Roma, viaggio nella Casa Internazionale delle Donne: “No all’indifferenza e i giornalisti stiano attenti alle loro parole”

ROMA. In vista della giornata dedicata alla “Festa della Donna”, abbiamo deciso di parlarvi di chi delle donne si prende cura non soltanto l’8 marzo, ma ogni giorno da ormai moltissimo tempo. Con la Dottoressa Maura Cossutta, Presidente della Casa Internazionale delle Donne di Roma, abbiamo affrontato il delicato tema della violenza di genere e l’importanza della presenza dei luoghi delle donne sul territorio nazionale.

Dottoressa, come è nata la Casa Internazionale delle Donne? Quali sono i suoi obiettivi principali?

“La Casa Internazionale delle Donne nasce a seguito delle lotte del Movimento Femminista Romano per i diritti e le libertà delle donne rappresentando da sempre il luogo storico e simbolico del femminismo. Nel 1983, a seguito dello sfratto dalla sede originaria in Via del Governo Vecchio, la Casa Delle Donne è stata trasferita in Via della Lungara, all’interno del complesso monumentale “Buon Pastore”, nel cuore di Trastevere.

Il “Buon Pastore” era stato adibito sin dal 1600 come un reclusorio femminile, dove venivano rinchiuse le cosiddette donne ribelli, per lo più giovanissime e povere, accusate di trasgressione dall’ortodossia cattolica, alle quali venivano imposti percorsi di pentimento individuale e collettivo, che prevedevano la mortificazione dei corpi e l’annullamento dell’identità; è per questo che la nostra Casa rappresenta, prima di tutto, un simbolo di riscatto per tutte quelle donne che hanno sofferto e che nessuno ha avuto l’interesse di tutelare.

Sono circa trenta le associazioni che collaborano con la Casa Internazionale delle Donne e moltissime le volontarie che ne rappresentano il vero cuore pulsante.

La Casa delle Donne è internazionale perchè abbiamo instaurato una fitta rete di collaborazioni anche con realtà che sono al di fuori del territorio italiano ed europeo (come il Sud-America); infatti, alcuni dei nostri focus riguardano il disarmo, la cooperazione internazionale, la giustizia ambientale, etc…

Il nostro obiettivo fondamentale riguarda, sicuramente, l’empowerment delle relazioni tra donne, la promozione dei diritti e delle libertà e la loro la loro partecipazione. Molteplici sono i servizi che offriamo alle donne per tutelare la loro salute, aiutarle nella formazione professionale, garantire assistenza psicologica e legale.

Nel corso degli anni abbiamo realizzato tante attività e progetti, per ultimo lo sportello sociale La casa accoglie” che è un luogo di ascolto e di presa in carico delle donne che vengono da noi, accolte da professioniste (mediche, psicologhe, assistenti sociali) e integrato con i servizi del territorio, dove le donne trovano non solo una risposta “di cura”, ma anche di relazione tra donne.

Alla casa si svolgono anche tante iniziative pubbliche e culturali, volte alla lotta del razzismo, del sessismo, delle mafie e della criminalità organizzata, la promozione di talenti e l’attenzione alla produzione artistica femminile e, ovviamente, garantire sostegno e protezione a chiunque ne abbia necessità.

La Casa è frequentata da tantissime donne perchè la sua caratteristica fondamentale è quella di essere aperta: “la Casa siamo tutte”, e sempre lo sarà”

Con quali difficoltà vi siete scontrate maggiormente da quando avete avviato la Casa Internazionale delle Donne? Dal suo punto di vista, si può affermare abbiate ricevuto un sostegno adeguato dalle istituzioni pubbliche e governative?

“Le difficoltà maggiori che ci siamo trovate a dover fronteggiare sono, fondamentalmente, di natura economica e finanziaria, legate soprattutto al canone d’affitto che il Comune ha imposto alla Casa, sebbene all’inizio fosse, più che altro, un segno simbolico (100.000 lire l’anno), proprio perché il “Buon Pastore” è un bene immobile non disponibile (indisponibile) con vincolo di destinazione “per i diritti delle donne”. La Casa, inoltre, è autofinanziata per tutto il resto delle spese: da quelle per le utenze, a quelle di manutenzione ordinaria e straordinaria, che garantiscono a questo splendido edificio di non degradare, come è invece accaduto a tanti altri immobili una volta sgomberati.

Non è stato possibile riuscire a sostenere il pagamento complessivo del canone previsto dal Comune, che non ha mai stanziato contributi per sostenerci. Il debito è diventato a dir poco insostenibile e l’unica risposta della sindaca è stata quella di considerarci inquiline morose, revocando la Convenzione che ci consentiva di gestire il “Buon Pastore”. Con una logica fondamentalmente ragionieristica, la sindaca continua a considerare solo il “danno economico”, a discapito del “danno sociale” che comporterebbe lo sgombero della Casa, non riconoscendone l’incredibile valore sociale e culturale; posizione che, tra l’altro, la sindaca non ha ancora riesaminato, nemmeno a seguito delle numerose sentenze della Corte dei Conti, che hanno sottolineato l’inesistenza di “danno erariale” se in quegli immobili si svolgono attività sociali. Abbiamo presentato anche una perizia dell’università di Pisa, che ha valutato i nostri servizi anche da un punto di vista economico con un valore equivalente al debito accumulato. La sindaca non ha neppure mai accettato la nostra proposta di transazione economica, rifiutando ogni trattativa.

La situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo da circa un anno, inoltre, ha contribuito ad amplificare le difficoltà che già stavamo affrontando da tempo, perchè ci ha costretto a chiudere tutte le attività che per noi rappresentavano le risorse principali per autofinanziarci (ristorante, foresteria, sale per ospitare convegni e seminari, etc…). Fortunatamente, il Parlamento ha mosso un passo importante nella nostra direzione, stanziando un contributo consistente che ci ha permesso di saldare i debiti,  affermando così il riconoscimento politico nazionale dei luoghi delle donne. Nella legge Finanziaria è stato anche votato un articolo che prevede il comodato gratuito per i luoghi e le case delle donne, esattamente quello che da sempre chiedevamo alla sindaca, che, comunque, non ci ha trasmesso ad oggi alcun feedback”

 Per quanto riguarda il tema della violenza di genere, reputa che venga attuata una sensibilizzazione adeguata e costante all’interno della nostra società?

“Credo si faccia troppo poco e troppo male: non c’è abbastanza indignazione sociale su questo tema, così come scarseggiano la ribellione e la consapevolezza da parte sia dei cittadini, sia degli enti governativi e sanitari. Per fare un esempio concreto: molte donne che si presentano al pronto soccorso con traumi fisici causati dalle violenze del partner non denunciano quasi mai l’accaduto, giustificando invece i lividi o le fratture ossee come meri incidenti domestici. L’operatore sanitario che si trova coinvolto in situazioni di questo tipo deve essere in grado di intercettare questi segnali e consigliare alle donne di rivolgersi allo sportello di sostegno; troppo spesso però, questo non avviene. Gli operatori sanitari o fingono di non cogliere i segnali, o si impuntano con la paziente per convincerla a sporgere denuncia, dimenticando una delle regole fondamentali: devono essere le donne a decidere di denunciare e non essere spinte in quella direzione, facendole sentire inadeguate perchè non sono state in grado di riconoscere i segnali violenti da parte del partner.

Ci sono, però, comportamenti ancora più dannosi, come quello di giustificare la violenza e attribuire la colpa di quegli atti alla donna che li ha subiti. Nel corso della mia esperienza come medico ho assisiito, purtroppo, anche a questo genere di approcci totalmente inappropriati da parte di altri colleghi. Queste situazioni non vanno ignorate, perchè sono l’esempio lampante di qualcosa che non funziona alla base della nostra società nei confronti della violenza di genere, così come accade anche da parte delle informazioni che vengono trasmesse dalla stampa o dalla tv: quante volte abbiamo assistito a titoli di giornale o a dibattiti televisivi, dove il “linguaggio della violenza” non risultava appropriato e le parole finivano per ferire le donne una seconda volta? E’ una responsabilità dei giornalisti quella di intervenire perchè la violenza contro le donne venga identificata anche linguisticamente e sia libera da pregiudizi o preconcetti, combattendo contro il rischio dello scambio delle parti, dove il carnefice finisce per diventare vittima, o la normalizzazione della violenza, sia essa stalking, botte, stupro o femminicidio.

Titoli come: “Gorizia, uccide la convivente <<Voleva lasciarmi alla vigilia delle nozze>>” – “Quattordici coltellate alla moglie: non accettava la separazione” – “Tortura la compagna per 3 settimane. Dramma della gelosia a Modena” – “<<Ho ucciso Michela, l’amavo tanto>>”, sono estremamente pericolosi: quando il movente viene identificato nel delitto passionale, si tende ad assecondare la tendenza a confondere l’amore con la rabbia, la ferita narcisistica, con il terrore della solitudine e l’incapacità di accettare un rifiuto. Beh, ragazzi e ragazze, l’amore non arma le mani e non nega la vita; non si uccide perchè si vuole bene, ma perchè non si riesce a concepire la propria compagna al di fuori della funzione che le è stata assegnata, la si considera una proprietà e si è abituati a scambiare i propri desideri per diritti. Sarebbe davvero importante che venissero stanziati dei fondi per fare maggiore educazione e informazione all’interno delle scuole e attuare tutta una serie di riforme a livello sociale volte ad aiutare concretamente le donne a costruire e mantenere la loro autonomia”

Al di là della giornata della “festa della donna”, dal suo punto di vista, cosa può fare ognuno di noi per contribuire, nel suo piccolo, a combattere la violenza di genere e garantire alle donne i diritti e il rispetto che meritano?

“E’ fondamentale combattere l’indifferenza: se parlando con una nostra amica o collega notiamo la presenza di segnali di violenza all’interno del suo quotidiano, è importante starle accanto e trasmetterle il messaggio che non è sola, invitandola a rivolgersi agli sportelli di sostegno o ai centri antiviolenza.  Nell’ambiente familiare, invece, è importante fissare delle regole e degli impegni comuni che vengano rispettati da tutti, ribaltando finalmente gli stereotipi di genere anche nel quotidiano, che sono ancora presenti più di quanto si immagini. L’educazione al rispetto e alla parità è una battaglia che ognuno di noi ha la possibilità di portare avanti anche nel suo piccolo”.

A sottolineare ulteriormente l’importanza di un corretto “linguaggio della violenza”, citiamo la Convenzione di Istanbul, in vigore anche in Italia dal 2011, dove vengono incoraggiati il settore privato, il settore delle tecnologie, dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità.

Sarebbe quindi di buon auspicio che il nostro Paese, essendo già stato condannato nel 2017 dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo con la sentenza Talpis per non aver protetto Elisaveta, malgrado le denunce e la manifesta pericolosità del marito, Andrej Talpis, che uccise il figlio di 19 anni mentre cercava di proteggere la madre assalita dall’uomo con un coltello, intraprendesse una strada precisa nella tutela e nella protezione delle donne che trovano il coraggio di denunciare questi soprusi, sostenendo e risaltando i luoghi che sono, da sempre, al loro servizio.

Alice Ravagnani

 


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