Le lacrime di Kabul, il dolore dell’Afghanistan in un murale di Laika

 
ROMA. “Le lacrime di Kabul” è il nome del nuovo murale della street artist romana LAIKA comparso l’altra notte in una strada dell’Esquilino, a Roma. Mostra un bambino afghano con delle bende sulla testa e sull’occhio destro, che si rivolge a Gino Strada dicendogli di avere paura. Le lacrime del bambino hanno il colore della bandiera afghana e sono il simbolo della sofferenza del suo popolo e della paura di un futuro fatto di violenze.
Laika ha inserito all’interno della sua opera molteplici riferimenti ad Emergency e al suo fondatore, Gino Strada, scomparso il 13 agosto.
L’artista mette in luce la situazione critica che sta colpendo l’Afghanistan a seguito dell’avanzata dei Talebani, situazione che lo stesso Gino Strada ha raccontato nell’articolo pubblicato proprio il giorno della sua morte.
“Seguo la situazione afghana da qualche tempo con preoccupazione e nella mia testa ho cominciato a visualizzare delle immagini che potessero descrivere in maniera più diretta possibile questo terribile momento che il popolo afghano sta attraversando. Poi è arrivata la morte improvvisa di Gino Strada, un idolo per me, un esempio da cui tutti dovremmo trarre spunto. Gino, come scrisse nel suo ultimo, profetico articolo era preoccupatissimo per la situazione in Afghanistan e per l’avanzata così rapida dei Talebani. Ho voluto unire le mie e le sue preoccupazioni in un’immagine che gli rendesse anche omaggio”, commenta Laika durante la nostra chiacchierata, “Le lacrime di Kabul sono esattamente la rappresentazione della sofferenza e della disperazione di un popolo che si vede piombare in un inferno ancor più terribile del precedente. Come se vent’anni di guerra e di invasione non fossero bastati. Con la presa del potere dei Talebani vengono spazzati anni di battaglie per i diritti. Basti pensare al ritorno alla Sharia e a ciò che, purtroppo, capiterà a chi ha lavorato per gli occidentali. Volevamo esportare la democrazia, e invece abbiamo creato un nuovo califfato. L’occidente deve vergognarsi”



Nelle ultime ore a Kabul è cambiato tutto, soprattutto per le donne e le bambine. Anni di lotte e battaglie per la conquista dei diritti spazzati via in un secondo, perché da questo momento le donne afghane non saranno più libere di uscire di casa se non accompagnate da un uomo e solo con indosso il burqa. Ma non è tutto, secondo le fonti del Guardian le donne nubili dai tra i 12 e i 45 anni sono state inserite in una lista come “bottino di guerra” per esser date in spose ai militari.
Molte le attiviste trovate morte e altre già consapevoli di quale sarà il loro destino. Ragazzine frustate per le strade al ritorno da scuola perché indossavano dei sandali. Molteplici gli account social delle giovani afghane cancellati.
Ecco come si preannuncia il futuro delle donne afghane. Un futuro fatto di omicidi, stupri, violenze e controllo.
“Stanno bussando ad ogni porta per cercare le donne che hanno collaborato con le truppe straniere, con il governo e quelle che vivono sole. Io sono chiusa in casa dei miei genitori e ho paura che arrivino qui a cercarmi. Non sono al sicuro. Oggi è il giorno più orribile della mia vita, mi obbligano al silenzio.” questa la testimonianza della giornalista Zahra Joya, fondatrice del giornale Rukhshana, che prende il nome della ragazza lapidata nel 2015 nella provincia di Ghor, mentre tentava di scappare da un matrimonio imposto.
Per la prima volta Zahra non è potuta andare nel suo ufficio e nemmeno le sue colleghe, trattandosi infatti di una redazione tutta al femminile.
I portavoce dei vertici del nuovo Emirato islamico hanno garantito che saranno rispettosi nei confronti delle donne, ma la foto twittata da Lotfullah Najafizada, direttore del canale d’informazione afghano Tolo News, lascia molti dubbi. La foto, infatti, mostra un uomo che copre con della vernice alcuni poster che ritraggono donne su un muro di Kabul. Il segnale che segna l’inizio della scomparsa delle donne, per l’ennesima volta.


Abbiamo chiesto a Laika quanto, da artista, sia importante per lei l’arte come mezzo di comunicazione e protesta, soprattutto in questo momento così delicato “Per me fare arte significa comunicare e trasmettere con immagini forti dei messaggi di carattere politico e sociale, a volte anche in maniera più efficace dell’uso di mille parole!”.
Osservando le opere pubblicate nelle ultime ore da artisti provenienti da ogni parte del mondo, non possiamo che essere d’accordo con lei.


Alice Ravagnani

Foto Instagram

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

Alan Conti has 5663 posts and counting. See all posts by Alan Conti

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?