La Balda: “Mi sono allenata con il Sudtirolo Rugby ed è stato bellissimo”

BOLZANO. Mi sono allenata con la formazione under 18 del Sudtirolo Rugby. Se ci fosse modo di creare una pausa ad effetto in un articolo scritto questo sarebbe il momento delle risate. Già perché a vedermi, con i miei 46 anni di quasi inattività fisica (se escludiamo i quattro passi richiamata dall’aroma del caffe del bar) e il mio metro e mezzo di altezza, certo non prometto bene se si parla di sport. Uno sport così fisico poi.

Sono uscita di casa convinta di tornare felice ma rotta. Si parte a spron battuto fin da subito e, dopo aver capito giusto giusto come tenere la palla in mano, mi propongono di provare una touche. Per chi non lo sapesse è quel momento del rugby nel quale due compagni ti prendono per le cosce e ti innalzano verso il cielo per farti lanciare la palla da una posizione di grande altezza. A me. La propongono a me che nella vita viaggio solitamente all’altezza dell’ombelico del resto dell’umanità. Ma ero lì per quello e sicuramente non avevo alcuna intenzione di fare brutta figura mostrando di essere spaventata. Il primo tentativo va così così, tanto che il baldo giovanotto che si posiziona dietro di me mi chiede se per cortesia posso evitare di scalciare. Realizzo che probabilmente ho attentato a qualcosa di prezioso. Mi scuso e mi impegno. Da lì in poi ci riesco. Funziona. Un paio di volte prendo pure la palla. Da quel momento mi diverto come una bimba al luna park, mi sbuccio anche le ginocchia scivolando per piazzare la palla al di là della riga. Mi impegno tanto da risultare quasi una rugbista vera, anche se un po’ attempata. Il risultato è esattamente quello che speravo: rendermi conto di aver perso un’occasione nella vita, quella di far parte di questa bella famiglia.

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“Siamo una famiglia, possiamo proprio dire così. Il rugby è uno sport in cui la squadra, il gruppo del quale fai parte ha una grande importanza. Non solo per noi giocatori, anche per le nostre famiglie. È proprio così per tradizione e speriamo che i cambiamenti della società prima o poi non finiscano per cambiare anche questo sport” A parlare è il presidente Massimo Fontana, fresco di nomina e ancora giocatore nella squadra di quelli un po’ in là con gli anni. “Anche quando ci occupiamo dell’accoglienza dei nuovi giocatori, bambini, ragazzi o adulti che siano, per noi è basilare integrarli subito nel gruppo, farli sentire benvoluti. Divertirsi e stare bene mentre ci si allena e si gioca è assolutamente la cosa più importante. Si, anche vincere ma sempre e solo con lo spirito agonistico giusto, improntato al rispetto del gioco e dell’avversario”
Credo sia importante che chi segue questi ragazzi riesca a trasmettere questa filosofia.

 

Immagino che sia particolare anche la figura dell’allenatore in questo sport?  

“Io da quest’anno, visto il ruolo di presidente e non volendo certo rinunciare a giocare, ho scelto di eliminare almeno il ruolo di allenatore. Lo conosco bene comunque e quindi posso dire che sì, pur con le differenze personali inevitabili, allenare una squadra di rugby deve prevedere necessariamente la capacità di far star bene la squadra durante il tempo che trascorre in campo. Questo in grossa parte dipende di chi allena e dalla società. Bisogna saper fare gruppo, dar modo ai ragazzi di diventare amici. Il rugby è uno sport per tutti, noi ci teniamo particolarmente che chi ha la voglia di giocare possa farlo. Anche per questo, dato che per qualche famiglia la retta potrebbe essere un problema, come Sudtirolo Rugby abbiamo deciso di dare una mano. Chi ha tre o più figli che praticano sport, qualunque sport, non necessariamente tesserati con noi, avrà uno sconto sul prezzo di iscrizione annuale. A noi la cosa che più interessa è che i ragazzi giochino, che pratichino sport”

