Mascherine altoatesine, nove milioni finiti sotto chiave

BOLZANO. A quasi un mese di distanza dal loro arrivo in Alto Adige (era il 24 marzo), la parte più costosa del materiale protettivo arrivato dalla Cina tramite il Gruppo Oberalp è finita nel magazzino dell’Azienda sanitaria altoatesina. Ieri pomeriggio infatti l’Asl altoatesina, qualche minuto dopo la notizia lanciata in anteprima dal portale salto.bz, ha diffuso un comunicato in cui – rendendo noto gli esiti della perizia effettuata dall’Inail – ne annunciava l’esito negativo e il contemporaneo ritiro del materiale.
Dal “congelamento” si sono salvate solo le mascherine chirurgiche – non analizzate dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro in quanto non sono considerati Dpi (dispositivi di protezione individuale) – il cui utilizzo è stato invece autorizzato dal Comitato scientifico della Protezione civile: un milione di pezzi per un valore di mercato attorno a 400-500mila euro. Molto più alto il valore della merce bocciata – 250.000 mascherine di tipo FFP2 e altrettante di tipo FFP3, 400.000 tute protettive e 30.000 tute asettiche – considerando che l’intera commessa si aggirava tra i 9,3 e i 10 milioni di euro (tra i 17,5 e i 18,8 euro ad abitante, bambini compresi).

Doppia bocciatura Inail

La prima richiesta di autorizzazione, presentata all’Inail il 26 marzo, viene rimandata al mittente per carenza di informazioni, ovvero perché la documentazione che accompagna il materiale da validare è scritta in cinese. Nonostante ciò, il materiale viene messo a disposizione del personale sanitario. Tra il 3 e il 9 aprile l’Azienda sanitaria invia una seconda richiesta con varie integrazioni documentali. Nel frattempo la Procura, dopo una serie di indagini, iscrive nel registro degli indagati il direttore generale Florian Zerzer. Da parte sua l’Azienda sanitaria raccomanda, in attesa del secondo parere Inail, “di limitare per quanto possibile la distribuzione di tutti i dispositivi di protezione individuale forniti dalla ditta Oberalp a tutte le strutture richiedenti solo ed esclusivamente per necessità urgenti e inderogabili, qualora non fosse disponibile nessun dispositivo alternativo equivalente”.

Il 16 aprile arriva la sentenza definitiva. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Inail, composto da Lidia Caporossi, Nicoletta Vonesch, Patrizia Anzidei e Ilaria Barra, rende noto di aver sottoposto a valutazione cinque tipi di Dpi: alcune semimaschere filtranti, un camice di protezione, una tuta protettiva, una combinazione asettica (giacca con cappuccio, pantaloni e sovrascarpe) e una mascherina chirurgica. Dalla spunta della documentazione allegata al materiale si evince subito che mancano tante cose.

Documentazione insufficiente, assenza di certificazione CE, enti non accreditati per la valutazione dei Dpi e rapporti con cancellature

La relazione del gruppo di lavoro inizia infatti così: La documentazione fornita per tutti i dispositivi non risulta sufficiente per condurre una valutazione di conformità alle norme tecniche di riferimento, non è presente evidenza di certificazione CE per i prodotti indicati, non sono fornite neanche fotografie per una valutazione visiva”.

Analizzando i singoli dispositivi, per le semimaschere filtranti si afferma che “i test report prodotti in lingua cinese non sono valutabili. Nel test report in lingua inglese redatto da GTT si evince l’applicazione della norma GB2626-2006, equivalente alla norma UNI EN 149:2001+A1:2009… La certificazione di conformità alla norma è redatta da ente non accreditato per la valutazione dei Dpi”.

Per quanto riguarda i camici protettivi si dice che “è stata fornita una certificazione non valutabile poiché proveniente da ente non accreditato… Non sono forniti test prestazionali”.

Anche la tuta protettiva incassa lo stesso giudizio del camice protettivo, mentre per la combinazione asettica – oltre alla certificazione da parte di ente non accreditato – si dice anche, tra le altre cose, che “vengono presentati alcuni documenti nominati genericamente ‘Rapporto di ispezione’, relativi a indumenti protettivi medici monouso, nei quali non sempre viene citato lo standard di rispondenza alle prove presentate. I rapporti inoltre appaiono alterati in varie parti (scritte sovrapposte a cancellature)”.

Infine, per la mascherina chirurgica “viene presentato un rapporto di ispezione relativo ad una generica maschera medica monouso, redatto da Fujian Provincial Institute of Medical Devices and Drug packaging Materials, nel quale non viene peraltro citato lo standard di rispondenza alle prove presentate. Si rappresenta infine che la mascherina chirurgica non è un Dpi”.
A quasi un mese di distanza dal loro arrivo in Alto Adige (era il 24 marzo), la parte più costosa del materiale protettivo arrivato dalla Cina tramite il Gruppo Oberalp è finita nel magazzino dell’Azienda sanitaria altoatesina. Oggi pomeriggio infatti l’Asl altoatesina, qualche minuto dopo la notizia lanciata in anteprima dal portale salto.bz,

ha diffuso un comunicato in cui – rendendo noto gli esiti della perizia effettuata dall’Inail – ne annunciava l’esito negativo e il contemporaneo ritiro del materiale.
Dal “congelamento” si sono salvate solo le mascherine chirurgiche – non analizzate dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro in quanto non sono considerati Dpi (dispositivi di protezione individuale) – il cui utilizzo è stato invece autorizzato dal Comitato scientifico della Protezione civile: un milione di pezzi per un valore di mercato attorno a 400-500mila euro. Molto più alto il valore della merce bocciata – 250.000 mascherine di tipo FFP2 e altrettante di tipo FFP3, 400.000 tute protettive e 30.000 tute asettiche – considerando che l’intera commessa si aggirava tra i 9,3 e i 10 milioni di euro.

