Comunicazione politica: tra (molto) palco e (poca) realtà

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BOLZANO. Luciano Ligabue fece della canzone “Tra palco e realtà” il manifesto della propria persona oltre il cantante. Questo sdoppiamento del personaggio ci porta alla conoscenza del Ligabue persona, scisso dal Ligabue celebre. Nella comunicazione politica ciò avviene? Pare di sì, siamo in piena epoca di partiti creati sulla persona. Votiamo la persona od il partito? Ve lo siete mai posto il quesito? Ci hanno detto spesso che l’uomo va oltre, buon uomo equivale a buona idea.  Matteo Renzi applicò il paradigma  alla lettera: lui fu il Pd, il Pd fu il governo, il governo fu l’Italia, quindi lui fu la rappresentazione dell’Italia stessa (di quel periodo s’intenda) a forma d’uomo. Esagerato? Un po’ sicuramente, ma Silvio Berlusconi ci pensò per primo. Fondò un partito in breve tempo, lo creò a sua immagine e somiglianza e lo fece veicolare dal suo staff d’ esperti di comunicazione, che tanto bene avevano lavorato per le sue aziende. Il Silvio pensiero: vedo un settore, studio il settore, entro nel settore, cambio il settore. Ha cambiato la televisione italiana, il calcio italiano e la politica italiana. Può non piacere ma bisogna dargliene atto. La politica berlusconiana si discosta da quella renziana, ove il partito-azienda è sostituito dal partito-Stato. Il Pd aspira ad esserlo in forme diversissime rispetto ad esempio al defunto PCI. Il nostro è un paese a forte trazione “celebrativa”, tralasciando i tempi antichi ed antichissimi (il popolo ha sempre preferiti i Cesari ai senatori…) limitiamoci all’ Italia Unità post 1861. Moltissimi i presidenti del consiglio in questi 155 anni di Regno/Repubblica. Durante il Regno Giolitti fu l’uomo “forte”, che gli italiani si fecero piacere per qualche anno. Giolitti fu giolittiano (l’età giolittiana, croce e delizia per gli studenti  italiani) appunto, moderatamente moderato e sempre pronto con il minimo sforzo a portare a casa risultati a volte sorprendenti. Profilo basso per Giolitti. Poi venne Mussolini. Fu un presidente del consiglio che traslò (per legge) in dittatore. Un dittatore democratico sussurrò qualcuno. L’ossimoro può far sorridere, ma Mussolini ci spinse moltissimo tra il 1924 ed il 1936. Fu una star, in quel periodo il nuovo Cesare (così i giornali americani ed inglesi, ci scrisse pure…) fu osannato perfino da Gandhi (suo ospite a Roma con tanto di capretta) e spacciato dai media nostrani (e non solo) come “eccellenza italiana”. Il Duce come il Colosseo, gli Uffizi e la Torre di Pisa insomma. Nonostante un mare di contraddizioni, in primis con il Re, nella diarchia il popolo italiano ad un certo punto sembò esser parte unica con il sistema costituito. Slogan, marce e canzoni, la celebrazione totale di Mussolini, “che aveva sempre ragione”. L’incantesimo si ruppe appunto nel 1936, l’apice con la conquista dell’Impero, da quel momento il Duce iniziò ad avere sempre torto. Il cesarismo è una patologia che non perdona, ti usa, ti illude e poi ti getta. Ne sapeva qualcosa il defunto Bettino Craxi. Socialista, nella prima Repubblica il più longevo presidente del consiglio. Sbattere il telefono in faccia al presidente americano Reagan e sfidare nel post pasticcio Achille Lauro i Delta Force non è proprio da tutti. Gli italiani apprezzeranno molte sue gesta, i magistrati un po’ meno. Finirà tra gli uomini più odiati d’ Italia, in compagnia dell’ex socialista Mussolini. Morirà in Tunisia (suo feudo), dimenticato. Verrà rimpianto anni dopo, il classico revisionismo italiano, il solito si stava meglio “quando si stava peggio”. Poi ci sono Berlusconi e Renzi. Abbiamo scritto di persone, ed i partiti? Corollari, lo fu perfino il PNF ad un certo punto. Mai come oggi la celebrità politica ed il gossip fanno ormai parte del “fare politica” Celebrity Politics (2013) è un libro che val la pena leggere. Mark