Covid, le 10 parole che hanno “infettato” l’italiano

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TORINO. Le parole che non ti ho detto. Il Covid ha cambiato tutto e questo lo sappiamo. Lo ripetono tutti, tanto vale non insistere. La pandemia, però, ha inciso pesantemente anche sul nostro linguaggio rendendo comuni vocaboli usati raramente o stravolgendo vecchi significati. Vediamone un compendio.

Covid. La parola principe di tutti i notiziari attuali era, in realtà, quasi un virtuosismo giornalistico poco più di un anno fa. Quando iniziarono ad arrivare le prime notizie della diffusione del virus a Wuhan ed in Cina quasi nessuno, men che meno giornali e televisioni, lo chiamava Covid 19. Per tutti era semplicemente il Coronavirus. Subito dopo si è deciso che ormai eravamo esperti e non potevamo usare il nome della famiglia per un singolo membro così si è passato globalmente a Covid. Ora il fronte d’avanguardia preferisce Sars Cov 2.

Assembramento. Prima ci si accalcava allo stadio, si affollavano i concerti e si riempivano i negozi. Non si assembravano. Questo era un termine, se vogliamo, più diffuso a livello militare o molto tecnico. Oggi è uno degli spauracchi maggiori. Quasi come scrivere “assemblamento”

Lockdown. E’ stata la parola dell’anno 2020 per il prestigioso dizionario italiano inglese Collins. Hai voglia a parlare di autarchia linguistica se poi escono termini che non hanno una vera e propria traduzione calzante. In inglese, infatti, lockdown sarebbe essenzialmente un verbo nell’accezione di “blindare” qualcosa. Nella diafora del vocabolo dell’ultimo anno quel “qualcosa” siamo diventati noi e la verità è che lockdown non ha un vero e proprio omologo italiano.

Negazionisti. Una parola da anni accompagnata da ombre scure nella sua declinazione per identificare chi nega l’Olocausto. Oggi è stata trasferita alla pandemia con una trasposizione lineare creando un delicato parallelismo tra l’epidemia e la Shoah. Forse innescando, tra l’altro, una pericolosa banalizzazione del termine con un allontanamento dal significato storico che rischia di danneggiare la Memoria.

Asporto e domicilio. Nessuna parola nuova qui, tutti d’accordo. E’ il momento, tuttavia, di essere onesti: quanti conoscevano con grande naturalezza la differenza tra asporto e domicilio? Le sfumature dei Dpcm e delle ordinanze regionali o provinciali hanno obbligato tutti a capire in fretta che asporto prevede il trasporto da sé mentre il domicilio arriva sull’uscio di casa.

Delivery. Appena padroneggiata la differenza tra asporto e domicilio abbiamo deciso che il secondo è più trendy se si chiama delivery.

Smart Working. Abbiamo scoperto che si può essere produttivi anche in pigiama da casa. Coccolando l’inglese ci è suonato bene si chiamasse smart working. Peccato che, arbitrariamente, abbiamo ingabbiato un termine in un’accezione che non aveva. Chi (in pochi va detto) masticava di smart working anche prima del 2020 sa che il farlo da casa è solo una (nemmeno la principale) delle variabili. Lo smart working è, sostanzialmente, la possibilità di essere efficaci all’interno di un lavoro subordinato anche senza vincoli di orario o luogo di lavoro. Essere attivi da casa nell’orario di lavoro classico non è smart working ma home working. In italiano abbiamo deciso di giubilare la differenza.

Variante. Questa è fresca. Per di più declinata alla cittadinanza dei Paesi di provenienza. La variante sudafricana prima del Covid poteva riecheggiare sinistri rimandi all’apartheid. Ora preoccupa per altri versi. Prima la variante si trovava in autostrada ma ora, paradossalmente, l’autostrada è uno dei pochi posti dove non si rischia di incontrarla.

Call. Ormai utilizzata nella versione fonetica dalla perfetta pronuncia inglese di “coll”. Classico furto lessicale al mondo del business. Prima dell’epidemia la call era appannaggio quasi esclusivo di un certo mondo imprenditoriale o della finanza. Oggi è di tutti.

Dad. O DAD. In italiano non scriviamo tutti gli acronimi interamente maiuscoli. Variamo. C’è l’Inps, la SPAL o la Fiat. DAD, però, ci garba moltissimo scriverlo tutto grande. In realtà è una parola che rappresenta quasi un indiano nella riserva (accerchiata dagli anglicismi) perché derivata interamente dall’italiano didattica a distanza. Gira e rigira, insomma, la lingua italiana trova sempre nella scuola il suo rifugio più sicuro.

Alan Conti

Foto Pexels


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