Fitness, i dubbi di una chiusura che fa discutere

BOLZANO. In Italia il settore (tra i più sviluppati al mondo con il nostro Paese leader anche nell’attrezzistica) conta 1 milione d’addetti e circa 20 milioni di partecipanti. Dopo la chiusura di marzo il settore perse circa il 65% delle presenze. Un recupero importante, più del 35%, al mese d’ottobre con l’obiettivo di tornare a regime a gennaio. Le Regioni con più sportivi (iscritti ai club fitness) sono Lombardia (19% degli abitanti), Veneto (11%), Emilia-Romagna, Lazio (entrambe al 10%), Toscana (8%), Campania (6%), Puglia e Sicilia (entrambe al 4%). Il giro d’affari stimato delle attività sportive non agonistiche legate al fitness nel nostro Paese è di circa 10 miliardi di euro l’anno, una cifra molto impattante (2 miliardi il wellness)

Nel mentre gli oltre 100.000 centri sul territorio nazionale hanno speso cifre notevoli per adeguare il proprio status ai rigidi protocolli governativi. Investimenti di rilievo, tra disinfettanti, app per appuntamenti, ingressi scaglionati (quindi volumi di guadagno più bassi), sanificazioni, corsi ridotti e attività riorganizzate (o tagliate). Il tutto pare aver dato dei frutti, visto che i contagi in palestra sono molto bassi, il rapporto è 1/1000 e nessun focolaio rilevante è esploso nel settore (si sono segnalate alcune chiusure a Trieste e Catanzaro, ma i cluster non superavano i 30 contagi su centinaia d’ iscritti). I corsi sono stati ridotti (e svolti dove possibile all’aperto)  in media come presenza del 30% e le attività in sala attrezzi prestate con ausilio sanitario e sanificazione degli attrezzi (distanziati) con disinfettante. S’evince una presenza più diluita (punte di 30%) e distanziata, unita a entrate scaglionate (quasi il 25% in meno sulla giornata).

Inoltre i controlli della scorsa settimana non hanno evidenziato problematicità o scarso approccio con i protocolli adottati.



Non ci sta infatti Giampaolo Duregon, Presidente Anif (Associazione Nazionale Impianti Sportivi e Fitness), che rappresenta gli interessi di 100.000 centri sportivi (sono 8000 i centri fitness) che alla Gazzetta dello Sport ha dichiarato : “Lo sport è benessere, fare attività fisica è salute, aiuta corpo e mente, innalza le difese immunitarie e contrasta malattie importanti come cardiopatie, diabete. Già il Dpcm che concedeva una settimana a palestre, piscine per adeguare le poche strutture ancora non a norma, era suonato come una condanna. Nessuna palestra o piscina è mai risultato essere focolaio di contagi, bassissimi i numeri. Ora l’agonia è terminata e con essa la vita di molte strutture: non riapriranno, non avranno più la forza. E con loro spariranno tanti posti di lavoro. Si teme che si allunghino i tempi…”

Sono dichiarazioni in parte condivise dal ministro (che si è opposto fino all’ultimo al Dpcm) Vincenzo Spadafora che ha parlato di rimborsi entro il 15 novembre. 800 euro come indennità a personale e trainer, oltre a 50 milioni a fondo perduto a cui accedere da subito.

L’ impatto del settore fitness, come spesa, è il 2,3% dei consumi totali e pari a circa 23,8 miliardi annui, a cui vanno aggiunti 2 miliardi spesi per turismo legati al wellness. Aree di turismo legate a fitness( e wellness appunto) come Trentino-Alto Adige, Toscana e Umbria, Veneto, regioni faro del settore.

Per far capire cosa sia il fitness in Italia, numeri alla mano: il numero di praticanti supera quello degli Usa e muove un giro d’affari di 26,3 miliardi di euro, contro i 23,3 degli Stati Uniti, un tempo nazione leader.

Nel settore sono impegnati al 75% laureati in Scienze Motorie, circa 120.000 professionisti (e lavoratori autonomi) di cui il 45% donne. S’aggiungono poi struttici ed istruttori certificati (istruttori tesserati a varie federazioni riconosciute dal Coni).

Un settore di peso per l’economia italiana, di punta, che con l’evento Rimini Wellness è leader in Europa (insieme alla Germania). Un pezzo di Paese che è stato chiuso senza delle evidenze scientifiche provate da dati (non vi sono report o studi ad hoc che provino il settore fitness abbia evidenziato insorgenza di casi) che portino a sostenere un rapporto contagio/presenza nei centri in questione, il dato 1/1000 infatti porta a sostenere l’esatto contrario, ovvero che l’applicazione di protocolli rende l’attività non impattante nello scenario Covid-19.

Marco Pugliese

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