Anziani state a casa

Immaginate: anni di lavoro, i figli cresciuti e ormai presi dalle loro vite, la vostra casa e il vostro partner, sempre quelli.

E’ stata una vita fatta di alcuni momenti di intensa, ma fuggevole gioia, perché diciamoci la verità, perlopiù è stata faticosa, difficile e piena di tanti ostacoli da superare. Però vi sentivate vivi, utili e ogni sfida superata vi ha galvanizzato oppure vi ha appesantito, facendovi dire “Uff! Anche questa è andata”. Ora avete alle spalle molti più anni di quelli che vi riserva il futuro e ogni lutto che vivete intorno a voi ve lo ricorda. Inesorabilmente. Siete andati in pensione: c’è chi lo ha vissuto come una grande liberazione, chi invece si è sentito privato di un ruolo, di uno scopo. Però dai, ce l’avete fatta anche questa volta. Non è stato facile, ma vi siete riorganizzati e ora la vostra vita è fatta di cose più quotidiane, come una passeggiata, un caffè, il giornale, i nipoti. Questi appuntamenti fissi, vi fanno osservare le vite altrui e vi danno spunti di discussione. Facendovi sentire vivi. A volte i vostri figli vi chiedono dei favori e i compiti che vi vengono affidati vi fanno sentire ancora partecipi. Vivi. Oggi però vi hanno detto “Basta uscire! State a casa!”. Pare che lì fuori ci sia un virus, che può uccidere, soprattutto le persone vecchie come voi. “Va beh, tanto la mia vita ormai l’ho fatta. E poi sto attento, mica mi faccio starnutire addosso! E quando torno a casa mi lavo le mani. Lo faccio sempre!”, vi dite.

Vi stanno implorando di restare a casa vostra, di stare chiusi in una realtà che assomiglia tanto a una prigione, a una bara per alcuni. Potreste essere soli o con una moglie, un marito che non frequentate più da anni. I giorni passano con molti meno anni davanti, con tutta la vostra vita dietro. Nonostante la televisione accesa, c’è tanto tempo per pensare e per sentire. Per sentire che state invecchiando, che non siete più gli stessi, che gli altri non capiscono quanto per voi sia vitale quella boccata d’aria. Che non è solo aria, per voi è vita. Ditemi: voi cosa fareste se qualcuno vi soffocasse, piano piano, dandovi tutti il tempo per sentire la vita che se ne va?




Mettersi nei panni delle persone anziane non è semplice: bisognerebbe poter vivere sulla propria pelle qualcosa che appartiene però solo al nostro futuro. Come chiedere ad un ragazzino di capire cosa significa essere un adulto. Si sente spesso paragonare gli anziani ai bambini. A mio avviso sono più simili agli adolescenti: sanno tutto, si fidano, hanno paura della morte e la sfidano costantemente. Ma l’anziano ha anche delle caratteristiche psicologiche peculiari, legate ai cambiamenti fisici, alla diminuzione dell’autonomia, al cambiamento di ruolo all’interno della società e alle perdite e ai lutti che sperimenta sempre più spesso. Più si invecchia, più è difficile adattarsi ai cambiamenti, ecco per quale motivo l’anziano ha bisogno di rituali giornalieri, di appuntamenti quotidiani, perché sono azioni che determinano un ritmo, il ritmo della sua vita, e una sicurezza alla quale attaccarsi, come ad un timone.

L’anziano ha bisogno della propria famiglia e dei propri nipoti, per sentirsi ancora utile. Per avere un ruolo. Altrimenti a cosa serve? Ha bisogno di socialità con i pari, come tutti d’altronde. Per alleggerire la solitudine, la pesantezza di una malattia, elaborare i lutti o le proprie sfortune di vita; a volte il confronto serve per consolarsi, a volte serve per sentirsi ascoltati e importanti. Questo periodo di isolamento ha obbligato tutti noi a rinunciare ai nostri momenti di socialità, ai nostri rituali quotidiani, ma un anziano fa più fatica a staccarsi da questi timoni. Non ne vede altri! Noi ci siamo arrangiati con i social, con le videochiamate e con tutto quello che la salute ci consente di fare. E loro?




Noi possiamo approfittare del tempo passato in casa per fare le pulizie, anche quelle particolarmente acrobatiche, possiamo sistemare la cantina o il ripostiglio. La persona anziana non può. Non riesce. In questi giorni ho letto fin troppe critiche e purtroppo anche forti insulti rivolti a questa parte della società, che sono poi i nostri genitori e i nostri nonni. Questo mio articolo è innanzitutto un invito ad evitare la crudeltà verso una fascia di popolazione che per sua natura è più resistente al cambiamento. Siate più indulgenti. Sono i nonni e i genitori di qualcuno. Secondo l’approccio breve strategico, modello formulato da Paul Watzlawick ed evoluto da Giorgio Nardone, quando incontriamo un problema è bene innanzitutto analizzare le tentate soluzioni che sono state adottate per cercare di risolverlo. In questo caso, gli inviti a restare a casa, gli insulti e il fornire spiegazioni razionali all’anziano non hanno dato grandi risultati. È pertanto necessario adottare stratagemmi e relative strategie che siano più in linea con il problema, l’anziano che esce di casa, e le peculiarità psicologiche di quest’età.

Per aiutare i nostri anziani a restare più facilmente nelle loro case, proviamo a dare loro dei compiti. In base ai loro interessi e alle nostre necessità, forniamo loro un obiettivo a breve termine, un progetto, qualcosa che li tenga impegnati e che li faccia sentire utili. Ad esempio, potreste commissionare dei lavori di sartoria alla nonna che sa cucire o dei manicaretti a chi ama cucinare. Potreste chiedere al nonno di aggiustare qualcosa o di costruire un aquilone per vostro figlio. Chiedete loro di mettere ordine tra le fotografie di famiglia, indicando sul retro data, luogo e persone ritratte. Alcuni nonni potrebbero aiutarvi nel lavoro facendo traduzioni, oppure potreste chiedere loro di impegnare il tempo raccontando la loro vita per iscritto, in una sorta di romanzo, come regalo per i nipoti. Usiamo un po’ del nostro tempo – e delle nostre capacità strategiche – per pensare ai nostri nonni, ai nostri genitori. Farli restare a casa, dipende anche da noi.

Dott.ssa Malvina Wenter Psicoterapeuta ufficiale del Centro di Terapia Strategica di Arezzo

Responsabile Area Psicologica di Medical Center Merano

Bibliografia: – “Problem solving strategico da tasca: l’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili”, G. Nardone, Ponte alle Grazie; – “Il cambiamento strategico”, G. Nardone, R. Milanese, Ponte alle Grazie;



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