Il Crogiuolo? Un meraviglioso pugno nello stomaco

di Alice Ravagnani

Il Crogiuolo è un dramma di Arthur Miller del 1953 ambientato nella cittadina di Salem (Massachusetts) del 1692.  Miller attinge dalla storia della caccia alle streghe per creare un parallelo con il Maccartismo americano degli anni Cinquanta.

L’adattamento dello spettacolo risulta fedele al testo originale di Arthur Miller, arricchito però da alcuni tocchi di personalità di Dini.

L’inizio dello spettacolo attraverso la narrazione di una circostanza precedente ne è un esempio lampante: si tratta di un gruppo di giovani donne che attraversa la platea (che grazie alla magia del teatro ho creduto fosse una foresta buia) con delle candele in mano fino a raggiungere il palco, reso luogo di balli dall’impronta “tarantellosa” ed esoterica, nonché a tratti molto carnale.  Come non citare poi le corde della chitarra di Aleph Viola, che si è inserito perfettamente sia con la sua musica sia con la sua figura, all’interno del meccanismo drammaturgico valorizzandone l’intensità scenografica ed emotiva.

Regia molto apprezzata ed accurata caratterizzata da scelte interessanti e, soprattutto, coerenti ed altamente funzionali.  Uscite ed entrate in scena mai casuali o forzate ma, anzi, capaci di rappresentare il riflesso di uno studio attento e competente.  Il ritmo incalzante della narrazione, i momenti di suspense magistralmente inseriti e l’energia costante di tutti gli attori, mi hanno tenuta incollata alla vicenda che stavano mostrando.

Ne volevo sempre sapere di più.

Anche se mancavano ancora due ore alla fine? Sì.

Durava un po’ troppo?  Sì, ma chissenefrega.

Il Crogiuolo è un testo talmente articolato e ricco di sfumature che non si riuscirebbe a rappresentare in un tempo minore.  La recitazione di altissima qualità, unita ad un supporto tecnico pazzesco nelle scenografie, musiche e luci, hanno rappresentato il punto di forza di questo spettacolo.Che il testo fosse molto forte ne eravamo già tutti consapevoli. Il buon Miller, d’altronde, rimane uno dei drammaturghi più incredibili del Novecento.

Unico appunto che mi sento di rilevare riguarda alcune battute che sono risultate leggermente urlate con le parole che non si sono riuscite a comprendere chiaramente. L’ho interpretata come una liberazione della grande energia che gli attori avevano in scena e che forse li ha portati, solo in quel momento, ad alzare un po’ troppo la voce. Lo spettacolo rimane fresco ma solenne, spiritoso ma mai superficiale.

Ti colpisce come un pugno nello stomaco, ma non ti fa venire voglia di suicidarti.

Per me ha vinto tutto.

Se questo spettacolo fosse una canzone sarebbe Uninvited di Alanis Morrisette.

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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