Perchè il Pride non è un carnevale

Frequento altri tipi di feste, altri tipi di carnevali. Deve essere così. 

Altrimenti ci troviamo davanti ad un colossale malinteso, la tipica incomprensione che diventa il casus belli delle guerre più sanguinose, il fondamento di un odio radicato del quale alla lunga le ragioni appaiono oscure, ma senza la possibilità di trovare un compromesso. Se non ci siamo capiti, sicuramente non potremo diventare alleati. 

E le lotte per i diritti sono famose per essere quelle da combattere tutti insieme.

Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza nel tentativo di placare gli animi rivoltosi. E se questa spiegazione non basterà, vorrà dire che non c’è possibilità per noi. 

Il Pride non è una carnevalata di persone mezze nude e volgari che sfilano per le strade come fossero una passerella. Non è un atto collettivo di indecenza e indecorosità e sicuramente non è volto a dar fastidio alla quiete cittadina. A dire il vero, il disturbo della tranquillità di un popolo dato da 150mila persone che manifestano per l’amore e il rispetto dice molto sui valori del popolo stesso. Ma più che attaccarvi, credo sia sufficiente far trasparire quello che una manifestazione del genere può significare per chi ne è realmente coinvolto, dal momento che è fin troppo semplice sputare sull’operato di chi lotta quando se ne si sta al sicuro nella sua bolla. Perchè noi, a differenza vostra, non siamo al sicuro per niente. Nemmeno nelle mani del nostro stesso Stato. 

Se la nostra “festa” dura un giorno, lo scontro con la realtà non ci risparmia per tutto il resto dell’anno. E se foste indignati per tutto quello che succede ogni giorno di “non carnevale” come lo siete quando ci vedete manifestare, l’Italia verrebbe ricordata con la triade “pizza, pasta e ulcere”. Per molti membri della comunità, il giorno del Pride è l’unico durante il quale si può essere se stessi al 100%. C’è chi si trucca con colori sgargianti, meno preoccupato del solito nel farlo. Chi si copre le spalle di bandiere, sventolando il proprio orientamento sessuale o di genere senza preoccuparsi delle domande scomode, dell’incomprensione o dell’odio. Si vedono tante mani strette, mani che per tutto l’anno si cercano nervosamente per poi essere lasciate al primo sguardo disgustato, con la paura di esser stati visti da chi non doveva vedere. Si, perchè a molti di noi è capitato di dover amare in silenzio, di guardarsi allo specchio chiedendosi “chi sono?” senza che nessuno potesse aiutarci a scoprirlo, di dichiarare un’identità diversa da quella che ci è propria perchè alcuni dicono che, se nasci tondo, tondo ci devi anche morire. É la fortuna di essere d’accordo con quello che il destino ha scelto per noi, ma è anche la battaglia e il dolore di chi avrebbe voluto avere più possibilità di scelta, almeno per quello che riguarda il suo essere. 

Al Pride c’è tanta gentilezza, tanto affetto. Infondo, ci sentiamo un po’ tutti in famiglia. Abbiamo vissuto le stesse vittorie e sconfitte, ma soprattutto siamo accomunati da un desiderio che ci disturba il sonno, che ci rovina l’umore, che ci fa credere che tutto sarà in salita per sempre. Chiediamo che lo Stato ci veda, ci senta. Una legislazione giusta, perchè se il diritto è fatto per le persone, noi che cosa siamo? Chiediamo che la discriminazione cessi, perchè non dovrebbe essere così difficile capire che l’amore è puro in tutte le sue forme e che nascere in un corpo non significa effettivamente essere quel corpo. 

In una giornata di giugno, urliamo tutto questo per le strade della nostra città. Ma i nostri sforzi non cessano mai, neppure con l’arrivo dell’inverno. Perchè è proprio lo scorso ottobre che la nostra possibilità di salvezza ci è svanita davanti agli occhi con l’affossamento in Senato del Ddl Zan. E mentre milioni di persone leggevano la notizia tra le lacrime, c’erano i nostri rappresentanti a sghignazzare e a festeggiare come se avessimo vinto la Coppa dei Campioni. Chissà come mai però quel giorno ad un Paese sembrò di aver fallito totalmente. Il ballo sulla tomba dei nostri diritti, i festeggiamenti per essersi riconfermati per l’ennesima volta uno Stato obsoleto, ormai inadatto per chi lo abita. 