Wheeler nel libro analizza i casi di Obama, Reagan, Clinton e Blair a dimostrazione di quanto lo status di celebrità coinvolga i principali  politici-uomini. Gli spin doctor di mezzo mondo hanno sul comodino le biografie di Kissinger, Kennedy, Reagan, ma anche Cesare, Augusto ( un vero e proprio manuale, il delitto perfetto, la dittatura repubblicana che ha fatto storia, morire nel proprio letto per un dittatore che si rispetti significa aver gestito il tutto al meglio…, Augusto docet insomma) La comunicazione politica nasce da lontano, l’ Italia può dirsi campionessa, senza scomodare i tempi antichi, le diatribe tra signori rinascimentali, comuni, Chiesa ed Impero hanno creato una vera e propria scuola di formazione. La mediazione politica è l’arma di chi non ha grandi mezzi, la parola contrapposta alla spada, in quel caso l’Impero. Capita quindi che per fine politica l’imperatore vada a Canossa a chiedere perdono al Papa, episodio che darà il via alla creazione dell’università bolognese, allora la si chiamava “studium” e fu fondata per divulgare la legislazione romana ormai dimenticata (i cui cavilli il Papa conosceva assai bene tanto da raggirarci l’imperatore Enrico IV). In comunicazione politica quindi quanto conta la celebrità? Moltissimo. Reagan ci vinse la Guerra Fredda. Parti da un film, Star Wars, da buon attore in conferenza stampa fece intendere che gli Usa avessero una tecnologia in grado di bloccare i temuti missili nucleari intercontinentali. Venne meno la reciprocità di distruzione con l’URSS, che in piena rivoluzione informatica spese male i già esigui capitali economici. In pochi anni la paura d’esser dietro agli Usa mandò il sistema sovietico in crisi fino alla dissoluzione del 1991. L’URSS sconfitta da un film? Sarebbe riduttivo, ma Reagan grazie al suo carattere auto-celebrativo scardinò la politica Usa: dal 1950 infatti le amministrazioni americane non puntavano a superare i sovietici ma a tener l’equilibrio. La concezione di superamento possibile (gli analisti la giudicavano impossibile) fu tentata dal bluff di Reagan. Bluff che in politica, come a poker, può portare a risultati insperati. Renzi ha bluffato con Letta, preparandosi il terreno, Berlusconi bluffò moltissimo. L’uso del noi (in realtà nel centrodestra lo scontro era viscerale) e la continua parvenza d’unità (Bossi e Fini, come dimenticare, ossimoro totale) mise in crisi le sinistre, spesso perdenti per eccesso di democraticità, non lavato in Arno ma proprio in mare. I paradigmi qui proposti possono essere ripresi anche in politica locale. Si può partire da un progetto che mai si realizzerà o gonfiare argomenti politicamente scottanti (ma dal relativo valore a fini concreti) per arrivare a vincere le elezioni. Il candidato celebre, se dotato di dialettica “a battuta” può muovere anime e voti. Da destra a sinistra e da sinistra a destra. La celebrità però non attacca in certi specifici casi. Grillo è celebre ma non un politico, quindi l’identità di chi vota il movimento è rivoluzionaria. Non si vota l’uomo o l’idea ma il cambiamento. Motivo per cui in Usa il fenomeni Cinque Stelle è studiato da tempo. Paradigma inapplicabile anche a forze estremistiche di destra e sinistra, in quel caso conta l’ideologia, spesso più dell’uomo. Gli ecologisti invece sono un capitolo a parte. La celebrità politica attacca e non attacca, può esser utile per sovrapporre i concetti. Un amante dei cani potrebbe votare un leader distante dal proprio humus politico ma impegnato nel migliorare la vita canina. Lo spettacolo della politica è ricco di sfumature, contraddizioni, ossimori e molto altro, fedele specchio delle virtù e dei vizi. Uno solo il dogma inviolabile: non andate a votare per non aver niente a che fare con la politica che giudicate malissimo? Sarà la politica ad occuparsi forzatamente di voi, volenti o nolenti.

Marco Pugliese

 


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