Kindl (Svp): “Dall’Ungheria lo sguardo e la forza di una Bolzano che viva il plurilinguismo come una fiaba”

BOLZANO. Incontro nel Centro di Bolzano la Melinda Kindl candidata per queste elezioni comunali come indipendente nella lista della Südtiroler Volkspartei. Non so molto della donna che sto per intervistare, soprattutto non so che me ne andrò da questo incontro con una maggiore consapevolezza di cosa significhino le parole empatia e solidarietà e di quanto sia vero che la vita ci può sorprendere ogni giorno ma sta a noi decidere dove vogliamo che ci conduca.

Chi sei Melinda, dove comincia la tua storia?

Sono una donna che sulla carta poteva essere un semplice numero nel sistema di assistenza minori in Ungheria, ma che non ha voluto che questo accadesse. La mia nascita è stata fortunata, stavo bene, famiglia felice e decisamente agiata. Ho provato sulla mia pelle come da un giorno all’altro tutto possa cambiare e che a quel punto sono le nostre scelte personali a fare la differenza. Ho voluto essere io l’artefice del mio destino e ho costruito da allora la mia vita con lo studio e l’impegno. Questo insegnamento lo ho poi trasmesso anche a tanti altri minori nel mio paese, dedicandomi per anni a loro in associazioni di volontariato socio-culturale. Sono fiera di raccontarti ad esempio che in questo momento uno dei ragazzi che ho seguito è in viaggio per raggiungere la meta del suo master post laurea. Anni fa quando era bambino nessuno avrebbe scommesso su di lui perché le carte che la vita gli aveva dato dicevano che il suo destino sarebbe stato un altro.

Cosa ti ha portato in Italia e precisamente a Bolzano?

Mi sono laureata in Storia in Ungheria con una tesi che trattava i rapporti diplomatici tra l’Italia e il mio Paese nel biennio 1943-1945, quindi mi sono interessata alla terra che ora mi ha accolto già nei miei studi. L’attività di ricerca storica mi ha poi portato a Roma dove ho incontrato il mio compagno e dove si è rafforzato il mio rapporto con l’Italia. Dopo aver girato un po’ il mondo per motivi di studio e di lavoro siamo approdati a Bolzano, città scelta perché fa sentire a casa sia me sia lui.

Cosa percepisci come “casa” in questo territorio?

Ci unisce la storia ma anche passeggiando per le vie spesso sembra di camminare nella mia città (mi mostra foto di centri storici ungheresi e infatti non differiscono molto dal quello di Bolzano). Oltre a questo in Alto Adige c’è una comunità di più di tremila ungheresi, molto ben integrata, impiegata in massima parte nel settore turistico. La maggior parte di questi vive qui da almeno vent’anni. Anche il luogo in cui ci troviamo, il ristorante Tivoli di via Streiter, è gestito da una famiglia ungherese e spesso qui ci incontriamo con i membri dell’associazione degli ungheresi in Alto Adige. È un’associazione che ho creato un anno e mezzo fa grazie all’aiuto del nostro console onorario Siegfrid Brugger, ex Obmann  dell’Svp. Il legame tra gli ungheresi e questa terra è forte, basti pensare che a Bolzano in Piazza 4 Novembre c’è il primo monumento al mondo inaugurato per commemorare i martiri della rivoluzione ungherese contro l’Unione Sovietica. Fu voluto da Giancarlo Podini, all’epoca deputato di Azione Cattolica e posizionato il 24 novembre del 1956, il giorno dopo lo scoppio della rivolta.”

Cosa ti ha portato a questo impegno politico?