Ma voi continuate pure a pensare che stiamo solo giocando, che ci piace far casino tanto quanto ci piace apparire ridicoli in pubblico, perchè possiamo essere solo essere ridicoli per voi che non avete mai lottato per niente, che vi sentite parte di una comunità che vi accetta, vi stima e vi elogia, quando è già tanto se la nostra esistenza viene riconosciuta.

Ho pensato per tanto tempo che avremmo dovuto dimostrare qualcosa in più degli altri per essere accettati. Dimostrarci più intelligenti, più svegli, più gentili. Tutto questo per cercare di compensare quella difficoltà che abbiamo sempre riscontrato nel farci prendere sul serio. Ma poi Cloe Bianco, docente di fisica, si è suicidata dandosi fuoco dopo essere stata allontanata dalla scuola in cui insegnava perchè transgender e lì ho capito che tutto ciò non sarebbe servito a nulla. Che di Cloe nessuno avrebbe visto l’amore per l’insegnamento e per la vita, ma solo il fatto che cercasse di essere quello che biologicamente non è. E così si piange l’ennesima vittima di odio e di indifferenza. I giornali pullulano di articoli su di lei, tutti puntano il dito contro uno Stato assente, coloro che ne hanno causato la morte si riservano un giorno per poter fare i conti con la loro coscienza sporca, sentendosi più nel giusto che dalla parte dei carnefici. Passano dei giorni e tutto dovrebbe cadere in prescrizione, come è di consueto, ma la morte di Cloe arriva pochi giorni prima del Pride. 

E il dolore e la rabbia per la sua scomparsa scende nelle piazze di quella “carnevalata” della quale non avete capito niente. Non è una festa, ma un funerale. E ci sentiamo tutti coinvolti mentre marciamo per le strade, perchè al posto suo ci sarebbe potuto essere ognuno di noi. E, a differenza vostra, noi non dimenticheremo. 

Le storie che ci caratterizzano sono tutte diverse, troppe per poter parlare di ciascuna di esse. Ma a coloro che in questa ricorrenza ci vedono solo il lato divertente, quello festoso e appariscente, vorrei ricordare che poche di queste storie hanno il privilegio di essere trasmesse all’esterno senza un deplorevole finale. Che a tutti noi farebbe piacere non finire sui notiziari, perchè finirci significa che ci è capitato qualcosa di grave. Che al Pride ci sentiamo tutti a casa, è vero, ma che preferiremmo sentirci a casa con le nostre famiglie, i nostri amici e chi ci sta intorno, con la consapevolezza di essere amati per ciò che siamo. Senza essere accettati, perchè noi non dobbiamo essere sotto esame ogni volta che sveliamo la nostra identità. Che vorremmo sentirci al sicuro in uno Stato che ci tutela, senza sentirci dire che se vogliamo tanto la parità dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo, perchè ciò che abbiamo non ci impedisce di venire discriminati ogni giorno. 

Della visibilità che abbiamo questo mese faremmo volentieri a cambio con una vita normale. E se partecipiamo al Pride lo facciamo con la speranza che un domani non ci sia più, perchè solo allora non ci sarà più bisogno di reclamare a gran voce i propri diritti.

Il giorno del nostro “carnevale”, la rabbia, la disperazione e la voglia di lottare che abbiamo in volto non è certo una maschera. E se siamo allegri e spensierati è perchè quel giorno abbiamo la forza di ricordare che l’amore non può fare così male.

Benedetta Conti

Benedetta Conti

Quando ero piccola non avevo un diario segreto, ma almeno una decina: le storie da raccontare sono da sempre state troppe. A volte basta davvero poco per chi scrive: un minuscolo dettaglio può diventare un racconto incredibile. E io cerco di scovare i dettagli più interessanti. Aspirante giornalista pubblicista. Nel tempo libero, studio legge e scrivo racconti sugli amici di sempre.

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