Gli educatori: “A Bolzano non c’è alcuna baby gang”

BOLZANO. “In Alto Adige non esiste alcuna baby gang”. Nonostante i recenti casi di cronaca il giudizio di chi lavora professionalmente con i giovani e chi è deputato a garantire la sicurezza è univoco: la definizione è impropria. Il che non significa che non ci sia un problema di violenza che si debba sottovalutare. Una criticità resa evidente da quanto accaduto in piazza IV Novembre a Bolzano l’altra sera. Una rissa che ha portato alla frattura della mandibola di un ragazzo su cui le indagini della squadra mobile di Bolzano continuano a ritmo serrato. L’identificazione degli autori materiali della violenza non è semplice perché le indicazioni della parte lesa vanno fatte combaciare con gli elementi in mano agli inquirenti. Non sempre è facile dare un nome ad un volto ripreso dalle telecamere, specie quando alcuni documenti riportano foto di bambini oggi cresciuti. Non solo, la violenza non sarebbe stata di 25 persone contro 5 ma più concretamente di circa 2-3 aggressori che hanno colpito una vittima. Non c’è stata, insomma, una scena di un aggredito a terra, circondato, con altre venti persone che lo colpiscono. Secondo i primi elementi di indagine, inoltre, il gruppo di aggressori sarebbe stato di una decina di giovani mentre i materiali esecutori dei pugni e dei colpi gravissimi sarebbero un paio. In fase di valutazione anche se ci fossero dei pregressi tra il ferito e chi lo ha preso a pugni per capire se si sia trattato realmente di uno scoppio gratuito di violenza (posto che nessun precedente può rappresentare, chiaramente, una giustificazione).



Tutto questo, tuttavia, non è sufficiente per parlare di baby gang e a spiegarlo in modo puntuale è Silvana Martuscelli del Forum Prevenzione che segue in prima linea il progetto “Streetwork Bz” per l’aiuto dei ragazzi in strada assieme a Volontarius e La Strada. “Le baby gang hanno, per definizione, un’organizzazione specifica per porre in essere dei crimini. Non basta un furto orchestrato da un gruppo di ragazzini al supermercato per dire che esistano. Nemmeno un episodio di violenza, per quanto deprecabile, costituisce la prova di una simile organizzazione. In Alto Adige, fortunatamente, non abbiamo reti ramificate di delinquenza giovanile con strutture precise ma solo gruppi che si formano in maniera episodica. Il che non significa che non dobbiamo lavorare con grande attenzione per evitare che questo, in futuro, accada”. Stesso concetto era stato espresso dal comandante provinciale uscente dei carabinieri Cristiano Carenza: “E’ improprio parlare di baby gang in Alto Adige perché non è così. Vero è che ci sono giovanissimi, talvolta stranieri di seconda generazione, che preoccupano e che vanno seguiti con molta attenzione ma non organizzazioni criminali”.

Con il progetto “Streetwork Bz”, dunque, questi ragazzi vengono avvicinati e spesso guidati. “Non dobbiamo porci in modo autoritario – spiega Martuscelli – ma conquistare la loro fiducia passo dopo passo senza imposizioni forzate. Altrimenti non saremmo ascoltati. Ecco perché non esiste un interruttore per il recupero da far scattare quando questi episodi balzano agli onori della cronaca ma abbiamo bisogno di tempo. La risposta a questo problema è solo il tempo. Abbinato a soluzioni concrete. A questi giovani dobbiamo dare delle soluzioni reali e toccabili con mano. Si sbaglia a pensare di approcciarsi a loro dispensando lezioni di vita o filosofiche. Quello che coi chiedono, spesso, è una semplice risposta secca sì o no. Trovo lavoro? Vado in carcere? Ci guadagno qualcosa? Mi rimane qualcosa in tasca? Solo dando prima delle risposte credibili a queste domande basilari si può creare la base per poi passare ad una costruzione del pensiero più strutturata e aperta. E anche per questo ci vuole tempo”. Ha senso chiedersi dove siano i genitori di un minorenne da solo fuori alle due di notte come ha fatto il sindaco Renzo Caramaschi? “Fino ad un certo punto perché spesso ci sono problematiche che nascono proprio nelle famiglie. Attraverso i contatti in strada dobbiamo elaborare strategie per essere efficaci anche lì dove non possiamo farlo come a scuola o in famiglia. Non possiamo farlo in questi luoghi perché, banalmente, spesso alcuni di questi ragazzi non ci stanno affatto a scuola o in famiglia. Con una domanda del genere, oltretutto, si fornisce un alibi molto facile ai ragazzi nello scaricare eventuali colpe sui genitori e sappiamo tutti che spesso gli adolescenti non vedono l’ora di spostare le responsabilità su mamma e papà in una contrapposizione che è naturale a quell’età”.

Alan Conti