Doppia bocciatura Inail

La prima richiesta di autorizzazione, presentata all’Inail il 26 marzo, viene rimandata al mittente per carenza di informazioni, ovvero perché la documentazione che accompagna il materiale da validare è scritta in cinese. Nonostante ciò, il materiale viene messo a disposizione del personale sanitario. Tra il 3 e il 9 aprile l’Azienda sanitaria invia una seconda richiesta con varie integrazioni documentali. Nel frattempo la Procura, dopo una serie di indagini, iscrive nel registro degli indagati il direttore generale Florian Zerzer. Da parte sua l’Azienda sanitaria raccomanda, in attesa del secondo parere Inail, “di limitare per quanto possibile la distribuzione di tutti i dispositivi di protezione individuale forniti dalla ditta Oberalp a tutte le strutture richiedenti solo ed esclusivamente per necessità urgenti e inderogabili, qualora non fosse disponibile nessun dispositivo alternativo equivalente”.

Il 16 aprile arriva la sentenza definitiva. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Inail, composto da Lidia Caporossi, Nicoletta Vonesch, Patrizia Anzidei e Ilaria Barra, rende noto di aver sottoposto a valutazione cinque tipi di Dpi: alcune semimaschere filtranti, un camice di protezione, una tuta protettiva, una combinazione asettica (giacca con cappuccio, pantaloni e sovrascarpe) e una mascherina chirurgica. Dalla spunta della documentazione allegata al materiale si evince subito che mancano tante cose.

Documentazione insufficiente, assenza di certificazione CE, enti non accreditati per la valutazione dei Dpi e rapporti con cancellature

La relazione del gruppo di lavoro inizia infatti così: “La documentazione fornita per tutti i dispositivi non risulta sufficiente per condurre una valutazione di conformità alle norme tecniche di riferimento, non è presente evidenza di certificazione CE per i prodotti indicati, non sono fornite neanche fotografie per una valutazione visiva”.

Analizzando i singoli dispositivi, per le semimaschere filtranti si afferma che “i test report prodotti in lingua cinese non sono valutabili. Nel test report in lingua inglese redatto da GTT si evince l’applicazione della norma GB2626-2006, equivalente alla norma UNI EN 149:2001+A1:2009… La certificazione di conformità alla norma è redatta da ente non accreditato per la valutazione dei Dpi”.

Per quanto riguarda i camici protettivi si dice che “è stata fornita una certificazione non valutabile poiché proveniente da ente non accreditato… Non sono forniti test prestazionali”.

Anche la tuta protettiva incassa lo stesso giudizio del camice protettivo, mentre per la combinazione asettica – oltre alla certificazione da parte di ente non accreditato – si dice anche, tra le altre cose, che “vengono presentati alcuni documenti nominati genericamente ‘Rapporto di ispezione’, relativi a indumenti protettivi medici monouso, nei quali non sempre viene citato lo standard di rispondenza alle prove presentate. I rapporti inoltre appaiono alterati in varie parti (scritte sovrapposte a cancellature)”.

Infine, per la mascherina chirurgica “viene presentato un rapporto di ispezione relativo ad una generica maschera medica monouso, redatto da Fujian Provincial Institute of Medical Devices and Drug packaging Materials, nel quale non viene peraltro citato lo standard di rispondenza alle prove presentate. Si rappresenta infine che la mascherina chirurgica non è un Dpi”.

Il parere Inail è del 16 aprile ma l’Azienda sanitaria lo comunica solo oggi

Oggi pomeriggio, come detto, poco dopo la pubblicazione del parere dell’Inail su salto.bz, l’Azienda sanitaria dell’Alto Adige comunica che “tra la tarda serata di ieri (18.04.2020) e la mattinata di oggi sono pervenuti gli esiti dell’analisi effettuata dall’INAIL”. Come mai, si chiede il giornalista Christoph Franceschini, l’Asl ha aspettato tre giorni prima di rendere noto il parere e soprattutto informare gli operatori sanitari che devono indossare questi dispositivi di protezione personale? Un’altra domanda alla quale, per forza di cose, Zerzer e i referenti politici dovranno rispondere. Ma torniamo al comunicato stampa odierno.

