Ciclismo, il trentino Benedetti: “Vi racconto questo Giro unico ed anomalo”

TRENTO. Cesare Benedetti, ciclista trentino della Bora Hansgrohe, ha da poco concluso, dopo quasi 3400 chilometri, il Giro d’Italia numero 103. Professionista dal 2010 e corridore esperto del gruppo ci racconta un’anomala Corsa Rosa dall’interno.

Hai appena terminato il tuo settimo grande giro (degli otto corsi), che emozione si prova?
“E’ sempre una soddisfazione. Non c’è più l’emozione di quando si porta a termine il primo grande giro, dove magari hai l’obiettivo di finirlo e vedere come reagisce il tuo corpo. Uno è giovane per cui si accontenta di arrivare alla fine, poi con il passare degli anni gli obiettivi cambiano. È sempre una soddisfazione portarlo a termine, con gli anni però si fanno anche altre valutazioni: come è andata, i risultati personali e di squadra, cosa si poteva fare di più e se qualcosa non è andato come si voleva”.

Raccontaci che Giro d’Italia è stato?
“A livello di corsa è stato regolare, come gli altri anni. È stato però in qualche modo anomalo, intanto perché si è corso in ottobre e non come al solito a maggio. Anomalo perché oltre ai classici controlli, si sono aggiunti anche quelli del Covid-19 con diversi tamponi sia prima che durante il Giro. Erano anomale soprattutto partenze e arrivi dove di solito ci sono sempre tante persone intorno ai bus delle squadre. Quest’anno, invece, anche per andare al foglio firma era tutto abbastanza protetto, in maniera tale da non venire a contatto con la gente che, a livello di numero, mi sembrava inferiore rispetto al solito. Qualcuno ha preferito stare a casa a guardare tutto dal televisore, facendo del bene a sé e agli altri vista la situazione”



Quali sono le differenze sostanziali del correre un Giro d’Italia ad ottobre?
“Sicuramente l’incognita del tempo anche se negli ultimi anni abbiamo preso tanto brutto tempo anche a maggio. Speravo che facesse l’ottobre degli ultimi due anni che era stato abbastanza caldo e soleggiato. Non è stato così caldo ma direi che è andata di lusso, soprattutto con le tappe di montagna nella terza settimana: a partire dal Friuli fino a qua da noi, non ci si può lamentare. Una delle differenze sostanziali è stata sicuramente il minor numero di gare in calendario per preparare una corsa di tre settimane. Tante corse, causa lockdown ma anche dopo, erano saltate e c’era quindi l’incognita della tenuta fisica. Si poteva prevedere che qualcuno potesse andare bene all’inizio e poi “saltare”, tutto sommato abbiamo visto abbastanza regolarità tra tutti i corridori”

Nella tappa di Abbiategrasso abbiamo assistito a una sorta di ammutinamento da parte dei corridori, cos’è successo quel giorno?
“Il Cpa, acronimo della sigla francese, è l’associazione dei corridori professionisti. Esiste una chat su Telegram dove ogni squadra World Tour ha un suo rappresentante. In ogni corsa, soprattutto quelle importanti e a tappe, viene creata una chat solo per quella gara dove si può parlare dei problemi che avvengono in corsa. Come è stato per esempio a inizio Giro quando l’elicottero ha spostato la transenna e ha mandato all’ospedale un corridore (Wackermann ndr), oppure quando la moto in mezzo al gruppo ha buttato per terra Viviani. Insomma il gruppo Telegram serve per problemi di questo tipo. È saltata fuori questa proposta di accorciare la tappa, viste le condizioni meteo e i lunghi trasferimenti dei giorni precedenti. Hanno chiesto un’opinione anche alla nostra squadra e quando ho sentito che volevano fare i primi 100 chilometri in bus, pensavo fosse uno scherzo, anche perché era già la mattina prima della corsa. Noi, come squadra, eravamo contrari e penso che anche l’associazione dei corridori abbia sbagliato tempi e modi, dato che il percorso era stato presentato ben due volte. Non era, quindi, una novità del mattino che ci fosse una tappa di 260 chilometri in mezzo a quelle di montagna. La protesta può essere un motivo di discussione ma servivano tempi e modi diversi”.

