Gabriel: “L’infermiere? Dare tutto anche quando può non bastare”

E’ qualcosa più della rinuncia al posto fisso e di uno sguardo diverso su mondo liquido che abbiamo intorno. Qualcosa di più e qualcosa di diverso.

Il mondo attuale crea lavoro per i giovani o sono i giovani che si prendono con le unghie e i denti il lavoro nel mondo attuale? Probabilmente entrambe le cose. Anche qui liquide.

Abbiamo deciso di raccontare i ragazzi che lavorano gettando spesso il cuore oltre all’ostacolo delle passioni.

Abbiamo deciso di farlo lasciando parlare loro intervistati dalla nostra Alice Ravagnani che è lei stessa giovane e decisa ad arpionarsi il futuro che vuole.

Ce li racconta raccontandosi.

Oggi parola a Gabriel

Gabriel Ghirardini, classe ’90, infermiere presso l’Ospedale San Maurizio di Bolzano.

Ha frequentato il Liceo Scientifico Tecnologico “Galileo Galilei” e per un breve periodo ha lavorato in un laboratorio di analisi di chimica organica e inorganica, laureandosi poi in Scienze Infermieristiche presso la scuola Claudiana di Bolzano.

Cosa ti ha spinto a voler intraprendere questo tipo di carriera?

“Inizialmente l’ammirazione che sin da piccolo ho sempre nutrito per mio zio, infermiere di anestesia, che per me era piuttosto “quello che quando ti tira fuori il sangue, non ti fa male”. Crescendo il pensiero è ovviamente cambiato, incanalando la mia ammirazione proprio per questo lavoro in sé.

Chimica e biologia mi sono sempre piaciute come materie ma, allo stesso tempo, sentivo di non voler passare la mia vita all’interno di un laboratorio, lavorando solo con provette e micropipette. Non che ci trovi niente di male, sia chiaro, ma penso che non fosse la strada adatta a me. Volevo fare del bene e, oltre a questo, avere la possibilità di vedere direttamente con i miei occhi i risultati del mio lavoro. La carriera infermieristica era quella che rappresentava al meglio questo obiettivo.

Ad essere sincero, avevo anche preso in considerazione l’idea di intraprendere il percorso di medicina ma poi ho realizzato che i medici non hanno la possibilità di stare sempre a contatto diretto con i loro pazienti, soprattutto nel momento del bisogno. Gli infermieri invece rappresentano un punto di riferimento costante per il paziente, motivo per cui poi la mia scelta è ricaduta su questa figura professionale”

Dal tuo punto di vista, quali pensi siano gli aspetti fondamentali da tenere a mente per approcciarsi al meglio a questo tipo di mestiere?

“Gli infermieri, indipendentemente dal reparto in cui possano trovarsi, hanno in comune il fatto di avere a che fare con persone bisognose di cure e attenzioni, che possono trovarsi in condizione fisica e clinica più o meno grave.

Come per ogni tipo di lavoro ad un certo punto si arriverà a ripetere una routine giornaliera caratterizzata da parole già dette, idee già pensate, attività praticate milioni di volte. È proprio in questi momenti che, dal mio punto di vista, è importante non dare nulla per scontato anche nelle routine più rodate, restando sempre critici, lucidi e consapevoli di quello che si sta facendo. 

Un altro punto fondamentale, in realtà applicabile ad ogni istante di vita che abbiamo a disposizione su questa terra, è il concedersi di provare emozioni.

Svolgendo questo lavoro ci si ritrova a doversi rapportare in continuazione con emozioni talmente intense tanto da arrivare, ad un certo punto, a provarle meno.

Per quanto riguarda la mia esperienza uno degli aspetti fondamentali per affrontare questo tipo di mestiere è arrivare ad abbracciare queste emozioni, positive o negative che siano, così da non rischiare di restare impassibili alle sensazioni dei pazienti.

L’empatia è un mezzo potente per prendersi cura al meglio di un altro essere umano e nessuno può confermarvelo meglio di un infermiere.

Oltre all’aspetto umano è ovviamente necessaria una sostanziosa competenza disciplinare. Noi infermieri abbiamo il compito di monitorare costantemente i pazienti e spesso siamo i primi ad accorgersi che qualcosa non torna: un parametro, una risposta strana da parte di un paziente. Bisogna essere ben preparati e sempre attenti e precisi nell’interpretazione dei dati scientifici”

Nutri qualche speranza o paura particolare riguardo al futuro e alla tua professione nello

specifico?

“Speranze tante, paure anche. Ma ce n’è una in particolare e purtroppo riguarda la situazione attuale e quindi quella legata alla pandemia Covid. So che oramai è sulla bocca di tutti in ogni momento della giornata ma sento comunque di volerla accennare raccontandovi un aneddoto che ho vissuto sulla mia pelle.

Alla fine del 2020 ho prestato servizio in uno dei molti reparti che trattavano le persone affette e sintomatiche da SARS-cov2.

In questo reparto i pazienti erano monitorati telematicamente e noi infermieri potevamo prenderci cura di loro soltanto provvisti di una tuta di plastica che indossavamo per tutto il servizio, costantemente immersi in un bagno di sudore.

In quel momento avevamo a disposizione solo quattro airvo2, macchinari usati per la ventilazione ad alti flussi d’aria riscaldata e umidificata mentre, dall’altra parte del visore, molti più di quattro pazienti ci fissavano con occhi sgranati pieni di terrore e con gravi difficoltà respiratorie.

I medici ci dicevano che non avevamo a disposizione abbastanza airvo2 per garantire l’ossigeno a tutti i pazienti che ne avevano bisogno. L’unica cosa che potevamo fare era somministrare della morfina per non fare sentire la fame d’aria al paziente, nel tentativo di prendere tempo.

Ecco, questa è la mia paura: trovarmi di nuovo in una situazione dove provi a far tutto, ma quel tutto comunque non basta.

Certo, questa paura fa parte del nostro lavoro e del nostro quotidiano, ma la situazione pandemica l’ha accentuata enormemente.

Ricordo ancora un turno di notte, iniziato alle 19.00 e finito alle 7.30, in medicina COVID.

Gestivo otto pazienti ad inizio turno.

Alle 21.00 il primo morto.

Alle 22.00 il secondo.

Alle 3.30 il terzo.

Da qui la speranza di una crescita, specialmente nella consapevolezza del fatto che noi infermieri facciamo la differenza, che non siamo solo numeri da rimpiazzare come le pedine della dama e che la nostra presenza è importante perché il domani non sia come il ieri.

Un’altra speranza riguarda un progetto in via di sviluppo che prevederà la creazione un protocollo di reparto indirizzato alla gestione degli anziani e un vademecum dedicato al lavoro in ortopedia e destinato agli studenti e ai nuovi colleghi”.

Alice Ravagnani

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