Gradinata Nord: “La Serie B una gioia per noi che ci siamo sempre stati”

La Gradinata Nord è il cuore caldo dei tifosi dell’Alto Adige appena approdato in Serie B. Ci raccontano la loro cavalcata verso la promozione ma anche la storia di un gruppo che c’era anche quando i riflettori erano puntati altrove

Sono le 16:31 del 24 aprile 2022 e, a Trieste, l’FC Südtirol riscrive la storia. Per la prima volta è promosso in serie B. Il passato, e non solo quello calcistico, ci insegna che poi è sempre facile salire sul carro dei vincitori e proprio per questo abbiamo contattato Andrea, uno dei tifosi storici della compagine biancorossa, uno di quelli che c’è sempre stato, nel bene e nel male. Uno di quelli che vive e soffre di questi momenti con la Gradinata Nord Bolzano, chiaramente in Gradinata Nord”. In attesa della sfida decisiva con il Modena per la Supercoppa dopo il trionfo a Bari.

Coreografia allo stadio Druso

Di che gruppo fa parte?

“Per rispondere a questa domanda faccio un piccolo excursus storico. Il nostro gruppo, Eagles Supporters Bolzano, è stato fondato nel 2013. Seguo la squadra da quando sono ragazzino, addirittura dall’anno della serie D, quando c’erano le sfide col Bolzano e la squadra si chiamava Alto Adige. Mi sono appassionato lì. Allo stadio, però, la cosa che stonava è che non c’era tifo organizzato, non c’era nulla, sembrava di andare al cimitero più che a una partita di calcio. Andavamo sempre a vedere le partite con un gruppo di amici, in una quindicina-ventina e abbiamo iniziato a fare un po’ di casino. A quel punto ci siamo chiesti: “Perché non fondare un gruppo?”. Così nell’estate del 2013, in un bar di Bolzano, abbiamo fondato il gruppo e il prossimo anno festeggiamo i dieci anni in serie B. Da 3-4 anni sono tornati gli Ultras Centurie, che erano presenti nei primi anni 2000. Con il nuovo stadio abbiamo deciso di raggruppare i due gruppi sotto il nome di “Gradinata Nord Bolzano”, che è poi il settore che occupiamo allo stadio.

All’interno del gruppo avete dei ruoli specifici?

“All’interno del gruppo siamo coordinati. Abbiamo il merchandising con t-shirt, felpe, magliette, pantaloni, berretti e c’è chi si occupa di questo. Poi c’è chi gestisce la cassa, chi fa gli ordini, chi si occupa della predisposizione della coreografia. C’è chi ha studiato arte ed è in grado di scrivere e fare striscioni anche di 40 metri con il pennello. C’è poi chi sventola la bandiera e chi si occupa dell’organizzazione delle trasferte. Ognuno di noi ha dei ruoli e una o due volte alla settimana ci troviamo nella nostra sede. Non sembra ma c’è un grande lavoro dietro. L’organizzazione delle coreografie è farina del nostro sacco e con il merchandising cerchiamo di avere delle piccole entrate per fare delle bandiere, per mettere una pezza, anche perché la società non ci dà alcun aiuto economico. È tutto frutto del nostro lavoro”.

Quanti siete nel gruppo Gradinata Nord Bolzano?  

“Nel direttivo siamo in 10-12 che si ritrovano e decidono partita per partita, settimana per settimana, come e cosa fare. In gradinata a inizio stagione eravamo in trenta, a Trieste o col Padova in duecento. Bolzano vive con freddezza le vicende sportive in tutti gli sport, poi quando ci sono risultati la gente si fa trasportare e tutto si ingrandisce. Nei momenti difficili, anni fa, eravamo in 10-15. Quando ci si giocava i playout o la salvezza col Gubbio noi c’eravamo, le altre oltre 3000 persone presenti recentemente col Padova no. C’eravamo anche esattamente cinque anni fa quando ci siamo salvati a Parma, insomma lo zoccolo duro c’è sempre stato”.

Cosa vi spinge a tifare Südtirol? E ad organizzare tutto questo per l’FCS?

“C’è un legame con la squadra e con questa realtà che per noi rappresenta il territorio e la città. Di 27 anni di storia, ne ha passati 22-23 a Bolzano, quindi è la squadra che rappresenta la città e il territorio. Per noi c’è un legame immediato perché è la squadra di Bolzano. Siamo totalmente dissociati dal nome Südtirol che non ci rappresenta in maniera assoluta e siamo contrari a questa scelta dettata esclusivamente dalla politica per promuovere un marchio ombrello. Questa è l’unica nota negativa di questa realtà, sarebbe più gradevole e corretto riportare il nome Südtirol – Alto Adige come era all’origine. Questo sarebbe un bel messaggio di unione per la popolazione che accantonerebbe così anche vecchie discrepanze storiche. Noi siamo legati al nome Alto Adige, i nostri cori sono riservati solo a quel nome perché siamo comunque un gruppo composto da ragazzi di Bolzano e di madrelingua italiana. Ciò non toglie che accogliamo chiunque perché vogliamo mandare un messaggio sempre positivo. Anche il fatto di esporre sempre il tricolore, è perché rivendichiamo questa italianità. Andando in trasferta ci capita quasi sempre di essere apostrofati come “crucchi” e vogliamo rimettere un po’ di in ordine”.

