Tra Bolzano, Verona, Modena e Parma: quel weekend che cambiò tutto

BOLZANO. È venerdì 21 febbraio 2020, mi metto al volante e mi dirigo a Parma, la mia città universitaria, devo sistemare le ultime questioni con l’agenzia per lasciare – qualche mese dopo – l’appartamento. Risolte le questioni burocratiche, con il mio coinquilino Seba e altri amici, andiamo fuori a cena. Abbiamo appuntamento fisso con il “polletto”, è ormai un’abitudine. Siamo in otto a tavola e nessuno avrebbe mai immaginato che, appena qualche giorno dopo, avremmo dovuto rinunciare a tante tavolate e ad altrettante abitudini. Si comincia a parlare di questo strano virus, qualcuno lo sminuisce dicendo che è solo un’influenza, qualcuno – invece – comincia già ad essere preoccupato e a guardare con diffidenza (e stupidità) gli asiatici. Sarà lo stesso che smetterà, nei mesi seguenti, di prendere treni, frequentare grandi città e luoghi affollati, la paura gli ha drasticamente cambiato la vita. Andiamo a dormire con qualche lontano pensiero e nulla di più.

Il giorno seguente, il 22, mi reco a Modena, dove gioca l’FC Südtirol, società con cui lavoro in quel periodo. Ci accolgono con molto calore e, verosimilmente, ci stringiamo anche la mano. Mai avrei potuto immaginare che sarebbe stata l’ultima volta che sarei entrato in uno stadio, probabilmente mi sarei goduto di più anche quella sconfitta in casa degli emiliani e il calore dei tifosi gialloblù, arrabbiati per le recenti diffide nei confronti di altri tifosi. Non avrei mai pensato che non avrei più visto l’amore degli ultrà e il manto erboso del campo da così vicino. La sera torno a casa e visto il mio breve periodo in città, invitiamo altri amici nel nostro piccolo appartamento da fuori sede. Siamo in troppi per lo spazio a disposizione, oggi, sarebbe un vero e proprio assembramento. Intanto scoppia il vociferare, a Codogno è stato trovato il paziente zero. Qualcuno comincia a parlare di zone rosse, di spostamenti vietati, di campionati sospesi, qualche giorno dopo i supermercati vengono presi d’assalto dal timore della gente. Dopo il pareggio, per 1-1, tra Fiorentina e Milan, accompagnato da una pizza e qualche birra, andiamo in centro. Qualcuno o qualcosa minaccia la nostra normalità ma, al momento, è ancora tutto “come sempre”. Passeggiamo tra le stradine parmensi e beviamo qualche drink, tutti insieme, in piazze e locali colme di gente. Sarà l’ultimo drink con i colleghi universitari, un po’ per logistica, un po’ per restrizioni. Anche quella vodka lemon di pessima qualità, probabilmente, me la sarei gustata un po’ di più. Non tanto per la bevanda in sé ma per le persone con cui ero. Facciamo le ore piccole e torniamo a casa a notte inoltrata, a pensarci adesso – con il coprifuoco che ha accompagnato le nostre vite per mesi – sembra qualcosa di straordinario.

Il giorno seguente, dopo l’ultimo pranzo in compagnia, fatto dei prodotti tipici di qualche fuorisede, mi rimetto in viaggio. Abbraccio il mio coinquilino, abbraccio chi è lì con me. Chi avrebbe mai immaginato che anche quegli abbracci non erano poi così scontati? In macchina, stanco dal fine settimana e dalle poche ore dormite, decido di fare sosta a Verona, dove abita la mia amica Alessia. Mi fa il caffè e, inevitabilmente, parliamo di questo virus che, ancora non sappiamo, ma sta entrando prepotentemente nelle nostre vite. Sorseggiamo il caffè immersi nei dubbi, lei non sa che fare. Sembra che blocchino gli spostamenti e, di conseguenza, non sa se tornare a Bolzano con me. Rinuncia e, al tramonto, torno a casa. In città si respira ancora qualche settimana di normalità, mentre alcune zone d’Italia cominciano ad essere considerate più a rischio. Si ferma lo sport, i negozi abbassano le saracinesche e si ferma il mondo, intanto la stazione di Milano viene presa d’assalto da coloro che temono di restare bloccati lontani dai propri cari. La paura muove le scelte della gente. Nel giro di pochi giorni, anche le strade del capoluogo altoatesino diventano un deserto, i gruppi del calcetto e del fantacalcio smettono di squillare, il pigiama diventa una seconda pelle, l’armadio non è mai stato così pieno di vestiti e la mascherina diventa parte della quotidianità. E pensare che solamente la settimana prima di quel week end tra la nebbia emiliana e il caffè nella città scaligera, ero andato a sciare con un mio amico e una ragazza, oltretutto molto carina.

Sulla seggiovia, mai più ripresa, si parlava già di questo virus cinese, un qualcosa che sembrava talmente lontano e distante dalle nostre vite. A saperlo prima, probabilmente, avrei fatto ancora una discesa e poi un’altra e poi un’altra ancora, fino a quando gli scarponi ti fanno troppo male e non vedi l’ora di toglierli. In quest’epoca di Covid-19 abbiamo reimparato ad apprezzare la natura e la fatica che dobbiamo affrontare per ottenere i piaceri. Infatti, con le stazioni sciistiche chiuse da mesi, le uniche sciate sono frutto di una faticosa risalita, senza alcun impianto a disposizione. È bastato un week end a farci perdere la nostra normalità, una restrizione che non avevamo mai subito. Nel giro di pochissimi giorni hanno alzato il nostro muro di Berlino, la nostra libertà è venuta meno e ci eravamo consolati con la convinzione di diventare uomini migliori. Non ne siamo ancora usciti e non siamo nemmeno migliorati. Eravamo convinti di imparare a cogliere l’attimo e a sfruttare quel “carpe diem” che tanto pronunciamo. Magari qualcuno ne è stato anche capace, gli altri, me compreso, è meglio che imparino in fretta perché, questo ultimo anno, ci ha insegnato che la vita può davvero cambiare da un momento all’altro.

Stefano Rossi