Dati sballati e virus artificiale: cosa preoccupa ora di Covid 19

BOLZANO. Il Vietnam fu descritto come Paese tra i più capaci nella gestione del Sars-Cov-2 ed invece ad oggi risulta uno dei Paesi più a rischio per quanto concerne la presenza d’una variante molto particolare. Il tutto in salsa ufficiale: tanto che il  ministro Nguyen Thanh Long ha precisato che la stessa è responsabile della nuova ondata di contagi in corso nel Paese.

Un pericolosa tendenza esponenziale, comparsa da un mese circa e che ad oggi vede 3.595 nuovi casi in 33 città e province, rappresenta un contagio massivo. In Vietnam sono presenti sette varianti del virus, incluse quelle sudafricana, inglese e indiana. Il ministro vietnamita non ha specificato quanti dei nuovi casi registrati possano ricondursi a questa nuova variante e questo fa capire quanto ma le autorità locali siano in allarme. La reazione alla nuova impennata ha portato nuove restrizioni e soprattutto blocchi sugli spostamenti, chiudendo bar, ristoranti, parrucchieri e centri massaggi oltre ad alcuni centri turistici e luoghi di culto. Un passo indietro ritenuto evidentemente necessario e che, visto dall’Europa, costituisce un monito, perchè questa nuova variante, ancora in fase di studio, risulta più contagiosa e porta più persone ad essere ospedalizzate. Inoltre non si è ancora sicuri come impatti con i vaccini e con dati a metà diventa complesso.



Molti Paesi hanno giocato al ribasso ed i dati sballati sui decessi Covid a livello mondiale non aiutano. Partiamo da questa premessa non confortante: poco meno di 200.000 decessi, circa 2,5 volte più della cifra di 70.000 precedentemente annunciata. La realtà della pandemia a livello numerico è lontana dal dichiarato (Cina in primis, nessuno crede a neanche 85.000 contagi…) in tutto il mondo. In Occidente molti Stati hanno giocato al ribasso dal principio (anche la Germania, che classificò come influenza il focolaio di febbraio 2020 in Baviera..). In Asia abbiamo situazioni non chiare con Paesi che continuano a chiudere pur dichiarando pochi contagi. Si viene poi a scoprire che gli ospedali sono pieni. L’India ha numeri da moltiplicare almeno per 6 o 7 secondo l’Oms e le associazioni benefiche che operano in loco. In Africa di fatto non esiste un vero e proprio monitoraggio.

Anche in Russia non va meglio: Rosstat ha pubblicato aggiornamenti con 16. 429 “decessi legati al coronavirus” che si sono verificati nel Paese sovietico solo nel 2020. Un valore quasi tre volte superiore alla cifra totale del ministero per il 2020 di 57 019. Era ancora il 29 di dicembre poi più nulla si è saputo.

In America Latina l’Argentina è di nuovo in ondata tanto da rinunciare alla Coppa America di calcio ed il Brasile (che si è offerto come Paese ospitante) ha trovato i governatori scettici: i contagi non scendono ed anche in Amazzonia i numeri sono stimati al minimo.

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Oltre a tutto questo all’orizzonte appare un cigno nero inquietante perchè di fatto va a scombinare l’evoluzione pandemica: il coronavirus può essere stato ottenuto “oltre ogni ragionevole dubbio” solo artificialmente. Ormai è tempo che la comunità scientifica internazionale sia chiara e faccia comprendere l’origine del virus. Intanto sono due studiosi, l’oncologo britannico Angus Dalgleish e il virologo norvegese Birger Sorensen, a ribadirlo tramite una ricerca pubblicata sulla rivista Quarterly Review of Biophysics Discovery: nel documento sostengono che la prova è in una catena di amminoacidi della proteina “spike” del Sars-CoV-2.

Il Sars-COV-2 artificiale? La Cina potrebbe subire dure conseguenze se fosse assodato, nessuno perdonerebbe tale insabbiamento. Il virus artificiale, inoltre, implica uno scenario nuovo: non ci sono precedenti e quindi nessuno può prevederne l’evoluzione. Il virus non pare “decadere” od “implodere” causa caldo od altro (in realtà l’abbassamento dei contagi è dovuto ad aerazione maggiore e d’attività più in spazi aperti, in pratica un distanziamento involontario) ma continua la proprio avanzata ondulatoria mettendo sotto stress i sistemi sanitari mondiali. Ad oggi la situazione mondiale è peggiore rispetto al 2020 e l’unica arma in mano sono i vaccini, a patto  che la campagna sia portata avanti a livello globale uniformemente o s’arriverà al punto di non riuscire ad immunizzare per tempo, visto che la copertura vaccinale dura in media nove mesi.

Marco Pugliese

 


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