Berloffa: “Il Festival è sempre magico, ecco i suoi segreti e cosa vorrei…”

Il Festival Studentesco si conferma una manifestazione molto amata e seguita. Due anni di Covid potevano portare a qualche timore per il mancato passaggio generazionale ma l’Artist Club e i ragazzi lo hanno riportato subito ai massimi livelli. Con Massimo Berloffa di Artist Club, approfondiamo lo stato di salute del Festival. E dove potrebbe migliorare.

L’immagine più bella del 52° Festival studentesco è quella degli studenti del liceo scientifico Torricelli nel “the day after” la vittoria. Decine e decine di biciclette parcheggiate lungo i prati del Talvera, per stare insieme, per fare gruppo, per festeggiare in compagnia, per rivivere la bellezza del Festival e accarezzare ancora un po’ la coppa. E se questo è successo è merito della magia del Festival Studentesco, una manifestazione capace di aggregare gli studenti, farli fare gruppo, unirli, farli essere squadra, un team che soffre e gioisce insieme, dopo mesi e mesi di prove e sacrifici. Gran parte del merito va all’Artist Club, un’associazione di volontariato, con 45-50 soci, che come unica attività organizza il Festival Studentesco. Un gruppo di volontari, creato da un mix perfetto di “vecchie leve” e giovani entusiasti con il desiderio di continuare a vivere (e far vivere) la manifestazione anche agli altri studenti dopo le edizioni digitali. Abbiamo sentito direttamente dall’Artist Club, Max Berloffa, per farci raccontare l’ultimo Festival Studentesco, tornato finalmente alla normalità dopo due anni di Covid. Intanto qui trovate tutto l’albo d’oro.

Max Berloffa in una foto del Festival Studentesco

Come sta oggi il Festival Studentesco?

“Avevamo timore prima dell’edizione di quest’anno, due anni di stop pensavamo potessero essere pericolosi per l’organizzazione. Mancando la continuità si pensava che ci fossero molti problemi e invece ci siamo ricreduti. Alcune scuole non hanno partecipato: erano 11 rispetto alle 14-15 solite ma sono sicuro che l’anno prossimo torneranno. Abbiamo però percepito la voglia da parte del mondo giovanile di fare qualcosa e divertirsi dopo due anni che potevano fare poco o niente. Durante l’anno le scuole non gli davano la possibilità di provare e di usare le palestre, non potevano per le restrizioni e bisognava evitare il contatto fisico. Così i ragazzi andavano d’inverno sul Talvera a provare i balletti, c’era voglia, desiderio di distrarsi e di divertirsi insieme. È una manifestazione che funzionerà sempre perché la competizione è il sale e la voglia di esprimersi e di avere uno spazio per i giovani è importantissima, quindi funziona. L’importante è innovarsi. Per un ragazzo che vuole partecipare oggi ci sono davvero tante opportunità, c’è tutto e di più quindi il Festival sta più che bene”.

La festa degli studenti del Torricelli il giorno dopo la vittoria (Foto Giulia Vigilia)

Qual è il segreto per essere ripartiti così bene dopo due anni di Festival in epoca Covid?

“Secondo me i segreti sono due: una grandissima organizzazione perché l’Artist Club è un’associazione davvero molto viva che lavora bene, con impegno, entusiasmo e tanti ragazzi. Strutturare il Festival richiede moltissimo tempo, presentiamo il regolamento a fine settembre ma noi iniziamo a lavorarci molto prima. In questo momento stiamo già lavorando con i rappresentanti per capire cosa ha funzionato, cosa invece no, cosa va migliorato e quali idee hanno i ragazzi.
L’altra componente fondamentale è la voglia di esprimersi, divertirsi e di fare gruppo. Il Festival per loro è un’opportunità di sviluppo della persona. Dopo due anni di lockdown si trovavano, lavoravano, discutevano, cose che si erano quasi dimenticati di fare. Ormai, anche prima del Covid, vivono al telefono, comunicano via cellulare e non si incontrano più. L’organizzazione di questa manifestazione li obbliga a incontrarsi, a litigare, a discutere, a fare dei progetti, a dibattere. Grazie al Festival alcuni di loro scoprono cos’è il teatro, leggono, imparano un testo, o vengono coinvolti in un musical, in una danza, in un coro.
L’anno che abbiamo fatto l’edizione in streaming i presidi ci avevano supplicato di fare il possibile per realizzare il Festival, perché i ragazzi hanno bisogno di queste cose, non solo come sfogo ma anche come momento di aggregazione. L’esperienza che vivi al Festival ti resta dentro perché è qualcosa di bellissimo. Noi dell’Artist ci ricordiamo cosa abbiamo vissuto anni fa e vogliamo offrire la stessa opportunità ai ragazzi che sono a scuola adesso”.

