Il popolo dell’abisso sempre più all’ombra

Quest’ articolo, vuol essere una risposta all’editoriale firmato da Gabriele Di Luca

Senza scomodare polemiche ben più auliche tra  Boccioni e Papini, siamo però qui a commentare una visione culturale narrata da quel che ai tempi belli della polemica seria era veicolata dall’intellighenzia del momento, ovvero a quella classe intellettuale oggi assente ingiustificata tra le schiere di quel popolo che invece dovrebbe tutelare.

Una narrazione tinta di  manicheismo ideologico  che ad ogni occasione si manifesta come educatrice di popoli, un monolite di (presunta) verità assoluta e disprezzo per qualsiasi sfumatura di pensiero libero o semplice buon senso, anche popolare, perchè no.

Da una parte, in cattedra, un qualcuno che narra, espletando un principio perfino condivisibile : non servono show e teatri per mostrare quel volto oscuro di Bolzano che tutti conoscono perfettamente. Niente di più vero. Questa narrazione però è avvolta (o forse più imbalsamata)  da una j’Accuse di fondo (un lettore attento non può che percepirla) nei confronti di quel popolo,detto medio-basso, che secondo l’autore faticherebbe a capire i messaggi televisivi, traslando la realtà dello schermo nella propria fino a confonderla o sostituirla.

In parole molto povere : l’italiano medio (ma in questo caso il bolzanino medio) guarda la televisione e fa suo lo scenario rappresentato acriticamente, in pratica si descrive un minus habens. Quindi, come conseguenza, avremo una realtà alterata dalla televisione e veicolata dal “bolzanino bue” che pur abitando la città sarebbe talmente ignorante ed obnubilato da non aver una propria presa di coscienza.

Ora sicuramente i media possono narrare un contesto non sempre attento al dettaglio, ma le giravolte di Vittorio Brumotti al Parco Stazione hanno messo al centro della scena ciò che ovvio.

L’ ovvio però non può essere risolto con le bollature, anche un po’ ingenue, che sono state lanciate nelle ore successive al servizio tramite tale paradigma “è una questione d’offerta e mercato, in presenza di spacciatori significa che esiste domanda”. Nulla di più vero e banale, ma il fenomeno della tossicodipendenza non può esser ridotto ad una questione di “mercato”. Esistono vari gradi di consumatori e di spacciatori, circolano droghe che illudono d’esser emancipati, anche se “sballati”(la cocaina, in qualche luogo considerata quasi un corollario “alla classe”) ed esistono sostanze semplicemente per persone che cercano una chiave d’evasione da una realtà problematica. La droga è uno specchio d’illusione, maschera una decomposizione fisica e mentale che è oscura fino al punto di non ritorno, ovvero quando lo specchio s’infrange ed inizia l’incubo della dipendenza che consuma fisico e mente. Poi c’è chi spaccia. Spesso per autofinanziarsi “la roba”, altre volte per mero guadagno. Nel caso bolzanino specifico pare la seconda, con grandi responsabilità di chi non vuol vedere, non vuol ammettere, le fallimentari politiche d’accoglienza. Sono vittime anche quei ragazzi, come sono vittime i consumatori e di conseguenza anche chi è avulso da tutto ciò, che si ritrova un pezzo della città ridotta a zona franca e pure gli insulti per averlo fatto notare. Questo non può e non deve accadere, e la battuta “si spaccia in tutte le stazioni” puzza di benaltrismo, non si può legittimare un qualcosa di negativo adducendo sia un fenomeno creato da fatalità e non governabile, quindi accettabile e perfino non narrabile perchè “ovvio” ma allo stesso tempo negato. Ossimori e paradossi. Questo teatro del malessere sociale lo si deve combattere, sostanzialmente in primis annullando le zone franche, cambiando le norme ed utilizzando forze di polizia capillari. In contemporanea cultura ed educazione devono uscire dal tunnel dagli slogan e far comprendere che le sostanze stupefacenti sono inutili, dannose e distruttive. Campagne contro alcool e droghe, serie, anche con percorsi sociali in strutture dove comprendere i danni derivanti da certi abusi. Su questo non ci devono essere distinguo, bisogna creare cittadini consapevoli che s’alzino la mattina senza il bisogno di rifugiarsi in qualcosa di distruttivo.

Servono coraggio e tanta coerenza ed uno sforzo politico bipartisan. Focalizzarsi sull’ignoranza della classe media-bassa, che ha colpe relative e che per paradosso si rifugia causa disperazione nell’ abisso come descritto magistralmente da London, non ha utilità. Intellettuali, insegnanti, giornalisti, politici devono puntare al dialogo socratico, non alla demonizzazione di chi guarda il servizio di Brumotti. Chi punta il dito non ha colto, forse, che la gente comune tanto disprezzata, esausta, è costretta a rifugiarsi in servizi come quello di Striscia perchè la narrazione veicolata il più delle volte spesso pare in totale negazione della realtà. Brumotti si è tuffato scomodamente al centro del problema, rendendolo di fatto pubblico al 100% e quindi fonte di dibattito. Successe anche per il Lager del resto, negato per anni. Funziona cosi, ci vuole una scintilla. L’ovvio, ciò che tutti vedono e vivono, viene “certificato”, tramite show, si può forse negare? Se fosse stato invece fatto un percorso diverso, meno negazionista e più pragmatico, meno politicamente corretto e soprattutto avulso dalla retorica politica squallida della divisione del mondo in buoni e cattivi (dove però finisce il famoso popolo dell’ abisso) e si fossero ammessi i problemi con buon senso ed equilibrio, forse si sarebbero trovate soluzioni e non assurde metafore,create ad hoc, onde screditare quel bolzanino medio disprezzato e sofferente, che denuncia ciò c non va con i pochi mezzi a sua disposizione.  Una damnatio di cartapesta che vuol spostare il discorso altrove, all’ignoranza del popolo che guarda la televisione. Siamo nell’abisso soprattutto per questa abdicazione intellettuale. Pasolini non si limitava a prendere atto, utilizzava il proprio sapere per scuotere gli animi, si poneva sullo stesso piano dei suoi lettori, ma forse il vero problema è proprio questo.

Marco Pugliese


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