Val Martello, la leggenda divina del cervo bianco

BOLZANO. Nella storia dell’Europa il cervo bianco è sempre stato usato come rappresentazione della purezza, della perfezione. Nel nostro continente sono numerose le storie e favole che parlano di questo mitico animale ed alcune risalgono a prima dell’avvento della religione cristiana. Per i druidi delle antiche tribù celtiche, infatti, il cervo bianco è considerato come messaggero dell’aldilà o addirittura come una raffigurazione del famoso mago Merlino in persona. Secondo la religione cristiana il cervo rappresenta Cristo stesso. La leggenda di Sant’Eustachio racconta che, quando era generale sotto l’imperatore Traiano, gli apparve un cervo bianco durante una partita di caccia. Questo aveva il volto simile a quello di Cristo, ed Eustachio, preso dal timore, si convertì. Persino nel ciclo arturiano è presente un cervo bianco cui re Artù diede la caccia con successo, dovendo in seguito pagarne un prezzo altissimo.
Anche in Alto Adige si racconta una leggenda che parla di un cervo bianco ambientata in un’epoca non troppo lontana dalla nostra.

Molti anni, fa, nella Val Martello, una laterale della Val Venosta, viveva un ricco contadino. Costui era il proprietario di Stallwies, il maso più grande di tutta la vallata. Essendo anche un provetto cacciatore, nella sua casa si potevano trovare le più belle corna di cervo che si fossero mai viste. La preda più ambita, però, era un bellissimo cervo bianco che si diceva abitasse nei boschi nei dintorni del paese.

Nessuno però, eccetto un tale di nome Rico, sapeva dove l’animale usasse pascolare normalmente. Rico era gelosissimo del suo segreto e non lo aveva confidato a nessuno fino ad allora. Il cacciatore però, era molto astuto. Sapeva che Rico era un fanatico delle carte: una sera all’osteria gli lanciò una sfida al gioco. Partita dopo partita, il povero Rico perdette ogni centesimo che aveva in tasca ed alla fine della serata si ritrovò pieno di debiti. Triste e sconsolato, Rico balbettò di non avere più denaro con sé ma il cacciatore gli fece una proposta: se gli avesse rivelato la posizione del cervo tutti i debiti della serata sarebbero stati annullati. Sconsolato, Rico gli rivelò la posizione del rarissimo cervo albino. Subito il cacciatore prese il fucile e si lanciò nella foresta.



Passarono i giorni e le settimane ma del cervo nessuna traccia. Il cacciatore però non si perse d’animo e per molte notti rimase appostato nel posto indicatogli da Rico per aspettare la preda. Il sabato sera non andava più all’osteria e la domenica mattina non si recava nemmeno in chiesa per la messa. Un sabato sera il cacciatore si appostò nel solito posto e attese invano fino all’alba della domenica. All’improvviso, però, gli si parò davanti il bellissimo animale: candido dalla testa ai piedi, con delle bellissime e grandi corna. Il cacciatore non stava più nella pelle e puntò con calma il fucile. Quando stava per premere il grilletto, però, le campane della chiesa risuonarono improvvisamente e l’animale scappò via spaventato. Il cacciatore si infuriò ma decise di rimanere sul posto per aspettarlo nuovamente. Poco dopo, infatti, il cervo tornò e si mise a brucare l’erba. Il cacciatore stava per far partire il colpo quando le campane risuonarono nuovamente per chiamare i fedeli per la messa. Infuriato, l’uomo si lanciò all’inseguimento del cervo in fuga senza accorgersi che si stava pericolosamente avvicinando ad un burrone.

All’improvviso vide che il cervo si era infilato in un vicolo cieco: ormai non poteva più scappargli. Imbracciato per la terza volta il fucile, mirò e fece fuoco. Il rumore del colpo risuonò in tutta la vallata, spaventando alcuni uccelli che si trovavano nelle vicinanze. Una volta avvicinatosi, però, con grande stupore il cacciatore vide che dell’animale non v’era nessuna traccia, nemmeno una goccia di sangue. Arrabbiato, cominciò ad inveire contro le campane della chiesa che in quel momento risuonarono nuovamente. Mentre inveiva non si accorse che la terra dove poggiava i piedi iniziò a franare e che stava per essere trascinato verso lo strapiombo. Spaventato, il cacciatore di Stallwies provò ad aggrapparsi alle radici sporgenti, ma invano. L’ultima cosa che sentì prima di cadere nel vuoto, furono proprio i rintocchi delle campane.

In questa storia l’insegnamento è visto in chiave religiosa: essendo il cervo visto come rappresentazione del divino, il cacciatore viene descritto come un miscredente. Oltre a voler dare la caccia a qualcosa di sacro non si reca più nemmeno in chiesa per la messa domenicale. La punizione per il suo folle gesto non tarda ad arrivare: la scomparsa improvvisa dell’animale ed il fatto che le campane restano l’ultima cosa che avverte sono la chiara dimostrazione di un intervento divino.

Samuel Girolametto

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