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“Mio figlio hikikomori di Bolzano, chiuso in camera per 10 mesi senza uscire”

BOLZANO. Hikikomori. Forse il termine in una lingua lontana dalla nostra come il giapponese, forse la difficoltà di comprendere il fenomeno o forse la semplice poca conoscenza lo rendono un enigma. Una realtà nascosta, però, che va inserito in un cono di luce perché è plausibile che tante, troppe famiglie, vivano questa situazione senza nemmeno saperlo. Brancolando nell’ansia e nella paura di non riuscire ad aiutare i propri figli.

Da oggi iniziamo un’inchiesta dedicata al tema dei ragazzi (ma non solo) Hikikomori per aprire un canale di conoscenza e confronto. Un lavoro che si articolerà in più puntate per affrontare un problema troppo complesso per risolverlo in un singolo articolo. O in una sola pagina di giornale.

Incontriamo Marina nel suo ufficio. Ordinata, decisa e convinta. Davanti a sé ha un blocco di appunti, ben scritti con la penna come insegnavano una volta. L’ordine è prima di tutto su carta prima che nella testa. Ci ha invitato per raccontarci la storia di Michele, il suo figlio hikikomori. I nomi, come ovvio, fanno parte della fantasia per evitare ogni riconoscibilità (così come saranno omessi dettagli che rendano riconoscibile il ragazzo) ma tutto il resto è drammaticamente concreto, reale.

Partiamo dalla base. Cosa è esattamente un hikikomori?

Sono ragazzi, ma anche adulti, che rifiutano la pressione sociale e decidono di ritirarsi per non affrontare nulla di questo mondo. Parliamo di maschi e femmine, bambini e adolescenti, giovani e persone mature. E’ una reazione psicologica subdola che non può essere assimilata alla depressione né all’autolesionismo o alle dipendenze”

E’ credenza comune che si tratti di ragazzi quasi drogati di internet che si chiudono nella loro stanza per perdersi nel web, nelle chat o nei videogiochi.

“Spesso le credenze comuni sonio fuorvianti. Per capirlo dobbiamo andare per gradi”

Prego.

“Esistono tre stadi che portano a questa forma di eremitismo. La prima compare quando i bambini sono molto piccoli e frequentano la scuola primaria e consiste in forti malesseri e dolori. Ad una diagnosi medica, tuttavia, non presentano particolari patologie. La seconda prevede un graduale rifiuto di quella che è la vita sociale. Niente più scuola, sport o attività all’aperto. Chiusura anche verso i genitori e naufragio dei rapporti amicali. Iniziano ad invertire il ritmo sonno-veglia e, sostanzialmente, si preparano la strada per la terza fase, quella del ritiro vero e proprio. A quel punto non escono più dalla camera e non vogliono nessun contatto. Ci sono genitori che depositano un vassoio con il cibo davanti alla porta e poi se ne vanno. Oppure ci sono giovani hikikomori che sgattaiolano fuori dalla camera la notte per andare a mangiare quando non c’è nessuno. Posto che l’appetito non è quasi mai un bisogno primario. Mangiano proprio perché devono, non per piacere. Questo accade solitamente tra le medie e l’inizio delle superiori. Poi, ripeto, ci sono anche adulti che hanno avuto altre fasi di sviluppo. Le tre fasi non sono forzatamente un climax, qualcuno può passare dalla prima alla terza oppure tornare indietro”.

Scusi perché invertire il ritmo tra sonno e veglia?

“E’ anche questa una reazione psicologica. Si sentono meno in colpa a dormire quando tutto il mondo esce e produce mentre la notte questo peso si attenua”

Quindi hanno consapevolezza di cosa stanno vivendo?

“Sì, certo. Questo è uno degli aspetti che differenzia gli hikikomori da altre situazioni o patologie psicologiche. Non sono per forza depressi e non hanno automaticamente pulsioni autolesioniste. Sono incatenati da questi rifiuto per la società, specialmente da questa competizione furiosa che caratterizza ogni nostro settore”

Il web in tutto questo quanto incide? E’ pur vero che molti di loro passano centinaia di ore attaccati alla rete.

