Bolzano, il cuore del direttore Zambaldi: “Nel Teatro trovo tutto ciò che amo”

BOLZANO. Non posso raccontare Walter Zambaldi senza partire da lontano, dai primi anni ‘90 quando lo osservavo tra i corridoi e l’aula magna del liceo Torricelli di Bolzano. Non potevi non notarlo e, se eri una ragazza della stessa scuola negli anni in cui è esplosa a Bolzano la passione per il Festival Studentesco, allora non potevi non adorarlo. Raccontando Walter devo fare attenzione perché potrei scadere in un oramai anacronistico delirio da fan.

Ultimamente mi è capitato spesso di scrivere di giovani che si dedicano alle loro passioni sperando di realizzare il sogno di poterci vivere e noto sempre qualcosa che li accomuna quando parlo con loro, una fiamma negli occhi e nel sorriso. Per questo ho deciso di andare a parlare con il primo in cui l’avevo intravista, per scoprire come va a finire e quanto importante sia stata per lui. Lo incontro ovviamente nel suo ufficio di direttore del Teatro Stabile di Bolzano.

“Tu parli di passione, ma si tratta anche spesso di “fissazione”,- mi racconta-di una ricerca di situazioni che ti diano modo di esprimerti in quanto essere umano. C’è chi le sente e chi no, ma l’importante se parliamo di adolescenti, quello di cui veramente c’è bisogno, è il riconoscere che esiste questa possibilità, la possibilità di intraprendere certi tipi di carriera. “Proprio ora il TSB con alcuni teatri stabili sta improntando la nascita di una scuola di drammaturgia che va proprio in questo senso”

Cosa serve per intraprendere una carriera artistica, quali sono le caratteristiche necessarie?

“Credo sia un po’ travisato l’aspetto artistico bohemienne di questo tipo di professioni. In realtà tutti i lavori di questo tipo sono caratterizzati da un grande rigore, dove se vogliamo la parte bohemienne è quasi un impedimento. Per non parlare poi della componente economica e manageriale alla quale devi per forza dedicarti.  Io solo per il teatro mi sarei potuto occupare così tanto di conti e di economia, solo in nome del teatro avrei potuto farlo, tantomeno lo avrei fatto per me stesso. Pensi di seguire la tua arte e invece poi ti trovi ad occuparti di cose bocconiane, perché anche in questi ambiti devi capire cosa sta succedendo, dare un nome alle cose. Quindi la parte artistica che tu chiami passione risulta essere solo l’innesco, la scintilla, che però deve essere sostenuta da carattere e determinazione. A tanti magari piace l’idea ma non piace la fatica per arrivare a realizzarla. Invece è necessario fare quella fatica e sopportare di incontrare persone che ti dicono che non ce la farai mai. Poi quando tu parli di “qualcuno che ce l’ha fatta” bisogna anche capire cosa vuol dire “avercela fatta”. Vivere di quello che si ama: avercela fatta è sicuramente vivere di quello che ti piace o di qualcosa di molto simile.”

In che senso ‘qualcosa di molto simile’?

 “Pensa ad esempio al chitarrista di Eric Clapton che tutte le sere sale sul palco a suonare con lui. Ovviamente è un privilegio pazzesco, ma ad un certo punto potrebbe essere anche un po’ una noia, magari lui vorrebbe suonare con qualcun altro ogni tanto. Vivere di quello che piace vuol dire semplicemente costruire il proprio mondo all’interno del luogo in cui ci si trova e questo comunque vale per tutte le professioni.  È vero che ci sono cose che apparentemente sembrano più prestigiose ma in realtà sono semplicemente distinte dal fatto che per quelle esiste una selezione maggiore. Per dirigere uno dei venti teatri stabili in Italia c’è una selezione maggiore che per altre posizioni magari, come per giocare a calcio in serie A.  Ma è una questione solo di selezione e di aspirazione. E lì interviene la passione, che fa in modo che tu abbia una determinazione tale da farti proseguire nonostante tutto, nella convinzione che non si è mai completamente “arrivati” . Io che per natura “mordo i tavoli” , mi rendo conto che farò solo un pezzo di quella che è la strada del Teatro Stabile e che potrò fare solo alcune delle cose che vorrei e naturalmente mi da fastidio”



