“Non respiro”, a Minneapolis sono soffocato anche io…

george-floydBOLZANO. I can’t breathe significa “non riesco a respirare” e anch’io io mi sento soffocare davanti alle immagini di George Floyd, ucciso dalla polizia a Minneapolis.
I can’t breathe sono le ultime parole del quarantenne prima di morire, eppure nessuno gli ha dato ascolto.
George Floyd è bloccato a terra, da un agente di polizia, con un ginocchio a fare pressione sul collo. Chiede di essere lasciato, chiede che venga allentata la presa ma non viene preso in considerazione. Ripete I can’t breathe ma quel ginocchio rimane tra la mandibola e la clavicola, senza farlo respirare.
Ripete ancora la stessa frase, comincia a perdere sangue dal naso, le persone vicine chiedono di allentare quella presa soffocante ma non c’è ascolto. Il rapporto comunicativo sembra un monologo disperato, dove vi è un emittente ma manca un destinatario. Le sue suppliche non interessano all’uomo in divisa, George Floyd ha firmato la sua condanna a morte dal giorno in cui è nato: è nero.

Ditemi che il razzismo non esiste o che l’America è una cosa diversa, quando – in realtà – la nostra società ne è intrisa. A nulla è servito il gesto plateale, forse troppo, di Balotelli al Bentegodi di Verona, perché i nostri stadi continuano a essere pieni d’odio e di persone che fanno il verso della scimmia. Il giocatore del Brescia aveva provato a dare un calcio al razzismo tirando il pallone nella curva scaligera, ma senza successo. Nemmeno i messaggi più pacati di Lukaku, l’attaccante dell’Inter, sono mai serviti a qualcosa. Gli impianti sportivi italiani sono semplicemente una cassa di risonanza, uno specchio della nostra società che tuttora nel quotidiano diffida del diverso e lo discrimina. Probabilmente manca un’educazione, una cultura, la capacità di comprendere che non c’è alcuna diversità tra bianco, nero, giallo, mulatto o albino. E finché il colore della pelle verrà visto come una differenza, allora il razzismo non morirà e a me, George, continuerà a mancare il respiro.
Che “I can’t breathe” possa diventare uno slogan di vita per le minoranze, per farli ritrovare non solo il respiro ma anche la voce.

Stefano Rossi


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