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Sofia, una delle due ragazze del gruppo mi racconta che anche giocando come lei per più squadre non è difficile creare belle relazioni “Noi ragazze siamo meno dei maschi a livello nazionale e quindi spesso ci dobbiamo unire, provenienti da città diverse, per poter completare una squadra e partecipare ai raggruppamenti, ai tornei o al campionato. Necessariamente si è creata una rete di accoglienza tra le nostre famiglie per farci soggiornare quando siamo lontane da casa. Ormai ci conosciamo tutte, magari spesso ci troviamo ad essere avversarie in campo, ma nello spogliatoio ci si rivede sempre volentieri”

Lo spogliatoio mi porta alla mente la tradizione del rugby del terzo tempo. Di quello, perfetta chiusura di una sfida, voglio parlare alla fine del mio racconto per dargli il risalto che merita. Quindi chiedo a Riccardo, il capitano della squadra che mi ha accolto, 17 anni di potenza fisica e sorriso smagliante, di spiegarmi il perché di questa scelta.  Soprattutto vorrei sapere se la rifarebbe o la consiglierebbe ai ragazzini alla ricerca dello sport da praticare. “Come per tanti altri sono stato invitato a provare da un amico. Io prima giocavo a pallavolo. Quello che subito mi hanno detto di questo sport è che mentre in altre discipline la palla te la può passare chiunque qui nel rugby la palla te la passa solo un amico. Mi diverto, sto bene, anche quando devo alzarmi prestissimo per andare lontano a giocare. Se non mi pesa nemmeno quello direi che faccio esattamente quello che fa per me”s orride, anche con gli occhi, segno secondo me che sta parlando di qualcosa che ama veramente.

Da mamma mi sento di chiedere come vivono i vostri genitori la fisicità di questo sport, insomma qualche botta mi sa che sia ordinaria amministrazione?
“Mia mamma quando mi vede uscire dal campo ammaccata e magari anche con del sangue che cola si agita parecchio” racconta Sofia e io empatizzo sicuramente con la povera madre. “C’è da precisare una cosa fondamentale di questo sport- puntualizza immediatamente il presidente – che le regole sul gioco scorretto o troppo violento sono ferree. In uno sport così fisico, in cui lo scontro è previsto dal gioco, è indispensabile che tutti vengano portati con fermezza a non esagerare. L’arbitro fa sul serio nel rugby, non si può finire per scontrarsi con cattiveria. Ed è anche per questo che esiste il terzo tempo”



Ecco che ricompare nel discorso la tradizione che solo il rugby possiede. La tregua dopo la battaglia. Il festeggiamento riappacificatore. Insomma in breve quel momento topico che il Covid mi ha impedito di vivere. “Il terzo tempo è sicuramente un momento di convivialità tra le due squadre avversarie. È però anche qualcosa di più” ci spiega Riccardo-. “E’ il momento in cui, ad esempio, un avversario ha avuto occasione di dirmi che nessuno lo aveva placcato come me durante quel girone. Nel rugby c’è si rivalità, ma verso l’avversario più forte soprattutto c’è ammirazione, desiderio di fare meglio per eguagliarlo. Nel terzo tempo si ha modo di confrontarsi, di scambiarsi esperienze e di stemperare quella che è stata la tensione della sfida”

Va bene, ma si mangia vero? Scusate se vado al sodo ma il mito di questi momenti, immortalati in foto di rugbisti barbuti con boccali di Guinness in mano, non mi si leva dalla testa. “Si mangia, certo. Nelle gare di bambini e ragazzi non puoi immaginare le famiglie quante cose portano e che banchetti allestiscono” Mi rassicura il presidente Fontana.

Ecco e io mi sono persa questa meraviglia perché sono venuta a provare questo bellissimo sport in questa strana annata. Ah ma torno, ci potete scommettere che torno.

La Balda

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