#IoGuardoSanremo

Soldi, non mi avete fatto niente mentre la scimmia nuda balla. Namastè.

Si possono pescare dal mazzo del web quanti hashtag si vuole ma chiunque, in Italia, sa riconoscere tre canzoni nella prima frase. Probabilmente canticchiandole.

Mahmood, Francesco Gabbani, Ermal Meta e Fabrizio Moro: sì esatto. Ma i nomi degli artisti sono un dettaglio. Quel che conta è che quelle canzoni, le ultime tre vincitrici della kermesse, sono entrate nella pelle musicale italiana. Dalla televisione alla radio al signore che fischietta in coda al supermercato. Che vi piacciano o meno è del tutto irrilevante. Ci sono.

Ecco, Sanremo è questo.

Entra nell’Italia senza chiedere il permesso e fa sorridere che qualcuno pensi di essere in grado di accendergli il semaforo rosso davanti alla faccia utilizzando un misero telecomando. Il suo. Beh, non funziona.

Il fatto che qualcuno scriva “#iononguardoSanremo” a Sanremo interessa poco. E la sua vittoria la prende in silenzio. Scorrendo la bacheca Twitter con l’hashtag della resistenza televisiva si scopre, per esempio, che una larghissima parte dei tweet protestanti parla di…Sanremo. Come è possibile? La negazione di se stessi. Cortocircuito filosofico che raggiunge il culmine in chi, su Facebook, commenta tutte le notizie del Festival riferendo che del Festival non gli importa nulla. Roba che Diletta Leotta che celebra la santificazione dell’invecchiamento acqua e sapone appare più coerente.

Guardo Sanremo, dunque.

E lo guardo perché trovo buffe le battaglie dove le spade servono solo a far vedere quanto è muscoloso il guerriero. Perché frequentare l’aula della Pupa e il Secchione mettendo dietro la lavagna Amadeus non è una battaglia contro il sistema ma uno sgambetto al cervello.

Guardo Sanremo perché nella galassia della cronaca italiana, spesso tormentata da meteoriti che meriterebbero hashtag pesanti, è una sospensione di frivolezza che può far bene. La distrazione di massa che alleggerisce. Per una volta in ufficio, sui bus, a scuola o in redazione parliamo tutti di lui graffiando, magari, spazi di parole che sarebbero stati riempiti da miserie, divisioni o, chessó, del “che caldo eh ma domani raffredda”. Per appena una settimana.

Guardo Sanremo perché, ora come ora, è la confessione più dirompente. Perché fa figo non guardarlo.

Guardo Sanremo perché quando poi confessi nel buio saltano fuori gli insospettabili del telecomando che lo guardano come te. Quelli dello “sbircio ma non dico” alla Alvaro Vitali. Tipo confraternita.

Guardo Sanremo perché posso ammettere candidamente che è impossibile guardarlo tutto, che Amadeus è di una lentezza esasperante, che Fiorello è un fenomeno troppo consapevole di esserlo e che Nutella Stage non si può sentire. Come Elettra Lamborghini.

Guardo Sanremo perché mi fa sorridere quando ci si scandalizza per i “soldi pubblici dati agli ospiti”. Educande che si stracciano le vesti per 300.000 euro impacchettati via bonifico sul conto di Roberto Benigni. Dimenticano come due soli spot (due eh…) di un break prima o dopo Benigni fanno guadagnare il doppio alla Rai. L’elusione totale del concetto di investimento e la retorica morale che non conosce coerenza nel momento in cui si ha messo anche solo un piede allo stadio o al cinema in vita propria.

Tiriamo una riga sotto le due colonnine del bilancio entrate ed uscite del Festival (contabilità primordiale) .

Sapete quanti soldi (di tutti) fa perdere il Festival alla Rai? Zero.

Sapete quanti soldi il Festival porta nelle casse della Rai (quindi publiche)? Tredicimilionidieuro. 13.

Ora. Non bisognerebbe protestare contro il cachet di Benigni o di Georgina (che dovrebbe utilizzarlo per risarcire per diffamazione il tango) ma si dovrebbe guardare Sanremo per pretendere un canone più basso. Il Festival fa guadagnare così tanto proprio perché lo guardiamo in tanti e gli sponsor riempiono il piatto. Quei 13 milioni siamo noi a renderli possibili. Che lo guardiamo.

Volete contestare Sanremo seriamente? Chiedete questo. Mirate giusto. Che la Rai distribuisca la sua ricchezza ai suoi soci di maggioranza.

Noi.

Io intanto me lo guardo.

E vincerà Gabbani.

Alan Conti

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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