“Sicuramente va detto che in questa scelta ha influito l’epidemia di Covid e tutto ciò che è accaduto nei mesi del lockdown. Le attività previste della mia associazione si sono bloccate e invece mi sono trovata ad affrontare tante problematiche inaspettate che hanno coinvolto i miei connazionali. Gli alberghi chiudevano e così molti lavoratori ungheresi, spesso assunti con contratti in cui è previsto l’alloggio, si sono ritrovati oltre che senza lavoro anche senza casa. Io e il mio collega con l’aiuto del consolato abbiamo lavorato sodo per riuscire a rimpatriarli o semplicemente per non lasciarli senza un tetto, creando una rete d’accoglienza per fornire loro un rifugio. In quel frangente mi sono resa conto che l’aiuto reciproco crea il senso di comunità. Negli stessi mesi ho cominciato ad insegnare l’ungherese ad una ragazzina, semplicemente via WhatsApp e così ho realizzato quanto il semplice uso dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione possa bastare per creare occasioni di aiuto reciproco. Ho cominciato con la mia comunità ma funzionerebbe anche per tutta la comunità degli altoatesini. Non posso dire di pensare a me come a una politica, semplicemente l’ultimo periodo mi ha fatto immaginare che all’interno di un consiglio di 45 persone, territoriale come il nostro, le mie esperienze possano essere messe a frutto.”

A chi dovesse dubitare che il tuo non essere altoatesina ed italiana di origine possa non renderti adatta a rappresentarli cosa rispondi?

“Sicuramente conoscere il territorio dalla nascita è importante ma anche aver visto e sperimentato luoghi e situazioni diverse ha un valore per analizzare e migliorare una città. Quando ti trasferisci in un altro luogo è sì importante mantenere le proprie radici ma è essenziale adattarsi, conoscere la tua nuova casa ed impegnarti per la tua nuova comunità.”

Cosa vorresti creare per migliorare questa città?

“Un progetto a cui tengo, avendo come madrelingua la lingua più difficile del mondo è la creazione di una piattaforma per insegnare ed imparare le lingue straniere attraverso l’aiuto reciproco. Immagina una mamma che si riprende mentre racconta una fiaba al suo bambino, ecco credo che video di questo genere potrebbero poi essere utilizzati da altre mamme per altri figli e trasmettere così lingua e cultura in modo semplice. Questo in una terra come la nostra sempre alle prese con la difficoltà dell’apprendimento della seconda lingua credo sia un mezzo di semplice realizzazione e soprattutto di facile accesso.”

Quindi del programma della tua lista cosa vuoi far tuo?

“C’è una parola che sta al centro del mio impegno: solidarietà. Ho capito negli ultimi mesi che la gente, il cittadino, vuole essere d’aiuto al prossimo ma il più delle volte non sa come poterlo fare. L’epidemia ha dimostrato come in un attimo tutto il tuo mondo possa andare a rotoli, come inaspettatamente ci si possa trovare ad aver bisogno dell’aiuto e della solidarietà degli altri.  L’amministrazione a volte deve solo esserci per gestire tutte le possibilità che i semplici cittadini possono mettere in campo. Potrebbe succedere ancora che i mezzi tecnologici diventino determinanti nel gestire i bisogni della città e dobbiamo farci trovare pronti, organizzandoli e potenziandoli nelle loro capacità. La solidarietà è aiuto concreto e attraverso la tecnologia si può trovare un mezzo per collegare chi ha bisogno a chi ha la soluzione.”



 

Spengo il registratore, Melinda, da questo momento Linda esattamente come me, mi offre una sigaretta e per un’altra ora parliamo di donne.  Parliamo di lei e parliamo di me, parliamo di madri e di figlie, di donne fortunate e di donne che hanno dovuto affrontare immensi dolori.

Mi rendo conto, ma già lo avevo capito nelle scorse interviste che l’empatia che si crea quando due donne si confrontano crea un’energia particolare, un riconoscimento dell’altro che spero vivamente accada anche tra gli uomini ma un dubbio di fondo non nego di averlo. (Me)Linda la definisce potenza, una forza data da tutto ciò che nella società, a partire dalla famiglia e passando per il lavoro a noi donne viene richiesto. Io lo definisco coraggio e in una donna come lei di coraggio ne ho visto tanto. Il coraggio di non mollare, di combattere non solo per sé ma anche per tutte le persone in cui riconosce un bisogno, in cui legge una richiesta d’aiuto.

La Balda

Foto Melinda Kindl