Cosa c’è stato in quel pezzo di strada da quando ti ho lasciato al liceo a quando sei arrivato qui allo Stabile di Bolzano? Io ti descrivo sempre come un ragazzo appassionato, nel senso che eri uno di quelli che non passava inosservato, che faceva tante cose e che le faceva bene. Non so però nemmeno come andavi a scuola?

“In quel periodo ero iper-impegnato, non mi facevo mancare nulla e la scuola è diventato l’ultimo dei miei pensieri. Era un periodo di grande ricerca, ma senza nessun senso, di grandi innamoramenti e anche di grandi delusioni. Ma sono convinto che tornino tutti utili. Tengo spesso laboratori nelle scuole e dico sempre ai ragazzi ‘Occupatevi di tante cose anche futili, piccole, che è bellissimo’.  Oltretutto mentre te ne occupi sei convinto che siano la vita e si rivelano anche degli inneschi, quelli di cui si diceva prima”

Quale è stato quindi il tuo percorso?

“Io ho un percorso assolutamente atipico. Ho iniziato giovanissimo a lavorare in teatro come aiutante, aiutante dell’aiutante…. Poi c’è stato qualcuno che ha visto qualcosa in me e mi ha dato un’occasione. Così sono passato a fare l’aiuto regista, poi il regista e l’assistente alla direzione. A quel punto ho mandato tutto a carte quarantotto e mi sono trasferito prima a Genova e poi in mezzo alla pianura Padana a “La Corte ospitale” che è diventata un’officina aperta e un progetto di cui vado molto fiero”

Raccontami quest’esperienza.

“È stato un tavolo di lavoro in cui facendo teatro la parte privata, che finanziava il progetto, è arrivata a coprire il debito che aveva fatto la parte pubblica in precedenza, che è una cosa pazzesca se ci pensi, di solito accade il contrario in questi ambiti. È un luogo che è diventato il palcoscenico per anni di tantissimi artisti e di grandi maestri, puntando però anche sui ragazzi appena usciti dalle accademie. A “La Corte ospitale” si è creato un meccanismo sano di opportunità, uno scambio di generosità reciproca, perché a volte per far funzionare le cose è proprio questo che serve: qualcuno disposto ad essere generoso e a ricevere generosità. In quel periodo mi hanno anche proposto una posizione molto prestigiosa, ma non di direzione, in un teatro stabile importante e ho detto di no. Per molto tempo non ho capito perché non ho accettato, apparentemente è stato un po’ un atto di follia dire di no, così giovane, ad un lavoro già strutturato e così importante, un’occasione incredibile che di solito si raggiunge ad età più avanzata. Ora però le mie motivazioni di allora le comprendo bene”

Walter credi comunque che tutto ciò che è capitato nella tua carriera sia nato in realtà da una di quelle scintille giovanili? E credi sia stato un caso che tu sia finito proprio ad occuparti di teatro, uno tra i tanti innamoramenti della tua giovinezza?

 “Io credo in realtà che la fortuna sia stata che in un sistema così ampio come il teatro tutti i miei innamoramenti si siano ritrovati.  Nel teatro come fai a non trovare ciò che ami? Ha la bellezza di avere dentro un mare di passioni: l’arte figurativa e la recitazione, la letteratura, le risate e le lacrime. Lo puoi costruire come vuoi tu. Sicuramente quindi il finirci dentro è dovuto a quelle fiamme, ma anche all’incontro con una serie di persone che conosci e che anche inconsapevolmente ti instillano delle possibilità. A quel punto puoi scegliere di coglierle oppure no. Poi c’è stata sicuramente anche una sana incoscienza, ma anche l’esatto contrario”

Cosa intendi?