Una bella coreografia allo stadio Druso con il tricolore italiano

Pensa che sia possibile il cambiamento del nome in futuro?

“Speravamo con l’inserimento in società di Roberto Zanin, una persona molto apprezzata, che ciò potesse avvenire, poi ha intrapreso una carriera politica e in società non c’è una vera e propria figura che rappresenti la parte italiana, quindi lo troviamo difficile. La speranza che abbiamo è che questo passaggio avvenga, si accantonino queste inutili battaglie politiche e si mandi un bel messaggio alla gente. Così anche gli scettici e quelli che vivono con più distacco questa realtà, si potrebbero avvicinare”.

Quest’anno avete seguito tutti i match, compresi quelli in trasferta?

“Abbiamo coperto tutte le trasferte, nonostante le problematiche. Siamo partiti dall’essere una quindicina, quindi semplicemente il direttivo del gruppo, per diventare man mano sempre di più, a seconda anche dell’importanza della partita. A Padova eravamo in 150 a dicembre, lì c’è stata la catastrofe del Covid che ha colpito la squadra e ha fatto slittare tutte le partite, giocando – per due mesi – ogni tre giorni. Ciò ci ha complicato parecchio la vita perché c’erano tanti turni infrasettimanali di mercoledì, spesso anche in trasferta ma nonostante questo siamo riusciti ad essere sempre presenti. Gli orari erano improponibili, giocare alle 14.30 di mercoledì non era facile per chi lavora… puoi chiedere un permesso una o due volte ma non per due mesi.
Adesso è piacevole vedere la gente che viene allo stadio perché comunque è bello, c’è interesse, capiscono l’importanza di quello che ha fatto la squadra e i sacrifici della società. Questo è bello e apprezzabile ma fa anche un po’ ridere. A noi dispiace che non venga valorizzato quello che abbiamo fatto, ci siamo sempre stati anche in 5-10-15 in trasferta nel turno infrasettimanale. Adesso è facile salire sul carro del vincitore. Si legge “Curve Casiraghi”, “Curve Naturno” ma curva Naturno non si è vista fino a una settimana fa. Di Casiraghi conosciamo tutti i parenti e ci abbiamo fatto amicizia, sono ragazzi splendidi, ma se Casiraghi va via questi non ci sono più, noi invece ci saremo sempre”.

Come funzionano le trasferte? Suppongo ci sia un’organizzazione e dei costi?

“Dipende sempre dal periodo e dalle richieste. I big match o le partite importanti facciamo pullman da 30-50. Per dire a Trieste c’è stato un lavoro di team pazzesco con quattro pullman organizzati da noi e 200 persone “a bordo”. Poi c’è chi si è occupato dell’acquisto dei panini, chi delle bevande, chi dei pensierini per i ragazzi per avvicinarli all’ambiente e alla gradinata. C’è sempre dietro una grande organizzazione. Non è sempre facile organizzare il pullman, ad Alessandria abbiamo fatto due macchine, a Lecco e Meda un paio di auto. Dipende dalle situazioni, a Fiorenzuola e Piacenza – per esempio – abbiamo fatto il pullman da 30-35. Qualche giorno prima della trasferta valutiamo il da farsi e ci organizziamo. Sono dei costi, un pullman da 30-35 ti costa sui 40 euro, più il biglietto e mangiare, e 60 euro vanno via. Spesso ci sono ragazzi che non lavorano e cerchiamo di fare colletta per aiutarli economicamente, se no non potrebbero permetterselo”.

Tutte le trasferte vengono organizzate dal gruppo

Cosa significa serie B per l’FC Südtirol?

“Un traguardo storico e incredibile, sicuramente non impensabile perché c’è programmazione dietro, va dato merito alla società che sotto alcuni aspetti – come detto – pecca, ma dal punto di vista economico e finanziario, invece, è una società impeccabile che lavora benissimo nella ricerca di sponsor e soci. Ha creato una rete pazzesca e si è avvalsa di ottime persone all’interno della società. Dal team manager Emiliano Bortoluzza, alla cuoca Gabriella Paiatto, passando per l’architetto Paolo Bravo che, con il 4°-5° budget del girone, è riuscito a creare una squadra forte tecnicamente, ai quali sono stati affiancati giovani di assoluto talento”.

Come vede l’FCS in serie B, pensa che possa essere competitivo o su cosa deve lavorare?

