Bolzano, lavoratori sfruttati da Sushiko: tre arresti

BOLZANO. Vivevano in stanze claustrofobiche con turni da oltre 70 ore settimanali e una paga da 600 euro netti. Nessun giorno di riposo e l’eventuale malattia andava pagata. Così come le vacanze: non era permesso avere il giorno di riposo, figurarsi le ferie.

Queste le condizioni cui erano sottoposti 14 lavoratori pachistani dipendenti del locale in franchising “Sushiko” all’interno del centro commerciale Twenty di Bolzano. A costringerli l’amministratore unico e due soci della società titolare del locale (ZH di 30 anni, LH di 39 anni e la signora WS di 29 anni) che sono stati arrestati alle prime ore di oggi (martedì 19 febbraio) e portati in carcere. Le accuse sono quelle di sfruttamento aggravato del lavoro ed estorsione a danno dei 14 dipendenti.

Le indagini sono state svolte anche grazie alla collaborazione della Cgil. A maggio 2017, infatti, tutti i lavoratori furono fatti dimettere per poi essere riassunti subito con un contratto a tempo indeterminato ma peggiorativo (con abbassamento di livello). Episodio che ha fatto scattare un campanello d’allarme. Da qui le indagini vere e proprie che sono durate tre mesi. I titolari sfruttavano i lavoratori con paghe assolutamente non in linea con i contratti nazionali e sproporzionate rispetto alla quantità di lavoro (arrivavano a 70 ore settimanali di impiego per 600 euro netti, circa 900 lordi). I lavoratori svolgevano varie mansioni: dal capocuoco al lavapiatti passando per il cameriere e venivano ingaggiati mediante il passaparola o attraverso contatti diretti con precisi canoni: soggetti regolari in Italia che versavano in stato di bisogno economico e logistico. I contratti erano parametrati su 40 ore con trattenute per vitto e alloggio ma, di fatto, riportavano mansioni inferiori rispetto a quelle pattuite. I dipendenti, infatti, erano costretti a lavorare 11-12 ore al giorno, non fruivano di ferie (anche se i congedi erano inseriti in busta paga) e potevano effettuare una sola pausa pranzo dove consumare poco più di riso e pollo. Ogni extra veniva pagato a parte, persino il pane. In caso di afflusso consistente di clienti persino la pausa pranzo veniva negata. La malattia veniva trattenuta dalla busta paga e gli infortuni ignorati: c’era chi lavorava con ferite da taglio o gonfiori agli arti.

Precisamente la decurtazione in busta paga era di 150 euro al mese per il vitto (pollo e verdure) più una sanzione di 50 euro se il dipendente veniva scoperto a mangiare altro. Sarebbe stata diffusa anche la pratica delle dimissioni in bianco all’atto dell’assunzione da utilizzare come arma di minaccia (da qui la ritorsione).

I dipendenti alloggiavano in tre appartamenti a Bolzano (in via Amba Alagi, via Vittorio Veneto e via Rovigo) dove era vietato l’uso della cucina (chiusa a chiave). I bagni erano malfunzionanti e in condizioni precarie e, di fatto, tutto si limitava ad un precario posto letto al costo di 200 euro di trattenuta sulla busta paga. Addirittura uno dei pachistano subiva la decurtazione pur essendo ospite del centro di accoglienza provinciale ex Alimarket in via Gobetti.

Ad uno di loro (FIH le sue iniziali) era stato anche impedito di recarsi all’ospedale dalla moglie del titolare dopo un taglio al dito in cucina. Era stato costretto a continuare il lavoro nonostante la ferita.

 

Sushiko è chiuso? No, il locale è rimasto aperto per non costringere le vittime al doppio danno: quello subito a la perdita del posto del lavoro. Il pubblico ministero ha chiesto il controllo giudiziario del ristorante che, quindi, continua la sua attività rispettando le condizioni contrattuali di legge. Ogni tre mesi l’amministratore giudiziario deve rendere conto al giudice sull’andamento dell’attività.

Sorprednentemente analoghi i risultati dell’indagine condotta dalla Guardia di Finanza di Trento per il ristorante Sushiko di Riva del Garda. Anche lì 12 cittadini pachistani vivevano e lavoravano in condizioni al limite del tollerabile.

Alan Conti


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