Alessandro, fotografo e regista: “Oggi raccontare l’emozione è quello che conta”

E’ qualcosa più della rinuncia al posto fisso e di uno sguardo diverso su mondo liquido che abbiamo intorno. Qualcosa di più e qualcosa di diverso.

Il mondo attuale crea lavoro per i giovani o sono i giovani che si prendono con le unghie e i denti il lavoro nel mondo attuale? Probabilmente entrambe le cose. Anche qui liquide.

Abbiamo deciso di raccontare i ragazzi che lavorano gettando spesso il cuore oltre all’ostacolo delle passioni.

Abbiamo deciso di farlo lasciando parlare loro intervistati dalla nostra Alice Ravagnani che è lei stessa giovane e decisa ad arpionarsi il futuro che vuole.

Ce li racconta raccontandosi.

Oggi parola ad Alessandro.

Alessandro, classe ’95, fotografo. Un ragazzo dinamico e pieno di talento, l’abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza e la sua visione riguardo una professione affascinante e spesso sottovalutata.

La sua formazione parte dall’Università Roma Tre, dove si laurea come educatore professionale di comunità, per passare poi all’ambito fotografico che, grazie alle direttive di un insegnante privato e una bella gavetta da autodidatta, l’ha portato a maturare il desiderio di raccontare “storie” e quindi alla classe di regia dell’Accademia di Cinema Renoir di Roma.

Quali sono stati i tuoi primi incarichi come fotografo?

“Ho iniziato come fotografo di moda per la redazione di ArtWave a Roma dove mi occupavo principalmente di scattare foto durante le sfilate.

Sempre nell’ambito della moda ho lavorato come fotografo personale dell’influencer Marcell Figueiredo, seguendolo in molte sfilate a Milano.

Un momento particolarmente gratificante è stato il servizio fotografico per l’attrice Daniela Scattolin, pubblicato poi su VOGUE.

Mi piaceva molto lavorare nell’ambito della moda ma, ad essere sincero, sentivo che mi mancava qualcosa.

I miei studi sociali hanno stimolato in me la voglia di “scoprire” le persone e poterne raccontare la storia, ma è stato solo grazie alla fotografia che ho capito di poterlo fare attraverso i mie scatti.

Questo aspetto nella moda mi mancava semplicemente perché non era quello il focus a cui avessi necessità di aspirare.

La vera svolta è arrivata durante un viaggio in Uganda, dove mi sono occupato di un reportage fotografico durante la missione umanitaria RakaiOrphansHopeProject . E’ stata un’esperienza indimenticabile; mi ha fatto scoprire una realtà che non conoscevo e mi ha permesso di raccontarla attraverso i miei scatti. È stato un periodo talmente intenso che, quando sono tornato a casa, mi sono sentito un po’ spaesato. Tutti i miei problemi, e quelli della società in generale, mi sembravano così superficiali e assurdi se paragonati a quello che avevo visto in Uganda. Quei bambini sono stati una fonte di ispirazione per me e vivere a stretto contatto con loro ha fatto scaturire moltissimi dubbi su quella che sarebbe dovuta essere la mia vita, o la mia carriera, portandomi a pensare di voler provare qualcosa di diverso per potermi avvicinare di più a questa necessità di raccontare storie e, più in generale, delle emozioni vere”

Per questo motivo ti sei avvicinato al mondo del cinema e della regia?

“Diciamo che in realtà è stato un avvicinamento abbastanza casuale perché ho partecipato alla realizzazione di un cortometraggio come operatore macchina ed è stato proprio in quell’occasione che ho scoperto la magia del cinema.

Ho capito che forse la regia fosse in grado di darmi quel qualcosa in più che, fino a quel momento, sentivo mancasse nella mia professione, ovvero la possibilità di “raccontare le persone” e avere i mezzi per creare delle vere e proprie storie attraverso immagini “vive”.

Sono arrivato al colloquio dell’Accademia Renoir che non ne sapevo assolutamente nulla di cinema e devo ammettere che fossi anche un po’ spaesato all’inizio. Poi però mi son reso conto che non avrei dovuto permettere alla paura di fermarmi, ma cogliere piuttosto questa opportunità e viverla come una sorta di viaggio utile a scoprire qualcosa di nuovo su questo mondo”

Come è stata la tua esperienza all’accademia di cinema?

“Davvero bella. Ho imparato tantissimo e una delle cose che mi ha fatto crescere di più paradossalmente è stato il fatto di trovarmi costantemente in difficoltà. La difficoltà risiedeva nella necessità di fare un lavoro su me stesso che mi portasse a “ridurre all’osso” tutta una serie di emozioni che conoscevo, che sono socialmente e unanimemente condivise e, quindi, già “etichettate”. È stato difficile dover mettere in discussione le certezze che avevo, soprattutto da quel punto di vista.

Uno dei mantra che ho fatto mio è stato quello che i professori ci ripetevano durante ogni lezione: non c’è giusto o sbagliato, c’è un’idea che va adattata ed elaborata. C’è bisogno di flessibilità ed elasticità mentale, questo perché la creatività va costantemente stimolata”

Progetti in cantiere?

“Non posso sbilanciarmi troppo, ma probabilmente avrò l’opportunità di occuparmi della regia di un documentario che verrà girato prossimamente…Non vedo l’ora”

Alice Ravagnani

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