Oltretutto vi giocavate ancora la maglia ciclamino con Sagan e una tappa più impegnativa poteva (forse) favorirvi…
Sì, ma la nostra tattica è rimasta uguale. Quel giorno siamo stati anche un po’ sfortunati perché abbiamo dovuto inseguire senza l’aiuto di nessun’altra squadra. Sapevamo che la Fdj non avrebbe rischiato di portare il gruppo in volata, non poteva rischiare qualche intoppo di Demare e una possibile vittoria di Peter, per riaprire la classifica della maglia ciclamino. La posizione della squadra su quanto avvenuto quel giorno però non ha nulla a che vedere né con la maglia ciclamino né con le tattiche di corsa, solo con la modalità con cui si è sviluppata la protesta. A organizzare un Giro d’Italia servono diversi mesi, cambiare le cose all’ultimo non è mai facile. A uscire male dalla protesta siamo stati noi corridori. Non è stata una bella figura né per i corridori, né per il ciclismo in generale”.

A proposito di Sagan avete lavorato tanto per lui e nelle prime tappe la vittoria non arrivava. C’era un po’ di tensione in squadra?
“Un po’ sì perché una vittoria di tappa era tra gli obiettivi principali del Giro e poi la tensione aumentava perché diverse volte non trovavamo collaborazione. C’erano queste tappe per velocisti che presentavano un finale ondulato e quindi più favorevole a Peter, le altre squadre – di conseguenza – lasciavano tutto il lavoro sulle nostre spalle. In un paio di occasioni se non fosse stato per noi sarebbe arrivata la fuga. Demare poi si è dimostrato molto forte in salita e ha tenuto bene anche sui finali ondulati, non possiamo quindi recriminare niente, era nettamente più veloce. Anche i continui secondi posti avevano aumentato parecchio la tensione. Prima che Peter vincesse era già arrivato tre volte secondo e anche Konrad aveva conquistato un secondo posto a Camigliatello Silano. Tante volte quando cerchi la vittoria a tutti i costi, non arriva mai”.

Vi siete insomma tolti un peso quando ha vinto a Tortoreto, raccontaci la gioia di quel momento e come avete festeggiato…
“Ci siamo tolti un peso ma si è tolto un peso soprattutto lui. Ero molto contento perché si era un po’ liberato, si vedeva che la trafila dei secondi posti e il non riuscire a vincere gli pesava. La tappa di Tortoreto penso che sia stata una delle più dure del Giro nonostante la salita più lunga fosse al massimo di tre chilometri e Sagan è riuscito a vincere, come ha detto lui, dando spettacolo. Io ero nel secondo o terzo gruppo ma quando dalla seconda ammiraglia ci è arrivata la comunicazione della vittoria di Peter in radio, c’è stato un urlo di gioia immediato. Per festeggiare ci siamo trovati per un brindisi con staff e corridori nel piazzale per non creare assembramenti, nonostante fossimo tutti testati”.

Tra i giovani, oltretutto italiano, ha ben figurato il tuo compagno di squadra Matteo Fabbro, pensi che possa diventare un corridore da grandi giri?
“Avendo 25 anni può migliorare ancora tanto, ha sicuramente margini a livello fisico e dovrà migliorare ancora un po’ tatticamente ma in salita ha fatto vedere delle buonissime cose. Questo è stato sicuramente il Giro se non l’anno dei giovani. Penso che Matteo, rispetto ad altri giovani, abbia la possibilità di crescere progressivamente come si faceva fino a qualche anno fa, senza esplodere di colpo come successo a diversi giovani negli ultimi due anni. Fare classifica in un grande giro è sempre dura, non so se sarà la sua direzione ma nei prossimi anni lo vedo sicuramente davanti a battagliare nelle frazioni di salita. Se non per la generale quantomeno per vincere delle tappe o per essere fondamentale per qualche uomo di classifica.

