica e la SS16 che mi avevano accompagnato per tanti chilometri mi sono diretto ad Alberobello (BA), la città dei trulli, davvero bellissima. Sono arrivato intorno a mezzogiorno, giusto in tempo per pranzo e ci tengo a sottolineare che in ogni luogo in cui sono stato ho cercato di mangiare qualcosa di tipico. A Bassano abbiamo cominciato con il pesce, a Pramaggiore la zia Gabriella si ricordava che il nonno mangiava tanta pasta e gli piaceva il ragù di selvaggina, così mi ha fatto la stessa cosa, a Ravenna e Pesaro ho optato per i cappelletti, mentre a Rimini chiaramente la piadina. A Martinsicuro gli arrosticini, per proseguire poi con la fase bruschette, ad Alberobello invece le cime di rapa ed infine il riso con le cozze. Ho cercato di provare non solo le persone ma anche la cucina del luogo, per portare sempre via qualcosa.
Comunque da Alberobello arrivo a Taranto (TA). È stato bellissimo perché sono arrivato alle 19 con questo tramonto che vedevo per la prima volta. Una palla rossa, enorme, che entrava nel mare. Era poi pieno di marinai vestiti di bianco e i genitori che li salutavano, sembrava la scena di un film, una bella immagine. A Taranto mi sono detto che era stata dura ma anche era anche l’ultima notte di un viaggio iniziato senza una meta e finito come un’esperienza, non di vita che è un termine che detesto, dato che tutto è un’esperienza di vita, anche bere un caffè. Non è stata nemmeno un’impresa, né un gesto atletico ma un infiltrarmi nell’Italia con occhi diversi. Il mio ragionamento, un po’ spinto, è questo: “Se tu nasci a Bolzano e sei di madre lingua italiana, finirai per essere troppo italiano per i tuoi conterranei, sarai un “Walsch”, mentre sarai un “crucco” per il resto degli italiani. Così, tu, con la tua carta d’identità crescerai senza un dialetto, una cultura e un pezzo di terra. Magari ti piacerà il mare ma ti diranno che sei un polentone e non puoi capire nulla del mare, sarai sempre un “carta verde senza terra”. Non avrai un luogo in Italia che sarà il tuo luogo ma tutta l’Italia sarà il tuo luogo e non avrai una tradizione che sarà la tua tradizione ma tutte le tradizioni saranno le tue tradizioni, non avrai un piatto ma tutti i piatti saranno i tuoi piatti. E allora ho pensato a una mia amica che mi chiamava Walsch e mi sono detto che il Walsch non è altro che un cittadino del mondo. Vivere per dieci giorni con meno dello stretto necessario, una bicicletta e la mancanza di sicurezza di un posto dove dormire, non è stato altro che dire vado di casa in casa perché tutte le case sono le mie case”, questo è stato il mio pensiero e leitmotiv degli ultimi giorni di viaggio.
L’ultimo giorno quando ho visto il cartello dei “10 all’arrivo” mi sono messo a piangere perché erano due giorni che non ne potevo più, che facevo fatica persino a tenere il manubrio dal troppo male alle braccia. Ho fatto gli ultimi dieci chilometri con le mani sotto, tirando a tutta e mentre lo facevo mi chiedevo “ma quanto sono deficiente”, avevo però bisogno di questo sprint finale.
Avevo con me nel “bagaglio” il Garmin che trasmetteva costantemente la mia posizione e quindi tante persone hanno pedalato con me e hanno seguito i miei spostamenti. Quando sono arrivato a Santa Maria di Leuca, in questa piazza bianchissima, con questa grande colonna, la scritta “Finibus Terrea” e l’immensa distesa di mare, che mi era stato compagno e amico per dieci giorni, mi sono seduto sulla bici e ho osservato lo Ionio per un po’. Poi ho tirato fuori il telefono per farmi una foto e in tantissimi mi avevano scritto “Bravo, sei arrivato”, non avevo pedalato da solo ma con tante persone. Questa avventura non è stata altro che fare quello che so fare meglio, che non è pedalare ma è entrare in interazione con le persone, voler stare con la gente. Penso che sia stato più di tutto unione, nell’aspettarmi, nel procurarmi ospitalità, nel seguirmi per sentirsi partecipe di questa cosa, nel conoscere le persone e scambiare due parole. Dire che sono un senza terra che si sente a casa dappertutto, è dovuto anche al fatto che ti senti a casa perché le persone fanno la tua casa. Non è tanto quello che ti porti dietro, come valigia o altro, ma è quello che ti porti dentro e la voglia di contare sugli altri, questo penso che sia stato il senso di tutto.

Ti sei sentito solo o hai avuto paura?
A tratti. Mi sono sentito un po’ solo nel momento in cui parlavo e hanno cominciato a capire che venivo da lontano, ho sentito di essere tanto lontano da casa. Avevo un po’ di paura di “saltare” perché ero solo e con poco cibo. Infine spesso c’è questa diffidenza nei confronti del Sud ma non avevo paura delle persone ma del nulla, la mancanza di persone mi faceva paura anche perché ho incontrato persone disponibilissime.

La tappa più bella e che consiglieresti?

Paesaggisticamente quella da Pesaro a Martinsicuro perché sono passato da Ancona e il Conero, una pineta bellissima e con posti spettacolari.

Cosa ti ha lasciato o insegnato questa avventura?
Avevo l’intuizione che viaggiando con meno cose possibili abbiamo le mani più libere per accoglierne tante altre e ne ho avuto la conferma. Mi sono sentito leggero e libero. Essere leggero mi ha aiutato ad approcciare le cose in maniera più leggera. Non dovrebbe rimanere solo un’avventura, circoscritta a dieci giorni, ma un modo di vivere. Con poco si ha di più e poi l’Italia è davvero bella.

Stefano Rossi