Bolzano, la battaglia di Filippo: “Il Covid mi ha tolto il respiro”

BOLZANO. Una vita da sportivo, tutt’ora nei ranghi nazionali come osservatore arbitrale. Una persona dallo stile di vita sano, niente fumo, niente alcool. Tutto è iniziato quando, come tanti altri dipendenti comunali, era stato impegnato nell’organizzazione e nell’allestimento dei luoghi dove sono stati effettuati i test di massa nel week end dal 20 al 22 di novembre.

Come hai scoperto di essere positivo al Covid-19?

L’ho scoperto il 4 dicembre dopo essermi sottoposto ad un test rapido che il Comune di Bolzano aveva offerto a tutti coloro che avevano partecipato all’organizzazione dei test. Ci tengo a sottolineare l’importanza dell’attività di prevenzione da parte dei dirigenti dell’Amministrazione Comunale, in quanto la ritengo di fondamentale importanza per il contenimento dei contagi. Senza quel tampone, essendo asintomatico nei primi giorni, avrei potuto trasmettere il virus a tantissime persone. Penso al fatto di avere una mamma anziana, con delle patologie in corso dovute all’età, che vado spesso a trovare.

Quando hai avuto la comparsa dei primi sintomi?

Il giorno 7 dicembre ho iniziato ad avvertire la mancanza di gusto, la febbre a quaranta e le prime difficoltà respiratorie. Nelle ore serali ho sentito che la situazione stava peggiorando ed ho deciso di contattare il medico di base che, però, non era reperibile. A quel punto, sentita una collega volontaria nella Croce Rossa, mi ha consigliato di chiamare il 112. L’operatore del numero di emergenza mi ha spiegato che il protocollo prevedeva il contatto con la guardia medica in caso di assenza del medico di base. Spiegati i sintomi al medico di servizio è stata inviata un’ambulanza presso il mio domicilio.


Un protocollo molto rigido che ti ha portato non poche difficolta. Quando sei arrivato in ospedale?

Circa due ore dopo la prima chiamata al medico di base. Nelle ore serali risulta problematico il rispetto delle procedure. Mi metto nei panni di una persona anziana e sola che deve gestire la gravità della situazione. Arrivato al pre-triage e dopo gli accertamenti di routine per chi ha contratto il virus, alle tre di mattina il personale medico ha deciso di ricoverarmi in medicina-covid area C.

Appresa la notizia del ricovero cosa hai pensato?

Faccio una premessa, nel reparto di medicina, lo stesso in cui mi hanno ricoverato, ho lavorato per un paio di anni. Sapere di essere in buone mani, visto che qualcuno degli addetti ai lavori è ancora lì, mi ha trasmesso delle sensazioni positive da questo punto di vista. Non ti nascondo che, in ogni caso, avendo già avuto un’esperienza analoga in passato, comunque la preoccupazione era tantissima. In quei momenti paura e timore ti assalgono e la prima cosa di cui istintivamente mi sono preoccupato è stata quella di tranquillizzare mia moglie e mia mamma.

Quando parli di esperienza pregressa a cosa ti riferisci?

Circa undici anni fa sono stato ricoverato per una doppia polmonite bilaterale causata dal virus H1N1, che mi ha portato ad essere intubato in terapia intensiva ed in coma farmacologico per venti giorni provocandomi anche una lieve forma di diabete ed ipertensione.

Successivamente come si è evoluta la situazione?

Nei primi giorni mi hanno tenuto sotto controllo con degli esami quotidiani ed una cura al cortisone. Durante la notte tra il 10 e l’11 di dicembre il quadro clinico è improvvisamente precipitato. Oltre alla febbre, sono iniziati i primi problemi gravi di respirazione e di saturazione. I medici hanno subito predisposto il trasferimento nel reparto di malattie infettive, in quanto necessitavo di essere costantemente monitorato da parte di un pneumologo, presente ventiquattro ore su ventiquattro all’interno di quel reparto. Facevo fatica anche a parlare, ogni parola che fuoriusciva dalla mia bocca provocava un abbassamento della saturazione. Lo stesso giorno, dopo un confronto tra il pneumologo ed un addetto alla terapia intensiva, hanno iniziato a somministrarmi ossigeno ad alti flussi, una portata di sessanta litri al minuto. La cosa positiva è che mi hanno comunicato che non avrei avuto bisogno della terapia intensiva.

Quando hai avvertito i primi miglioramenti?

Dal giorno 19 dicembre, quando hanno iniziato a diminuire progressivamente le dosi di ossigeno. Giorno dopo giorno la situazione andava sempre migliorando fino al 31 dicembre, il giorno in cui sono stato dimesso e son potuto tornare a casa con l’esito degli ultimi due tamponi negativi.


Che tipo di contatti hai avuto durante il ricovero?

Sentivo mia madre e mia moglie al telefono, son persone molto credenti e son sicuro che hanno pregato per me. Nell’ultima settimana ero in camera con due pazienti, uno di origine sudamericana, residente a Bolzano, dimesso dalla terapia intensiva di Merano, ed un’altra persona anziana. Nei momenti di sconforto, dopo tanti giorni passati in isolamento, si sente il bisogno di un sostegno morale e di rapporto umano. Voglio ringraziare i tantissimi amici dell’Associazione di cui faccio parte da tanti anni e dei colleghi di lavoro. Hanno dimostrato di essere una seconda famiglia, un valore che si apprezza solo nei momenti più difficili. I loro constanti messaggi di incoraggiamento hanno fatto davvero la differenza. Per ultimo non posso dimenticarmi dei medici, degli infermieri, degli operatori socio-sanitari per la loro umanità e professionalità dimostrata. Lavorano in condizioni critiche ed estenuanti, senza soluzione di continuità, bardati come se si stessero preparando ad una spedizione nello spazio. La loro unica preoccupazione è quella di far tornare a casa tutti i pazienti sani e salvi. Il loro sorriso ed il loro sostegno non potrò mai dimenticarlo, perché se oggi posso raccontare questa esperienza lo devo soprattutto a loro.

Angelo Liuzzi