E’ stato l’anno dei giovani, pensi che un calendario così frenetico possa averli favoriti rispetto alle vecchie leve?
“Sicuramente il fisico giovane ci mette meno a entrare in forma. Poi bisogna considerare anche come sono state affrontate le corse: sempre a tutta, probabilmente perché c’era tanto stress nel dover fare risultati, viste le poche gare. Uno stile di corsa sicuramente più adatto ai giovani con meno tatticismo e più dinamicità. Io personalmente penso di aver patito un po’ il fatto di aver corso poco, è un po’ la spiegazione “scientifica” che abbiamo cercato insieme ai preparatori anche perché più vai avanti, più il fisico si adegua e diventa un diesel. Mi sembra che quelli della vecchia guardia si siano salvati nelle corse di un giorno come, per esempio, il Lombardia, dove ha vinto Fuglsang”.

Con che ambizioni eri partito da Palermo? Sognavi di bissare il successo di Pinerolo dell’anno scorso o eri partito semplicemente con le vesti del gregario?
“Ero partito con la veste del gregario anche l’anno scorso poi si è presentata l’occasione e per la prima volta ero riuscito a sfruttarla al 100%. Quest’anno proprio come l’edizione scorsa avevamo due punte per la generale e un velocista, solo che il velocista si chiamava Peter Sagan. Sagan non è solo velocista ma va bene un po’ ovunque e a livello tattico è cambiato molto. Ho visto la differenza di correre con lui rispetto a un velocista classico come Ackermann perché le tappe dove Peter può arrivare davanti sono talmente tante. Diventa quindi difficile trovare la fuga perché le squadre che vogliono fare la corsa non lasciano andare via un compagno di Sagan, proprio per far lavorare la sua squadra. Ero partito con le stesse ambizioni dell’anno scorso: dare il 100% per la squadra con un occhio sempre attento alle eventuali occasioni. Sono riuscito a buttarmi in fuga nella tappa di Cesenatico ma non ho trovato né le gambe né la giornata giusta per arrivare al traguardo”.

La gestione dei tamponi…
“Da quando sono risultati positivi i primi corridori: Yates, Kruijswijk e Matthews, oltre ai tamponi nel giorno di riposo, ne facevamo altri a scadenza di tre giorni, quindi due a settimana praticamente”.

Un voto alla squadra
“Siamo andati bene ma se dobbiamo guardare gli obiettivi che ci eravamo posti siamo sulla sufficienza, nonostante i cinque secondi posti. Purtroppo la differenza tra secondo e primo, a livello di risultato, è abissale. Mi è dispiaciuto tanto per Majka perché poteva essere l’anno buono per puntare al podio. È andato molto bene fino alla tappa di Piancavallo ma, dopo il secondo giorno di riposo, ha sofferto di problemi intestinali che non ha risolto. Ha tenuto duro fino alla tappa dello Stelvio poi però in quella del Sestriere era vuoto e ha perso anche la posizione nei dieci. Konrad, regolarista costante senza acuti, ha conquistato la top 10. C’era un obiettivo podio, un obiettivo maglia ciclamino e un obiettivo vittoria di tappa, è arrivata sola la vittoria: uno su tre, d’altronde bisogna fare i conti anche con gli altri. Per la maglia ciclamino abbiamo trovato un Demare nettamente più veloce, mentre per la generale Majka è stato sfortunato e gli altri pretendenti erano molto forti.  La Ineos, dopo la caduta di Geraint Thomas, si è reinventata veramente alla grande. Su 21 tappe ne hanno vinte 7, un terzo, più la classifica generale. Per cui le squadre che sono rimaste a bocca asciutta in questo Giro sono tante”.

Classifica generale con grande sorpresa per la Ineos?
“Sì. Geoghegan è un corridore che si sapeva andasse forte, non lo ha dimostrato solo quest’anno ma per me è sicuramente una sorpresa dopo che la Ineos aveva cominciato a vivere il Giro d’Italia alla giornata, puntando alle tappe”.

Il tuo voto?
“Oddio, 6.5-7. Penso di aver fatto quello che si aspettava la squadra, personalmente pensavo di andare qualcosina di più in salita, magari come l’anno scorso che riuscivo a stare con i leader fino all’ultima o penultima salita. È anche vero che abbiamo speso un po’ di energie la prima settimana e poi non le recuperi più. Però in un anno così e con un Giro in forse fino all’ultimo penso di essere contento”.

Stefano Rossi

Foto Daniele Perri

 


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