L’Asl rende noto che “la valutazione dell’INAIL, che avviene esclusivamente sulla base di documentazione cartacea, è negativa, come già quella del 7 aprile di quest’anno; sulla base dei documenti inviati viene essenzialmente accertato che la documentazione non è sufficiente per condurre una valutazione di conformità alle norme tecniche specifiche ed inoltre le certificazioni provengono da enti non accreditati alla valutazione di dispositivi di protezione individuale”.

Materiale ritirato e messo sotto chiave: in aiuto arrivano Trentino e Protezione civile

L’Asl fa poi sapere di avere disposto stamattina (19.04.2020) “lo stop alla distribuzione ed all’utilizzo di questi dispositivi di protezione, e ha chiesto ai diversi responsabili di tenere il materiale sotto chiave e di far sì che lo stesso non venga più utilizzato”.

Malgrado il secondo giudizio negativo dell’Inail, l’Asl non si arrende e dichiara di voler “affidare ad un laboratorio indipendente accreditato l’esame materiale dei dispositivi di protezione individuale acquistati in Cina. A questo proposito ci sono già contatti con la Protezione civile nazionale, che a sua volta vuole far analizzare la mascherine cinesi KN95”.

Per ovviare al “congelamento” del materiale procurato da Oberalp, l’Asl altoatesina ha chiesto aiuto al Trentino (“confermato il prestito di 5000 camici di protezione per la prossima settimana”) e alla Protezione civile nazionale per la fornitura di camici protettivi cinesi.

L’Asl: ci affideremo a un laboratorio indipendente. Zerzer incredulo: “Dispositivi utilizzati senza problemi in altri posti”

b_350_350_16777215_0___images_zerzer.pngIl direttore generale Zerzer si dichiara incredulo per questo nuovo giudizio negativo di Inail: “Soprattutto perché so che questi dispositivi di protezione individuale vengono utilizzati senza problemi in altri posti e il personale è anche soddisfatto, mentre noi purtroppo per motivi burocratici dobbiamo tenere questi dispositivi indispensabili chiusi in magazzino”, si legge nel comunicato dell’Asl.

pf

Foto nel titolo: ASP/GNews

Foto: il direttore generale Asl Florian Zerzer (ASP/Brucculeri)

Fonte documenti: salto.bz

Il parere Inail è del 16 aprile ma l’Azienda sanitaria lo comunica solo oggi

Oggi pomeriggio, come detto, poco dopo la pubblicazione del parere dell’Inail su salto.bz, l’Azienda sanitaria dell’Alto Adige comunica che “tra la tarda serata di ieri (18.04.2020) e la mattinata di oggi sono pervenuti gli esiti dell’analisi effettuata dall’INAIL”. Come mai, si chiede il giornalista Christoph Franceschini, l’Asl ha aspettato tre giorni prima di rendere noto il parere e soprattutto informare gli operatori sanitari che devono indossare questi dispositivi di protezione personale? Un’altra domanda alla quale, per forza di cose, Zerzer e i referenti politici dovranno rispondere. Ma torniamo al comunicato stampa odierno.

L’Asl rende noto che “la valutazione dell’INAIL, che avviene esclusivamente sulla base di documentazione cartacea, è negativa, come già quella del 7 aprile di quest’anno; sulla base dei documenti inviati viene essenzialmente accertato che la documentazione non è sufficiente per condurre una valutazione di conformità alle norme tecniche specifiche ed inoltre le certificazioni provengono da enti non accreditati alla valutazione di dispositivi di protezione individuale”.

Materiale ritirato e messo sotto chiave: in aiuto arrivano Trentino e Protezione civile

L’Asl fa poi sapere di avere disposto stamattina (19.04.2020) “lo stop alla distribuzione ed all’utilizzo di questi dispositivi di protezione, e ha chiesto ai diversi responsabili di tenere il materiale sotto chiave e di far sì che lo stesso non venga più utilizzato”.

Malgrado il secondo giudizio negativo dell’Inail, l’Asl non si arrende e dichiara di voler “affidare ad un laboratorio indipendente accreditato l’esame materiale dei dispositivi di protezione individuale acquistati in Cina. A questo proposito ci sono già contatti con la Protezione civile nazionale, che a sua volta vuole far analizzare la mascherine cinesi KN95”.

Per ovviare al “congelamento” del materiale procurato da Oberalp, l’Asl altoatesina ha chiesto aiuto al Trentino (“confermato il prestito di 5000 camici di protezione per la prossima settimana”) e alla Protezione civile nazionale per la fornitura di camici protettivi cinesi.

L’Asl: ci affideremo a un laboratorio indipendente. Zerzer incredulo: “Dispositivi utilizzati senza problemi in altri posti”

b_350_350_16777215_0___images_zerzer.pngIl direttore generale Zerzer si dichiara incredulo per questo nuovo giudizio negativo di Inail: “Soprattutto perché so che questi dispositivi di protezione individuale vengono utilizzati senza problemi in altri posti e il personale è anche soddisfatto, mentre noi purtroppo per motivi burocratici dobbiamo tenere questi dispositivi indispensabili chiusi in magazzino”, si legge nel comunicato dell’Asl.

Paolo Florio

Foto nel titolo: ASP/GNews

Foto: il direttore generale Asl Florian Zerzer (ASP/Brucculeri)

Fonte documenti: salto.bz



Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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