“Bisogna partire innanzitutto per salvarsi, non bisogna fare troppi voli pindarici e pensare chissacché. C’è già gente che scrive che in 2-3 anni si va in serie A. Bisogna capire bene come sarà ora la situazione del budget, sicuramente ci sarà un grande tornaconto dopo la promozione perché ci saranno sponsor e nuovi soci che entreranno pesantemente nel club. Poi bisogna capire le conferme, penso che resterà Paolo Bravo, uno che si è dimostrato abile a fare grandi cose col poco. L’errore sarebbe quello di smantellare la rosa che ha vinto il campionato e ha subito solo 9 gol, un record storico per la serie C. Bisogna partire dalla difesa e dal portiere che ha riscritto il record di imbattibilità, tenere 16-17 giocatori e cambiarne 7-8 con gente di caratura che ha fatto anche serie A. Secondo noi, anche per riconoscenza di chi ha compiuto questa impresa, si può fare un bel campionato salvandosi tranquillamente, questa è la speranza”.

Gli highlights della partita promozione a Trieste

Quale reparto pensa possa essere valido per la serie B e quale necessiti di più migliorie?

“È un peccato puntare il dito su qualcuno perché nel loro piccolo tutti hanno dato il loro contributo, anche chi è arrivato a gennaio e non si è espresso come si sperava, ha comunque spronato qualcun altro di pari reparto a fare uno step ulteriore. Dire chi cambiare è difficile, la difesa va confermata in toto. Poi bisogna vedere cosa sarà di Curto, se Vinetot tornerà in Francia, punterei tanto su Tait e Davi come portavoci locali, possono essere il futuro importante di questa squadra. Chiaramente davanti Casiraghi, Voltan, Galuppini confermati, quest’ultimo con un’altra testa e una preparazione da inizio anno. Sicuramente servirà un ariete con esperienza in B e il reparto che dovrà essere maggiormente rimpinguato è quello del centrocampo. Comunque Broh, Gatto, Tait, per non dimenticare gli altri, hanno dato tanto alla causa e possono dare tanto anche in serie B”.

Stadio Druso completamente esaurito. Emozione o fastidio? Nel momento clou sono saliti tutti sul carro dei vincitori?

“Sensazione sicuramente bella perché vuol dire che la gente apprezza questa realtà e sta iniziando a dare la giusta importanza. Molti hanno visto solo l’epilogo di Trieste ma noi abbiamo vissuto questa squadra da inizio anno e ce la siamo goduta sempre. Siamo contenti ci sia questo trasporto, disturba che non venga data la giusta importanza a chi ci è stato in tutti questi anni, sia in casa che in trasferta. A partire dalla società che, dal nostro punto di vista, non ci dà la giusta importanza. La gente inizia ad avvicinarsi a noi anche perché ci siamo sempre distaccati dalla denominazione Ultras, un nome che viene associato spesso a fatti negativi, sbagliando però perché gli ultras fanno anche tanto a livello sociale, creando trasporto e passione. Noi ci siamo dissociati cercando di mandare un messaggio pulito e senza avere frizioni con altre tifoserie, sostenere la squadra con una certa organizzazione, credi e canoni. Quello che apprezziamo è che la gente, come col Padova, è venuta e tanti hanno comprato il nostro materiale, ciò ci inorgoglisce”.

Gli highlights della sfida tra Alto Adige e Padova

Come si organizza una coreografia per una finale di Coppa Italia, come avvenuto col Padova?

“Ce ne occupiamo interamente noi, tutte le coreografie che facciamo portano via 1-2 mesi di preparazione, da studiare come farla, ai sopralluoghi allo stadio, al calcolare le misure dei seggiolini fino alla scelta di come posizionare e collocare le bandierine. Quest’ultime vengono collocate ore prima su ogni seggiolino. La cosa triste è che la gente non sempre capisce e percepisce che ci sono dietro costi e preparazione, spesso le troviamo distrutte, con le aste spaccate o piene di birra, questo è l’aspetto negativo. La società non ci ha mai proposto se volevamo una mano, ci inorgoglisce il fatto che riusciamo a fare tutto con le nostre forze e riusciamo a farci carico di coreografie che costano più di mille euro. C’è un impegno non solo economico ma anche organizzativo di settimane o mesi di lavoro”.

In passato avete subito delle critiche dal “ci sono più tifosi del Vicenza che nostri” al “i cori non si sentono”. In cosa dovete migliorare?

“Nel nostro piccolo abbiamo sempre fatto quello che potevamo, con la B ci sarà maggior trasporto, è chiaro che non ci si può paragonare a certe realtà con una storia ultracentenaria e che hanno un legame viscerale tra la gente e la società. Qui questo non c’è. Noi accogliamo chiunque e la serie B aiuterà la gente ad avvicinarsi ma è difficile confrontarsi con piazze come Brescia, Modena e Parma”.

La squadra che attendete con maggior curiosità il prossimo anno al Druso?

“Una vale l’altra, forse la risposta più bella è dire che è la squadra che attendiamo più di tutte è la nostra”.

Stefano Rossi

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