Immunità, le recidive in Corea del Sud che fanno riflettere

BOLZANO. Il dibattito attuale verte molto sulla possibilità d’ effettuare tamponi a tappeto per isolare i positivi (soprattutto chi non ha sintomi) e scovare tramite test sierologici quell’immunità che consentirebbe di spezzare il fronte dell’infezione e riprendere le attività economiche(gradualmente e più lentamente, si è calcolato un rallentamento di produzione al 10% causa parametri di sicurezza, quindi sarà il caso d’abituarsi ad “un mondo più lento”, che consuma e si muove meno).

In Corea del Sud però dal 9 d’ aprile ci sono dati che preoccupano gli studiosi, casi di recidiva da Cocid-19.

Lo studio, ora prioritario, riguarda dove 163 pazienti che erano riusciti a superare il Covid 19, dichiarati guariti. Purtroppo si sono ammalati di nuovo, lo ha riportato la Cnn che ha poi illustrato la preoccupazione dei sanitari a livello mondiale. In primis ovviamente della Corea, paese ormai considerato, per antonomasia, come modello di contenimento del virus. I dati sono stati dal Kcdc, il centro nazionale per la prevenzione e controllo della malattia, che parla di un 2,1% di persone che risultavano guarite ed ora nuovamente positive, ma precisano che il tampone “di ritorno”, fatto dopo 15 giorni, ovvero al primo giorno fuori quarantena rappresenta un campione esiguo, appunto perché sui guariti non è stato effettuato a tappeto. Un dato da analizzare con cura ma che ha un risvolto positivo (scusando il gioco di parole) : il vice-direttore del Centro, Kwon Joon-wook, ha spiegato che i pazienti che si sono riammalati non risultano essere contagiosi anche se i malati-bis potrebbero essere molti di più. Lo studio è ancora in corso.

Di queste ore invece la notizia che altri 74 pazienti, clinicamente guariti, hanno sviluppato nuovamente la malattia. L’ annuncio arriva dal direttore dei Centers for Disease Control and Prevention di Seul, Jeong Eun-kyeong, che ha illustrato come le autorità stessero testando i campioni di siero per analizzare la possibilità di nuova positività e se l’organismo fosse in grado di produrre anticorpi adeguati, appunto per dare via libera “alla patente d’immunità” utile a mettere in sicurezza attività e ripresa. Lo studioso ha aggiunto come la maggior parte dei soggetti risultati nuovamente contagiati, non avessero mostrato alcun sintomo. Nessuno ha sviluppato sintomi gravi, ancora da comprendere l’eventuale contagiosità, ancora in fase di test.

Lee Hyuk-min, docente di medicina alla Yonsei University College di Seul ha dichiarato : “Alcuni soggetti, risultati guariti da forme lievi, potrebbero non sviluppare la piena immunità, in questi casi l’infezione si riattiva dopo un determinato periodo“. “Un’altra ipotesi è che i soggetti siano stati esposti a condizioni che hanno indebolito il sistema immunitario dopo le dimissioni dall’ospedale, fattore che avrebbe provocato la riattivazione dell’infezione“. Anche in questo test in corso.

Come si spiega la ricaduta?

Secondo il Kcdc le persone che hanno nuovamente sviluppato la malattia non sarebbero mai guarite del tutto. Una delle ipotesi, dopo test su nuclei famigliari, dove il virus è risultato presente ma non attivo, potrebbero indicare, secondi il Kcdc una mutazione del virus non più rilevabile dai controlli od un errore nei test. Il vice-direttore del Centro però rassicura su un aspetto importante : “Al momento non ci sono prove che una persona che è tornata positiva possa essere contagiosa. Pensiamo che non ci sia alcun pericolo di una ulteriore trasmissione secondaria o terziaria”. Anche in questo caso lo studio è in corso.

Tamponi per numero d’abitanti, in testa l’Islanda

L’Islanda ha effettuato tamponi sull’11,59% dei suoi abitanti, poi gli Emirati Arabi Uniti al 7,75%. Tutti gli altri sono molto indietro, ma densità e volumi sono assai diversi : Norvegia al 2,53%, Svizzera 2,39%, Portogallo 2,17%, Israele 2,09%. Germania e Italia sono al 2,06% (questo è un dato importante…). Dati estrapolati dai tamponi effettuati sul totale della popolazione, la Spagna ad esempio è all’1,99%. In fondo alle tabelle troviamo Austria, Irlanda, Danimarca, Australia, Canada e Belgio. La Russia? 1,1% della popolazione. Gli Usa hanno testato l’1,03% degli abitanti. Pochissimi tamponi anche Francia (solamente 0,58%) e Gran Bretagna (0,50%). Paesi, in entrambi i casi, che hanno moltissimi decessi.

Questo per capire quanto qualsiasi tipo di soluzione sia ancora in fase embrionale, perché basta su Big Data ancora parziali e non completi. Il modello di riferimento cinese di calcolo è sotto inchiesta da parte di Usa e G7, inoltre l’ Oms non ha creato un protocollo unico di calcolo sulla Pandemia e lasciato fare ai singoli paesi, che per vari motivi, soprattutto economici (dichiarare contagi e decessi “costa” sui mercati) ha deciso d’approcciare a seconda del contesto.

Da più parti infatti si chiede un ricalcolo generale mondiale, con un parametro unico e condiviso o non s’avrà ancora per qualche tempo una fotografia globale reale. L’ Oms su questo deve intervenire al più preso.

Marco Pugliese

Nota bene

Gli studi sono del Centers for Disease Control and Prevention Korea (KCDC)

I dati riferiti ai Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University.