L’eternità di Maradona, dio del calcio e profeta di una città

BOLZANO. Un Dio in campo, un dannato tra i dannati fuori, questo era Diego Armando Maradona.

Uno dei migliori giocatori che abbiano mai calcato un campo da calcio, 175 centimetri di pura esplosività, genio, estro e fantasia. Un talento eccessivo che forse ha un po’ sprecato, vittima di quegli eccessi che lo hanno condannato. Dio in campo, Diavolo fuori.

Chi lo ha visto giocare canta ancora:
“O mamma mamma mamma
o mamma mamma mamma
sai perché mi batte il corazon?
Ho visto Maradona
Ho visto Maradona
eh, mammà, innamorato son”.

Questo era l’effetto di Diego sulla gente allo stadio: amore e attrazione. Non capita tutti i giorni che tutti cantino solo per te e, forse, la vera grandezza dei campioni sta qua. Napoli è un popolo che si inchina al suo profeta, Maradona sapeva essere “scugnizzo” tra gli “scugnizzi”, motivo in più – per una terra abbandonata e speso malvista – di amarlo ancora più forte. Dal 5 luglio del 1984, Napoli ha trovato il suo Dio e si è divisa in un calcio prima di Maradona e dopo Maradona. Un dopo che riversa ancora in tutti i vicoli stretti e ciottolati di Napoli: altarini, dipinti sui muri, magliette ancora in vendita, statuette di Maradona. Napoli è Maradona e Maradona, tra luci ed ombre, è Napoli. Ombre che l’hanno avvicinato ancor di più a quella terra rinnegata che, forse, proprio perché tale sentiva sua. Le luci erano quelle che portava Diego in campo con la sua genialità, con le sue illusioni, lui era luce. Non è un caso che il San Paolo, da ora rinominato Maradona, questa notte abbia acceso le luci per ricordare Diego, per omaggiarlo e per rivivere quello che sapeva fare sul rettangolo di gioco. A Napoli, in Argentina e per tanti appassionati del mondo del pallone, è morto un Dio.
Vederlo giocare era qualcosa di mistico, era capace di tenerti con gli occhi attaccati su di lui, come lui faceva con i piedi sul pallone. Ecco perché oggi dovremmo limitarci a parlare di quello che Maradona era e faceva in campo, lasciando fuori gli eccessi e gli errori. Un po’ per rispetto, un po’ – forse – anche per vergogna, oggi è meglio ricordarlo solo per quello che sapeva fare sul manto erboso.



Faceva innamorare, sapeva rapirti lo sguardo. Come nel riscaldamento sulle note di “Live is life”, quando cominciò a palleggiare a ritmo di musica. I compagni si riscaldano seriamente e lui balla con la palla, con le scarpe slacciate, e il desiderio di non far cadere la sfera al suolo. È tutt’uno con la palla. Ha sequestrato uno stadio intero, sono tutti ai suoi piedi. Sapeva rendere possibile l’impossibile, come la punizione da dentro l’area contro la Juventus. La leggi della fisica ci dicono che quella palla non ha lo spazio per salire e poi riscendere ma Maradona è in grado di abbattere anche regole più grandi di lui, in campo e fuori. Ha sempre seguito la sregolatezza e infranto il proibito. Il gol è un capolavoro di rara bellezza che si insacca alle spalle del portiere.
Ruba gli occhi di milioni di tifosi, telespettatori e appassionati di calcio, facendo dilatare le loro pupille, anche ai Mondiali in Messico contro l’Inghilterra: si libera da una marcatura, ancora nella sua metà campo, poi con il pallone incollato al piede salta un avversario, poi un altro, è già in area. Dribbla anche il portiere: è il gol del secolo.

Diego era “tanto”, era tanto in campo e fuori e quando sei tanto è un attimo diventare troppo, per tutti ma soprattutto per te stesso. Forse è stato il troppo ad averlo ucciso. Il saluto del River Plate, eterno rivale del suo Boca Juniors, ci ricorda che Maradona, nel bene e nel male, sarà eterno.

Hasta siempre, Diego.

Stefano Rossi

Foto Instagram River Plate

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