Il video della serata classica

Quest’anno c’erano molti studenti che, causa Covid-19, non avevano mai visto e vissuto un vero Festival. Hai notato qualcosa di diverso?

“Sono rimasto positivamente sorpreso, non ho trovato i ragazzi diversi, ho visto una sana voglia di competere e divertirsi. Più degli altri anni c’era la voglia di stare insieme a prescindere dalla scuola di appartenenza. Ho visto molta amicizia e unione, ho ancora in mente le immagini delle premiazioni con i ragazzi che si facevano i complimenti tra di loro, in attesa di sapere chi avesse vinto. Un grandissimo feeling, rispetto reciproco, una voglia di contatto, di divertirsi insieme. Erano tutti felici, anche chi non aveva vinto, è stato proprio bello”.

La festa del Torricelli sul palco della finale (Foto Valentina Gentili)

Il Festival è in grande salute nelle scuole italiane ma non in quelle tedesche, più difficili da raggiungere e coinvolgere, come mai? Era un vostro vecchio obiettivo ma forse non è stato mai realizzato…

“L’abbiamo raggiunto in parte, siamo partiti con il progetto “scuole tedesche” più di dieci anni fa e ci abbiamo creduto tanto. Penso che sia una questione prevalentemente culturale. Per il mondo italiano questa manifestazione è un qualcosa di imprescindibile, solo il Covid poteva fermarla. Nella scuola tedesca i ragazzi che partecipano sono contentissimi ma è come se ogni anno si dovesse ripartire da zero. Manca quel passaggio di consegne che invece c’è automaticamente nelle scuole italiane. Nelle scuole tedesche il Festival lo vivono solamente i partecipanti, mentre nelle scuole italiane ci sono i partecipanti e poi tutta la scuola che viene a fare il tifo. Non so dirti perché nella realtà tedesca questa cosa non si riesca a farla partire. Abbiamo insistito tanto, abbiamo fatto la presentazione anche bilingue, siamo poi tornati a farla in italiano perché sembrava un po’ una forzatura ma partecipano sempre le solite 2-3 scuole in maniera più o meno organizzata”.

La stessa difficoltà c’è anche con le scuole “piccole”. Come si può sognare un giorno di vedere una scuola “minore” giocarsi davvero il Festival?

“Il 50% della forza di una scuola sono i rappresentanti, se quest’ultimi sono carismatici la scuola fa i risultati, a prescindere dalla sua grandezza. È chiaro che una scuola grande ha un bacino d’utenza maggiore da cui pescare e questo è sicuramente un vantaggio. Se tu sei, facciamo un esempio, le “Marcelline” e ti serve un batterista magari neanche lo hai, così diventa davvero difficile reperire gli elementi che servono, mentre al Torricelli magari devi fare le selezioni perché ne hai dieci. Quella è una difficoltà oggettiva e non c’è un modo di superarla. Qualche anno fa avevamo introdotto un numero di punti inversamente proporzionale al numero di iscritti di ogni scuola, quindi più una scuola era piccola più partiva con un punteggio di vantaggio. Per esempio le Marcelline partivano con duecento punti e il Torricelli con uno. Alla fine però non cambiava niente, non facevano la differenza, semplicemente magari che arrivare ottavi arrivavano settimi o sesti. Le scuole che arrivano alla fine sono quelle che hanno un bacino d’utenza importante, oppure anni fa il Rainerum aveva un numero di iscritti abbastanza contenuto ma aveva avuto la fortuna di avere una concentrazione di talenti bravissimi e che facevano tutto. Con una decina di studenti vinsero il Festival Studentesco”.

