Abbiamo ancora Memoria di quello che è stato? A Roma la forza del Ghetto Ebraico

ROMA. Adoro passeggiare per Roma, scoprire nuovi scorci, nuovi angoli che ne esaltano la bellezza. Ma adoro ancora di più recarmi in maniera abitudinaria, in luoghi a me cari per motivi affettivi. Se devo ricaricarmi, prendere una decisione importante o solo stare un po’ in compagnia di me stessa, mi tuffo nella storia e nella storia mi perdo. Santa Maria in Trastevere, il Pincio, Castel sant’Angelo, Circo Massimo, il Quirinale e il Ghetto sono i posti che prediligo in assoluto, dove vado da anni, da sempre, mi siedo e ammiro, sogno e penso.  Quanto è bella Roma. Ma tra questi posti, con uno ho un rapporto particolare, in cui ogni volta che vado lo faccio quasi per dovere, come fosse una sorte di pellegrinaggio, per rendere onore ed esorcizzare le paure o le ansie che in quel momento mi attanagliano, per prendere forza e coraggio pensando a chi, lì al posto mio, non molto tempo prima ha vissuto l’inferno. Ed è il Ghetto Ebraico. Uno tra i più antichi al mondo, sorge esattamente nel cuore della Città Eterna ed è attorniato da meraviglie uniche. Vi entro sempre dalla parte del teatro Marcello, mi intrufolo in quelle stradine e mi ritrovo in una città nella città e il viaggio inizia. Via della Reginella, la Fontana delle Tartarughe, una tra le più belle di Roma, lo splendido Tempio, costruito sullo stile assiro-babilonese e l’incantevole portico d’Ottavia. E’ un posto vivo che mette allegria. Lingue e suoni diversi, un incrocio di razze e culture che si incontrano, si accolgono, si fondono. Sono una cittadina del mondo e adoro assaporare tutto questo. La tradizione storica, secolare del ghetto, che rivive nel presente e nel futuro. Ma mentre cammino, scorgo in continuazione lapidi commemorative, nomi, simboli,foto,  pietre d’inciampo a terra e il cuore si stringe in una morsa che sembra voglia esplodere.

Oggi c’è gioia lì, entusiasmo, ma lì c’è anche un passato che mai potrà e dovrà essere dimenticato. Quelle case, quelle mura, quelle vie sembrano ancora urlare il terrore, il dolore, l’orrore, la tragedia. Lì come in altre parti del mondo ha iniziato a morire l’umanità.



La sorte della gente che abitava il ghetto, non fu mai stata facile. Iniziò Paolo IV intorno al 1500, emanando una bolla papale che tolse tutti i diritti agli ebrei romani, e li confinò istituendo la costruzione del ghetto. Non potevano uscire da quel perimetro, dovevano portare sempre un simbolo di riconoscimento, venne loro proibito di praticare qualsiasi attività di commercio e venne loro vietata la possibilità di possedere beni immobili. L’unica cosa concessa: commerciare in stracci e vestiti usati. Non erano ricchi, anzi, a differenza della credenza popolare. Le donne ebree raccoglievano spesso gli scarti del pesce che venivano buttati  dopo il mercato, vicino la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, è così che nacque uno dei piatti più famosi di Roma ma in particolare del ghetto ebraico: la zuppa di pesce. Questo stato di cose andò avanti per secoli,  fino alla tanto agognata libertà arrivata, con la breccia di Porta Pia, nel 1870 i cittadini ebrei furono  equiparati a tutti i cittadini italiani. Ma questo era nulla in confronto a ciò che la storia aveva in serbo per loro

Con l’avvento del fascismo prima e la promulgazione delle leggi razziali poi, le loro vite furono ancora una volta stravolte, presi di mira tornarono a vivere nella paura. L’inimmaginabile stava per essere scritto. Roma era ormai occupata dai nazisti. Kappler, il temuto Colonnello delle SS ordì un tranello, convocò il capo  della comunità ebraica, assicurandolo che, se fossero riusciti a raccogliere 50 kg di oro, le loro vite sarebbero state salve. Nella comunità, tutti tremanti e terrorizzati riuscirono a metterne insieme 50 kg e 300 grammi. Ma a nulla valse. All’alba del 16 ottobre del 1943, noto anche come ‘Il Sabato Nero’ centinaia di nazisti chiusero gli sbocchi laterali del ghetto e iniziarono il rastrellamento, con fare diabolico decisero di intervenire di sabato che era per gli ebrei giorno di festa e così sarebbero riusciti a prenderne quanti più possibili, i pochi che avevano sperato di salvarsi trovando rifugi di fortuna, vennero venduti da amici, conoscenti, e in alcuni casi da ebrei stessi,come Celeste Di Porto passata tristemente alla storia come ‘la pantera nera del ghetto’. In Germania il piano di pulizia etnica aspettava solo i primi carichi di carne fresca. Per il bene politico e nell’interesse della sicurezza del paese gli ebrei e altri non graditi, dovevano essere eliminati. Quel giorno in quel posto iniziò la fine dell’umanità. Come le bestie portate al macello senza distinzione di sesso di età di  ceto,  vite sacre, vissero ogni tipo di vessazioni, torture, esperimenti, giochi sadici. Morire e farlo velocemente era la cosa a cui tutti aspiravano come fosse una gioia. La follia di poche menti malate  riuscì in una impresa che ancora oggi sa di assurdo, 18 milioni di persone, tra ebrei, malati di mente, invalidi, oppositori politici, rom e omosessuali furono completamente annientati.

Molti di loro si sono chiesti Dio dove fosse. Da cristiana cattolica nei momenti di rabbia e di dolore me lo chiedo spesso anch’io.

Quando termina il mio pellegrinaggio, esco dal Ghetto e mi avvio verso casa ma con una grande forza, un grande insegnamento: non mi girerò mai dall’altra parte, non farò mai distinzioni tra razze e popoli, la vita di ognuno è un tesoro grande.

Onorare questa giornata, per me significa anche non dimenticare le Shoah che in questo momento, tanti nostri fratelli stanno vivendo nell’indifferenza più totale del mondo. Dobbiamo essere la loro voce, solo così la morte ingiusta di tanta povera gente troverà pace e significato. Mai più…. mai più…….

A Sami Modiano e a Piero Terracina: i miei fari.

Manuela Piazza

 

Alan Conti

Alan Conti, direttore responsabile Bz News 24. Peregrinando tra redazioni e televisioni. Città e situazioni. Sempre alla ricerca della prossima notizia da raccontarvi.

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