“Che probabilmente se non fossi stato come sono a 25 anni avrei detto ‘io faccio il regista e basta e non mi rompete le scatole con nulla di altro’. E a quel punto poteva andarmi bene oppure no”

Perché invece non lo hai detto?

“Ora che ho 46anni non farei mai una scelta di quel genere, vuoi sapere perché so di non averla fatta nemmeno allora? Perché fare il regista si può nel momento in cui accetti di non avere continuità e di non aver bisogno di sicurezza. Io invece ho sempre avuto la fortuna di dover stare attento a dove mettevo i piedi, a dovermi mantenere ed è questo che mi ha portato a fare quello che faccio. In certi casi l’essere senza rete valorizza più la tua incoscienza nelle scelte, ma parlo per quello che posso aver visto e vissuto io”



Quindi c’è più concretezza di quello che si vede da fuori nell’essere un artista?

“Si. Però la scintilla ci deve essere sempre e deve mantenersi, quella roba lì bisogna che ti si mantenga addosso sempre. Inoltre preciso che non mi ritengo assolutamente un artista…”

E come si tiene viva?

“Con il gioco. Quando parlo con le persone, se sono spente vedo che la scintilla in loro si alimenta subito nel momento in cui giochi sulle loro passioni. Allora la gente diventa finalmente quello che è realmente, altrimenti siamo tutti chiusi dentro ruoli istituzionalizzati o precostituiti ed è noiosissimo. È come quando mi piaceva giocare a calcio da ragazzo. Mi piaceva perché era un gioco e per la competizione. In fondo è la stessa cosa che faccio adesso, non è cambiato mica tanto, solo che ora si gioca seriamente. (Ma io ho sempre giocato seriamente in realtà) “

Hai accennato ai laboratori che fai con i ragazzi. Io ricordo benissimo gli anni in cui eravamo giovani noi, le tante cose che accadevano, le possibilità che avevamo di esprimere noi stessi.  Come li vedi adesso i ragazzi, anche in relazione al fatto che ora molte delle loro azioni avvengono rinchiuse in una camera?

“Io credo che i tempi di maturazione e di crescita non debbano necessariamente avere un’evoluzione prefissata. Magari in questa negatività totale i ragazzi trovano qualche scintilla che non avrebbero trovato in una situazione diversa. Penso ad esempio al semplice fatto di dover andare a nascondersi in un boschetto per vedersi con gli amici, che in realtà è una cosa che non avrebbero fatto in una situazione normale. Sono piccole azioni, piccoli escamotage che trovano, cercando comunque di stare circoscritti all’interno di un gruppo ristretto, per non far entrare troppe persone nella loro cerchia in questo periodo delicato. Sanno che devono stare attenti, limitare le attività, io a 16 anni non so se sarei riuscito a stare fermo. Ma magari l’abbiamo pensato anche di questi ragazzi che invece alla fine si comportano egregiamente. Per cui io credo che qualcosa verrà fuori anche da questo, non so se diventeranno più riflessivi, ma come per tutte le cose che ti mettono in discussione in maniera pesante ci sarà anche un risvolto positivo”

Cosa pensi della massiccia presenza della tecnologia nella vita di questi ragazzi?

“Penso assolutamente che anche lì le passioni si possano trovare. Tutti i loro aggeggi sono magari una fucina di roba spesso senza alcun approfondimento, ma all’interno di tutto questo hanno a portata di mano molto più di quello che potevamo avere noi a 18 anni. Basti pensare alla musica che si può trovare su Spotify, noi facevamo fatica a trovare le cose normali, musicalmente parlando, figuriamoci quelle particolari. Loro invece hanno accesso a tutto. Quello che io vedo è semplicemente che la passione di questi ragazzi è la stessa che avevamo noi e la faccia dei ragazzi di oggi è uguale alla nostra”

Quindi la pensi esattamente come me Walter, sono bellissimi, intelligenti e vivi come eravamo noi.

Linda Baldessarini

Foto Monique Foto

Foto copertina Tommaso La Pera

 

 

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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