Il Festival è una formula che esiste solo a Bolzano e funziona solo da noi. Come mai? Qual è la nostra bravura?

“Apro una parentesi. Quando avevo 19-20 anni avevo fatto il servizio civile a Verona e avevo appena vissuto le prime due edizioni del Festival. Avevo fatto il servizio in un’associazione che faceva attività per giovani e avevo proposto di organizzare una cosa simile. C’erano stati degli incontri con l’Artist per cercare una collaborazione ma la cosa non partì per due motivi. Uno perché serve una struttura di volontari tipo la nostra, se l’Artist Club lo facesse con scopo di lucro o se tutte le persone che collaborano dovessero essere pagate, non starebbe in piedi dal punto di vista dei costi, è una cosa davvero enorme. Il secondo motivo è quella di vivere in una Provincia autonoma come quella di Bolzano che ha delle risorse da investire in questo tipo di iniziative e fortunatamente ci crede. Soldi e risorse investiti bene per i giovani. La componente del contributo provinciale e comunale è fondamentale. Adesso a spanne, non so le cifre esatte, il Festival costa circa 100 mila euro e con gli incassi ne facciamo tra i 30-40. La differenza sono contributi che vengono dati dalla Provincia o costi non sostenuti, se no dovremmo vendere il biglietto a 30 euro per coprire tutte le spese, a maggior ragione se tutte le persone che lavorano venissero pagate. Al Palasport eravamo in 40, tutti volontari che lo fanno perché si divertono, ragazzi che dedicano il proprio tempo perché hanno vissuto questa bella esperienza e vogliono farla vivere agli studenti di oggi”.

La prima serata classica del Festival Studentesco

In cosa deve crescere il Festival e quali obiettivi avete per far crescere la manifestazione?

“E’ irrealizzabile ma sarebbe bello far sì che possano partecipare ancora più ragazzi. Ogni scuola può iscrivere solamente un gruppo musicale, un cantante, una danza moderna, un musical, altrimenti diventerebbe più lungo di Sanremo, i costi si moltiplicherebbero e non sarebbe più sostenibile. La manifestazione ha un successo tale che ci sono questi limiti, ecco perché forse qualcuno dice che partecipano solo i più bravi. Ma non è così perché salgono sul palco anche ragazzi che non ci erano mai saliti prima del Festival. È chiaro però che una scuola che punta a vincere e deve iscrivere un solo cantante fa le selezioni per iscrivere il cantante migliore. Sarebbe bello farlo crescere per renderlo ancora più partecipativo ma è impossibile, oggettivamente non c’è modo.
I progetti futuri, invece, sono quelli di organizzarlo e dargli continuità, per noi è fondamentale. È una manifestazione troppo grande per far sì che finisca. E poi bisogna essere sempre aperti alle novità, se guardo com’era il Festival vent’anni fa, ora ci sono un sacco di categorie che prima non c’erano. Nell’Artist è fondamentale che entrino sempre ragazzi più giovani, perché portano novità, energie e aiutano la manifestazione a stare al passo coi tempi. Senza i giovani probabilmente saremmo rimasti a fare le classifiche con carta e penna…”

Sbottonati un po’… le tre esibizioni che le sono piaciute di più del 52° Festival Studentesco?

“La danza classica del liceo Classico, il musical del Pascoli e la categoria cantanti solisti, non te ne dico soltanto uno, perché il livello dei cantanti quest’anno era altissimo e – cosa molto particolare – c’erano più ragazzi che ragazze, anche se poi ha vinto comunque una donna. La categoria cantanti solisti mi ha veramente sorpreso”

Quale pensi che sia la cosa più bella del Festival Studentesco?

“L’emozione che fa vivere ai ragazzi, non la serata in sé ma tutto quello che c’è prima. L’emozione che rimarrà negli anni non è l’esibizione di 3-4 minuti ma le ore e ore con i tuoi compagni, non necessariamente con ragazzi che conoscevi a provare. Si forma un gruppo, una squadra all’interno della scuola e solo così vivi delle emozioni che ti rimangono dentro per sempre. Poi l’esibizione può andare bene o male, puoi vincere o perdere, puoi piangere o sorridere ma questa è la vita”.

Stefano Rossi

Foto copertina Francesco Lovato

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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