“E’ verissimo, ma non è una dipendenza dal web. Intendiamoci: se per un giorno leviamo ad un hikikomori internet oppure la playstation non assistiamo a crisi di astinenza come può avere un dipendente. Semplicemente fanno altro. Nel loro rinchiudersi il web è l’unica finestra sul mondo che riescono a mantenere perché ad una distanza accettabile. E’ per quello che ci passano tanto tempo”

Una terapia d’urto come vietarlo, dunque, rischia addirittura di essere controproducente

“Esatto ed è per questo che è importante che questo fenomeno sia più conosciuto. In un rapporto di dipendenza togliere la “sostanza” è il traguardo finale e risolutivo. Con gli hikikomori levare il web non è né un traguardo né risolutivo. Probabilmente senza computer farà altro senza uscire dalla camera. Un divieto drastico, al contrario, può portare anche a tentativi di suicidio. Recidere brutalmente l’unico filo che li tiene attaccati alla società può avere conseguenze spaventose. D’altronde, visto in un’ottica più ampia e approfondita, il problema è più complesso. Se liquidiamo il fenomeno a semplice attaccamento alla consolle o allo smartphone non risolviamo nulla. Purtroppo questo è l’aspetto più “spettacolare” e spesso alcuni media ci hanno costruito tutti i servizi intorno. Ma è solo una piccola parte. Magari fosse così facile”

Senta, ci racconta di Michele?

“Sì”

Adesso è rinchiuso in camera?

“No, ma lo è stato per dieci mesi continuativi poco fa. Abbiamo seguito le varie tappe che descrivevo prima e siamo arrivati alla difficoltà maggiore. Fortunatamente si fa aiutare e ha mantenuto un dialogo con me”

Ci sono degli elementi scatenanti che lo hanno portato a questo?

“Ci sono stati dei traumi. Spesso seguono separazioni da genitori, lutti o shock. Attenzione, però, a non fare l’equazione  matematica. C’è anche chi subisce questi traumi senza queste conseguenze. Il tutto, solitamente, si innesta su predisposizioni caratteriali specifiche come una grande timidezza e un fastidio a fare i conti con la pressione della competizione. Spesso gli hikikomori sono molto intelligenti e hanno un quoziente intellettivo sopra la media”

Michele?

“Michele è molto bravo in italiano e storia. Ha talento e passione. Purtroppo va poco a scuola perché frequenta un giorno poi magari ne sta a casa a tre. Basta un qualsiasi evento negativo che torna a rifugiarsi. Il paradosso è che rischia la bocciatura perché ha tante assenze pur con una media ampiamente sopra il sette”

Le assenze non vengono comprese?

“Il nostro sistema sanitario altoatesino non riconosce gli hikikomori. Il risultato è che i servizi psichiatrici incasellano questo fenomeno dentro altre patologie come la depressione. Altre realtà come la Regione Piemonte le riconosce. Un passo avanti fondamentale perché permette di gestire meglio le assenze. Ha idea di cosa comporti una bocciatura?

Una ulteriore mazzata psicologica?

“Sì ma non solo. La sensazione che tutto il mondo vada avanti mentre tu rimani incastrato in una dimensione di incapacità’m, di non reazione. E’ devastante. E più passano gli anni e più diventa critico”

Non le è mai venuto in mente di portare Michele di peso a scuola?

“E’ un ragazzo di un metro e ottanta. Fisicamente non ce la farei mai ma non servirebbe a nulla. Non è un problema di volontà ma di capacità. Ci sono giorni in cui si sveglia, si veste e arriva la porta con la cartella poi si ferma e mi dice “non ce la faccio”. Non lo dice volentieri, è disperato. Basta che fuori piova, anche solo un’inezia. Non possiamo pretendere di capire fino in fondo questa sensazione ma dobbiamo essere bravi ad affrontarla. La forzatura violenta non serve. Altrimenti, mi creda, sarebbe molto più facile anche per una madre”

Come lo vive lei?

“Adesso che ho coscienza di cosa stia accadendo vivo tutto con più forza. Non avevo mai sentito parlare degli hikikomori e il sistema di psichiatria altoatesino non è stato in grado di individuarlo nè di propormelo come possibilità. Hanno sempre trattato Michele come un depresso. Una signora, invece, un giorno mi disse che Michele poteva avere a che fare con questa parola giapponese stranissima. Sono andata a leggere e mi si è spalancato un mondo. Ho scoperto l’associazione Hikikomori Italia che si occupa proprio di questo. Ho conosciuto altri genitori nella mia situazione, anche qui in Alto Adige e a Bolzano. Quando lo scopri è un momento di epifania, terribile ed illuminante allo stesso tempo. Ricordo la sensazione  di non riuscire ad aiutare mio figlio disperato, il sentirsi inutili e inadeguate mentre la situazione precipita. I medici e le persone comuni, persino altri famigliari, che ti additano come responsabile, come troppo permissiva o senza polso. Tutte queste sono ferite e dolori. Se qualcuno non mi avesse detto quella parola, hi-ki-ko-mori io non me ne sarei mai accorta. Per questo dobbiamo fare informazione, per questo racconto la mia storia e per questo dobbiamo chiedere al mondo sanitario, della politica e della scuola di riconoscere questa situazione. Gli hikikomori sono anche nelle case di Bolzano. Michele è uno di loro. Ce ne sono sicuramente altri. Dietro ad una porta. Magari con una madre che non ha più voce. Noi dobbiamo essere quella voce”.

Alan Conti

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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